— Quanto devo restare ancora?

— Ancora una settimana, e a letto.

— Il vostro campo è così lontano, Eric — disse Betty — che non potete certo pensare di tornarvi molto presto. Pensate a tutta la strada che c’è.

Sudduth emise una specie di rantolo: — Orvid Blaine mi ha portato qui. E quei cretini di uomini mi hanno trasportato per tutta la strada. Ma Dio voleva che morissi. Perché non mi avete lasciato morire?

— Forse sarebbe stata una buona idea quella di lasciarvi morire. Almeno non avremmo a che fare con una persona così ingrata.

— Il fatto che si lamenti — disse Betty — indica che sta migliorando.

Infatti, durante la convalescenza, Eric Sudduth migliorò sensibilmente. Betty riuscì persino a convincerlo che, dal momento che si trovava all’ospedale, tanto valeva che si lasciasse riparare anche i denti.

Devan era felice di riconoscere che la causa di questo mutamento andava ricercata in Betty, che aveva chiesto di occuparsi di persona di Sudduth avendo compreso che il vecchio aveva bisogno di un po’ di affetto. Così lo andava sempre a trovare, portandogli buone cose da mangiare. Ai primi di novembre, Sudduth stava già decisamente meglio e spesso trascorreva ore e ore nella veranda, sulla sedia a sdraio, con un buon sigaro in bocca, contento di parlare con tutti quelli che lo andavano a trovare.

Ma la seconda settimana di novembre, a detta di Betty, le cose cambiarono.

— Eric guarda di traverso la gente — raccontò Betty a Devan — di notte non dorme bene, me lo ha detto l’infermiera.