Il solito Tooksberry sottolineò che a lui ciò non sarebbe potuto succedere per il semplice fatto che non ci sarebbe entrato per niente.

— Qualcuno vi ci potrebbe ficcare — grugnì Sam.

Orcutt si lasciò infine convincere da Devan a non entrare nel tubo completamente, ma a metterci solo la testa come aveva fatto Basher in un primo tempo.

— E le capsule che avete in bocca?

— Basher è ben più importante — asserì Orcutt disponendosi quindi alla prova. Si stese anzitutto a terra e gli altri lo sollevarono lentamente, tenendolo in quella posizione fino alla cavità. Quando fu davanti a essa vi introdusse le dita, che scomparirono. Poi avvicinò la testa allo spazio vuoto e questa scomparve. Si udì il tintinnio delie capsule che aveva in bocca che cadevano, e dopo parecchio tempo uscì finalmente la sua testa. I suoi occhi esprimevano disperazione. — Non c’è segno alcuno di Basher là dentro — disse — solo molto freddo e umido. — I suoi capelli erano in disordine, cosa che aumentava il suo disperato atteggiamento. — Non ho visto niente, né sentito niente. Ho chiamato Basher, ma non ho avuto risposta alcuna. Neanche un’eco.

Quattro ore dopo sei uomini disperati mandarono a cercare la signora Basher. Quando lei arrivò in tassì, la nebbiolina del primo mattino di un aprile inoltrato si stava diradando a poco a poco, restituendo a Chicago i contorni netti dei suoi palazzi contro il cielo.

Devan se la ricordava una timida donnina, ma l’aveva vista solo di sfuggita come del resto i suoi colleghi: i Basher stavano evidentemente meglio soli.

Così aveva dimenticato i suoi capelli rossi che risaltavano ora sul suo viso pallido. La donna non credeva a quanto cercavano di spiegarle. I suoi occhi interrogavano ansiosi, ma si rifiutò recisamente di prestar fede al racconto di come Basher avesse scelto la pagliuzza e fosse entrato nel tubo. Orcutt peggiorò ulteriormente la situazione parlandole della sparizione della sua mano nella cavità.

La signora Basher, via via che le spiegazioni di ognuno cercavano di convincerla della verità, diveniva invece più sospettosa e alla fine urlò che le aprissero la porta.

— Ma perché? Non ci credete?