Riguardo all' influenza, che si vorrebbe, del potere civile nella nomina de' vescovi, cosi varj progetti, che si sono fatti, per regolare una tale influenza, è in primo luogo da avvertirsi, che la nomina assolutamente non potrà accordarsi al Sovrano, come acattolico. Al qual proposito basterà riportare i sentimenti di Benedetto XIV. Questo gran Pontefice in una sua lettera scritta al vescovo di Breslavia li 15 maggio 1748, si espresse ne' seguenti termini.—"Non ritrovasi in tutta la storia Ecclesiastica verun indulto conceduto da Romani Pontefici ai Sovrani di altra comunione, il nominare a Vescovadi, ed Abbadie—soggiungendo, che non voleva, ne poteva introdurre un [pg 056] esempio, che scandalizzarebbe tutto il mondo cattolico, e che, oltre la gravissima pena, la quale Iddio gli farebbe scontare nell' altro mondo, renderebbe il suo nome esoso, e maledetto in tutto il tempo di sua vita, e molto più in quello che avrebbe a decorrere dopo la di lui morte. La stessa difficoltà sussisterebbe ugualmente, ancorchè il diritto di nomina fosse limitato tra una classe di persone, esaminata prima, e previamente sperimentata, ed approvata dal corpo dei Vescovi, come quello de' Gran-Vicarj, da stabilirsene due in ogni Diocesi, e Distretto. Ma oltre a questo, il progetto de' Gran-Vicarj involve gravissime difficoltà per le circostanze locali. Perciocchè, lasciando anche stare il pericolo dell' ambizione degli ecclesiastici presso de' Vescovi, e Vicarj Apostolici per essere dichiarati Gran-Vicarj, quando che ora, scegliendosi i soggetti da promuoversi dal ceto degli operaj, s' impegnano anche gli ambiziosi a faticare a prò delle anime: é chiaro ancoro, che in tanta penuria di ecclesiastici, ch' è in tutto cotesto dominio, se si tolgono due Gran-Vicarj per ogni Vicario Apostolico, o Vescovo, mancheranno affatto gli ecclesiastici per la cura delle anime.
Il semplice diritto di esclusiva involverebbe minori inconvenienti intrinseci, purchè fosse limitato; giacchè altrimenti, a forza di escludere si otterrebbe per indiretto una vera nomina. Ma questo diritto è affatto nuovo; e l' introdurlo per la prima volta, non si sa a quali conseguenze potrebbe condurre. Ma siccome tutti questi progetti si fanno per assicurare il Governo, che non sia promossa persona, che non gli sia invisa, dovrebbe bastare l' esperienza di tanti secoli, ad assicurare il Governo, stesso della somma premura, che ha sempre avuta la S. Sede, che i soggetti da lei promossi, non solo non siano invisi, ma siano anche graditi del Governo stesso. Eo V. P. puó di fatto proprio attestare della somma industria, attività, e segretezza usatasi, qualche tempo fa, della S. Sede, per escludere persona, che sospettava potere riuscire men gradita al Governo, benchè ape poggiata da forti raccomandazioni, ed includesse altra persona, cha sicuramente fosse di sua soddisfazione. Oltre di che essendo solitquesta S. C. di attendere per gli promovendi gli attestati, e le postulazioni, o le informazioni de' Metropolitani, o degli altri Vicarj Apostolici, ed anche del clero della rispettiva Diocesi, prima di proporre al S. P. i soggetti, da questi certamente sapra quali siano quelle persone, che possano essere poco accette al Governo, per escluderle sicuramente.
Quanto al desiderio de' Magnati, di avere vescovi, in vece di Vicarj Apostolici, in se stesso considerato è santissimo, ed analogo alla costituzione della Chiessa Cattolica; e se n' è trattato altre volte in Inghilterra. Dispiace solamente il fine, per cui si fa un tal progetto, cioè per avere Prelati meno aderenti alla S. Sede. Ma la S. Sede nulla avrebba a temere da siffata innovazione, sull' esempio de' vescovi d' Irlanda de quali è ugualmente contenta che de' Vicarj Apostolici d' Inghilterra, e di Scozia. Senza che, la constante esperienza dimostra, che quantunque in diritto sia diversa la condizione de' Vicarj Apostolici de quella de' Vescovi; pure in fatti non porta [pg 057] effetti diversi. Solo devrebbe rifflettersi alle circostanze de' tempi, ed agl' incovenienti che potrebbero esercitare il cosi detto Club Cisalpino, per evitarsi al possibile ogni innovazione.
Più di tutti sarebbe fatale quel progretto, che per altro Monsig. Milner dice essere di alcuni pochi, che ogni communicazione de' cattolici colla S. Sede debba soggiacere all' esame de' ministri di S. M. Questo diritto non si è mai riconosciuto dalla S. Sede in alcun principe cattolico: e l' esempio che si cita, della Francia, era dai concordati limitato alle sole ecclesiastiche proviste. Ma quanto sarebbe più pericoloso in un Governo acattolico, con cui non è possibile di convenire nelle massime religiose. Si spera per altro, che quei pochi, che propongono, un tal progretto, non troveranno seguito: e che quel Governo, che si vanta di lasciare una piena libertà ai suoi sudditi, non vorra imporre loro una catena negli effari più delicati, che riguardano la coscienza, per gli quali soltanto i cattolici, communicano colla S. Sede: giacchè la S. C. nel questionario stampato, che manda a quei Vescovi, e Vicarj Apostolici per norma della relazione delle loro chiese, nel primo articolo si protesta espressamente che non vuole di loro alcuna nuova politica.
Molto consolante è poi, riuscito alla S. Congr. la nuova, che sia riuscito, allo stesso Monsig. Milner di ottenere un' assai piú grande libertà per gli soldati cattolici nell' esercizio della S. Religione; e che abbia ben dispositi gli animi, per fare riconoscere validi nella legge civile i matrimonj contratti avanti un sacerdote cattolico. V. Paternità gliene faccia i più vivi ringraziamenti, per parte di questa S. C.
In fine l' Arcivescovo, che scrive, con piena stima se le rassegna.
A Recent Protestant View Of The Church Of The Middle Ages.
The history of the Church in the middle ages has ever forced upon Protestant minds a difficulty which they have met by many various methods of solution. The middle age exhibits so much of precious side by side with so much of base, so much of the beauty of holiness in the midst of ungodliness, so much of what all Christians admit as truth with what Protestants call fatal error, that the character of the whole cannot readily be taken in at first sight from the Protestant point of view. Some there are who dwell so long on the shadows that they close their eyes to the light, and these declare the medieval Church to have been a scene of unmitigated evil. To their minds the whole theology of the period is useless, or worse than useless, harmful. They connect the middle ages with wickedness as thoroughly as the Manicheans connected matter with the evil principle.
Others there are who honestly admit that these ages, especially their earlier part, are not Protestant, but at the same time contend that neither are they favourable to Roman doctrine. These believe that facts abundantly prove that in the bosom of the Church which was then, the two Churches were to be found, which afterwards disengaged themselves from one another at the Reformation. This is the philosophy of medieval history which, as we learn from the preface to his collection of Sacred Latin Poetry,[1] has recommended itself to Dr. Trench, the present Protestant Archbishop of Dublin. “In Romanism we have the residuum of the middle-age Church and theology, the lees, after all, or well nigh all the wine was drained away. But in the medieval Church we have the wine and lees together—the truth and the error, the false observance and yet at the same time the divine truth which should one day be fatal to it—side by side.” For such thinkers the sum of all the history of that period amounts to this: a long struggle between two Churches—one a Church of truth, the other a Church of error—a struggle which, however, ended happily in the triumph of the Church of truth by the Reformation, in which the truth was purified from its contact with error.