III
NOVELLA XXXIV DELLA SECONDA PARTE DE LE NOVELLE DEL BANDELLO, Tomo quinto, p. 251.
‘Francesco Frescobaldi fa cortesia ad uno straniero, e n’è ben rimeritato, essendo colui divenuto Contestabile d’Inghilterra.’
‘Ne la famiglia nobile et antica de i Frescobaldi in Firenze fu, non sono molti anni, un Francesco, mercadante molto leale et onorevole, il quale, secondo la costuma de la patria, essendo assai ricco, trafficava in diversi luoghi e faceva di gran faccende, e quasi per l’ordinario dimorava in Ponente, in Inghilterra, e teneva la stanza in Londra, ove viveva splendidissimamente et usava cortesia assai; non la veggendo sì per minuto come molti mercadanti fanno, che la contano fin a un picciolo quattrino, come intendo dire che fa Ansaldo Grimaldo Genovese, che tien conto fin d’un minimo foglio di carta e d’un palmo di cordella da legar i pacchetti de le lettere. Avvenne un giorno che essendo Francesco Frescobaldi in Firenze, se gli parò dinanzi un povero giovine, e gli domandò elemosina per l’amor di Dio. Veggendolo il Frescobaldo sì mal in arnese e che in viso mostrava aver del gentile, si mosse in pietà, e tanto più, quanto che lo conobbe esser Inglese; onde gli domandò di che contrada di Oltramontani fosse. Egli gli rispose che era Inglese; e chiedendogli alcune particolarità, il Frescobaldo, d’Inghilterra, come colui che assai pratico n’era, il giovine molto accomodatamente al tutto sodisfece, dicendogli: Io mi chiamo Tomaso Cremonello, figliuolo di un povero cimatore di panni, che fuggendo da mio padre son venuto in Italia col campo de i Francesi, che è stato rotto al Garigliano, e stavo con un fante a piedi, portandoli dietro la picca. Il Frescobaldo la menò in casa molto domesticamente, e quivi alcun dì se lo tenne per amor de la nazione Inglese, de la quale egli aveva ricevuti di molti piaceri; lo trattò umanamente, lo vestì, e quando volse partirsi per ritornar ne la patria, gli diede sedici ducati d’oro in oro fiorentini et un buon ronzino. Il giovine veggendosi esser stato messo in arnese sì bene, rese al Frescobaldo quelle grazie che seppe le maggiori, e se n’andò ne l’isola a casa.’
[The next four pages are devoted to a more or less accurate account of Cromwell’s life in London, his connexion with Wolsey, and his entrance into the King’s service. The events narrated in the following passage may be supposed to have taken place about 1535 or 1536.]
. . . ‘Dico adunque che in quei dì che il Cremonello era padrone e governatore de l’isola, che Francesco Frescobaldo si ritrovava in Italia, ove, come spesso a mercadanti interviene, avendo patiti molti disastri e di gran danni ne la perdita de le sue mercadanzie, restò molto povero; perciò che essendo uomo leale e da bene, pagò tutti quelli a cui era debitore, e non puotè ricuperar ciò che da gli altri gli era dovuto. Veggendosi egli ridutto a così povero stato, e fatto i suoi conti e benissimo calculati, trovò che in Inghilterra aveva crediti per più di quindici migliaia di ducati; onde si deliberò passar quindi, e veder di ricuperar più che gli fosse possibile, e mettersi a viver il rimanente de la sua vita quietamente. Così con questo pensiero passò d’Italia in Francia, e di Francia in Inghilterra, e si fermò in Londra, non gli sovvenendo perciò mai del beneficio che egli fatto già in Firenze aveva al Cremonello; cosa veramente degna d’un vero liberale, che de le cortesie che altrui fa, memoria mai non tiene, scolpendo in marmo quelle che riceve, per pagarle ogni volta che l’occasione se gli offerisce. Attendendo adunque in Londra a negoziar i fatti suoi, e caminando un giorno in una contrada, avvenne che il Contestabile passava anch’egli per la strada medesima, venendo a l’incontro del Frescobaldo. Così subito che il Contestabile lo vide e gli ebbe gli occhi fermati nel viso, si ricordò costui certamente esser quello, dal quale così gran cortesia aveva in Firenze ricevuta, et essendo a cavallo, dismontò, e con meraviglia grandissima di quelli che seco erano, chi v’erano più di cento a cavallo de i primi del regno che gli facevano coda, l’abbracciò con grande amorevolezza, e quasi lagrimando gli disse: Non sete voi Francesco Frescobaldo Fiorentino? Sì sono, signor mio, rispose egli, e vostro umil servidore. Mio servidore, disse il Contestabile, non sete già voi nè per tal vi voglio, ma bene per mio grande amico, avvisandovi che di voi ho giusta ragione di molto dolermi, perchè sapendo voi ciò che io sono e dove era, devevate farmi saper la venuta vostra qui; che certamente io averei pagato qualche parte del debito che confesso aver con voi. Ora lodato Iddio che ancor sono a tempo; voi siate il benissimo venuto. Io vado ora per affari del mio Re, e non posso far più lunga dimora vosco, e m’averete per iscusato; ma fate per ogni modo, che in questa mattina vegnate a desinar meco, e non fate fallo. Così rimontò il Contestabile a cavallo e se n’andò in Corte al Re. Il Frescobaldo, partito che fu il Contestabile, s’andò ricordando che cotestui era quel giovine Inglese che egli già in Firenze in casa sua raccolse, e cominciò a sperar bene, pensando che il mezzo di così grand’uomo molto gli giovarebbe a ricuperar i suoi danari. Essendo poi l’ora di desinare, se n’andò al palazzo del Contestabile, e quivi nel cortile poco attese che egli rivenne. Il quale smontato che fu, di nuovo amicabilmente riabbracciò il Frescobaldo, e volto a l’armiraglio, et ad altri prencipi e signori che con lui erano venuti a desinare, disse: Signori, non vi meravigliate de le amorevoli dimostrazioni che io faccio a questo gentiluomo Fiorentino, perchè queste sono parte di pagamento d’infiniti obblighi che io conosco e confesso di avergli, essendo nel grado che sono per mezzo suo, et udite come. A l’ora, a la presenza di tutti, tenendo sempre per mano il gentiluomo Fiorentino, narrò loro in che modo era capitato a Firenze, e le carezze che da lui aveva ricevute; e così tenendolo sempre per mano, se ne salirono le scale, e giunti in sala si misero a tavola. Volle il Contestabile che il Frescobaldo gli stesse appresso, e sempre l’accarezzò amorevolissimamente. Desinato che si fu e quei signori partiti, volle il Contestabile saper la cagione, per la quale era il Frescobaldo ritornato a Londra. Narrogli a l’ora tutta la sua disgrazia il Frescobaldo, e che non gli essendo rimaso, de la casa in fuori in Firenze et un podere in contado, quasi niente, se non quei quindeci mila ducati che in Inghilterra deveva avere, e forse duo mila in Ispagna, che per ricuperargli s’era ne l’Isola trasferito. Or bene sta, disse il Contestabile. A le cose passate, che fatte non sieno, non si può trovar rimedio; ben mi posso con voi dolere de gl’infortunii vostri, come con il core faccio; al rimanente si darà tal ordine, che voi ricuperarete tutti i vostri danari che qui devete avere, e non vi si mancherà di quello che io potrò, assicurandovi, che la cortesia che m’usate, non mi conoscendo altramente, mi vi rende di modo ubbligato che sempre sarò vostro, e di me e de le mie facultà potrete disporre come io proprio, e non lo facendo, il danno sarà vostro, nè più farò offerta alcuna, parendomi che sarebbe superflua. Basti che questo vi sia ora per sempre detto. Ma leviamoci et andiamo in camera, ove il Contestabile serrato l’uscio, aperse un gran coffano pieno di ducati, e pigliandone sedeci gli diede al Frescobaldi, e gli disse: Eccovi, amico mio, i sedeci ducati che mi donaste al partir di Firenze, eccovi gli altri dieci che vi costò il ronzino che per me comperaste, et eccovene altri dieci che spendeste in vestirmi. Ma perchè essendo voi mercadante, non mi par onesto che i vostri danari debbiano esser stati tanto tempo morti, ma s’abbiano guadagnato, come è il costume vostro, eccovi quattro sacchetti di ducati, in ciascuno de i quali sono quattro mila ducati. Voi in ricompensa de i vostri ve gli pigliarete, godendogli per amor mio. Il Frescobaldo, ancor che da grandissime ricchezze fosse caduto in gran povertà, nondimeno non aveva perduto la sua generosità d’animo, e non gli voleva accettare, ringraziandolo tutta via di tanta sua cortesia; ma a la fine astretto per viva forza dal Contestabile, che gli desse tutti i nomi in nota de i suoi debitori; il che Frescobaldo fece molto volentieri, mettendo il nome dei debitori e la somma che gli devevano. Avuta questa cedula, chiamò il Cremonello un suo uomo di casa, e gli disse: Guarda chi sono costoro, che su questa lista sono scritti, e fa che gli ritrovi tutti, siano dove si vogliano in questa isola, e farai loro intendere che se fra quindici giorni non hanno pagato tutto il lor debito, che io ci porrò la mano con lor dispiacere e danno, e che facciano pensiero, che io sia il creditore. Fece l’uomo il comandamento del suo padrone molto diligentemente, di maniera che al termine statuito furono ricuperati circa quindici mila ducati. E se il Frescobaldo avesse voluto gl’interessi, che in così lungo tempo erano corsi, tutti gli averebbe avuti, fin ad un minimo denaio; ma egli si contentò del capitale, nè volse interesse alcuno, che di più in più gli acquistò credito e riputazione appresso tutti, massimamente sapendosi già da ciascuno de l’isola il favore che egli aveva appresso la persona del Contestabile. In questo mezzo, fu di continovo esso Frescobaldo commensale del Cremonello, il quale di giorno in giorno si sforzava d’onorarlo quanto più poteva. E desiderando che di continovo egli rimanesse in Londra, piacendogli molto la pratica sua, gli offerse di prestargli per quattro anni sessanta mila ducati, a ciò che mettesse casa e banco in Londra e gli trafficasse, senza volerne profitto d’un soldo, promettendogli oltra questo ogni favore ne le cose de la mercadanzia. Ma il Frescobaldo che desiderava di ritirarsi a casa, e viver il resto de la sua vita in quiete et attender solamente a se stesso, infinitamente lo ringraziò di tanta suprema cortesia, e con buona grazia del Contestabile, rimessi tutti i suoi danari in Firenze, a la desiderata patria se ne ritornò, dove essendo ritornato assai ricco, si mise a viver una vita quietissima. Ma poco tempo visse in quiete, perchè quell’anno istesso che da Londra era partito, in Firenze se ne morì.’
IV