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O fusse sol la míe l’irsuta pelle,
Che del suo pel contesta, fa tal gonna,
Che con ventura stringe sì bel seno,
Ch’ i’ l’are’ pure il giorno; o le pianelle,
Che fanno a quel di lor basa e colonna,
Ch’ i’ pur né porterei due nev’ almeno.
(Poesías, LXVI)
XVIII
Véase página [201].
Felice spirto, che con zelo ardente,
Vecchio alla morte, in vita il mio cor tieni,
E fra mill’ altri tuo’ diletti e beni
Me sol saluti fra più nobil gente;
Come mi fusti agli occhi, or alla mente,
Per l’altru’fiate, a consolar mi vieni:
Onde la speme il duol par che raffreni,
Che non men che 'l disio l’anima sente.
Dunque trovando in te chi per me parla,
Grazia di te per me fra tante cure,
Tal grazia né ringrazia chi ti scrive.
Che sconcia e grande usur saria a farla,
Donandoti turpissime pitture
Per riaver persone belle e vive.
(Poesías, LXXXVIII)
XIX
Véase página [202-203].
Se 'l mio rozzo martello i duri sassi
Forma d’uman aspetto or questo or quello,
Dal ministro, che’l guida iscorge e tiello,
Prendendo il moto va con gli altrui passi.
Ma quel divin, che in cielo alberga e stassi,
Altri, e sé più, col proprio andar fa bello;
E se nessun martel senza martello
Si può far, da quel vivo ogni altro fassi.
E perchè 'l colpo è di valor più pieno
Quant’ alza più se stesso alla fucina,
Sopra 'l mio, questo al ciel n’è gito a volo.
Onde a me non finito verrà meno,
S’or non gli dà la fabbrica divina
Aiuto a farlo, c’al mondo era solo.
(Poesías, CI)