— Ma ciò non conterà. Il fatto che voi foste fuori città ha costituito una sfortunata circostanza.

— Voi avete aspettato che io fossi via.

— Un momento, Devan! — Orcutt si tolse la pipa di bocca e le ceneri si sparsero fuori. Gli occhi erano freddi e gli angoli della bocca si erano irrigiditi. — Non è da voi dire queste cose, assolutamente. E poi non è vero — disse duramente.

— Ebbene, volete spiegarmi allora perché tutto ciò è accaduto subito dopo la mia partenza?

— Vorrei saperne quanto voi, per parlarci francamente. Nel caso voi non ne foste a conoscenza, vi dirò che si è trattato di una decisione improvvisa.

Devan rise senza allegria. — Mi par di vedere Sam Otto che aspetta che io sia partito per correre qui a vendervi una delle sue stupide idee.

Sentiva la rabbia aumentargli in corpo, così si alzò e si diresse verso i due oblò gemelli, premette il bottone che faceva girare gli schermi di polaroid e poté guardare nella sala di montaggio.

In questa stanza venivano montati piccoli intricati cervelli per proiettili comandati, parti per macchine calcolatrici; invenzioni sorpassate come il “radar” accanto a meccanismi elettronici che ancora il pubblico ignorava. Questa era solo una parte dell’impianto. C’erano altre parti in cui venivano costruiti pezzi catalogati per la vendita al pubblico. E c’era una stanza nella quale la “Inland” stava realizzando una macchina che incorporava il metallo radioattivo, secondo le specificazioni governative e neanche Orcutt aveva idea a che cosa potesse servire, se fosse completa in se stessa o parte di un meccanismo più complesso. Ciò era sul piano dove si svolgeva la massima parte delle ricerche.

Orcutt si schiarì la gola. — Capisco le vostre perplessità, Devan. Nemmeno io ho fiducia in Sam Otto. Ma potreste rendervi subito conto che non è un’idea stupida.

Orcutt non scherzava. Sembrava proprio convinto fino in fondo di quanto diceva. Devan pensò che vi dovesse essere un segreto accordo fra Edmund Orcutt e Sam Otto.