La vedovella, quando dorme sola,
Lamentarsi di me non ha ragione…
Quand'ode il suono d'una tal parola
La traditrice di tante persone,
Che piu fuggir non puo, s'ella non vola,
Ne i capelli et negliocchi le man pone,
Che ben s'accorge che 'l trentun vien via,
Per castigar la sua poltronaria.

Eccoti il sotio, c'ha in mano un ferale,
Che vol veder pur la Zaffetta in viso,
Visto ch'ei l'ha, con bel parlar morale
Disse: Signora, i vengo à darvi aviso
Come sta notte un trentuno reale
Quel che v'adora vuol darvi improviso;
Et pregha, se non è qual meritate,
Ch'accettando 'l buon cor gli perdoniate.

Quand'ella sente la festa annontiarse,
Al minacciar zaffesco à un tratto corre,
Et vol del sangue di colui satiarse
Che la verginita l'ardiva à torre.
Con puttanesco pianto à humiliarse
Comincia poi, perch'è savia, e discorre
Che 'l gentilhuom secondo del trentuno
Chiavato ha dietro Borrino et ognuno.

Dicea la Zaffa borse à una Signora,
Ch'in Vinegia ciascun la prima tiene,
Ch'è fanciullina e 'l latte ha in bocca anchora,
À dar questo trentun non fassi bene.
Deh Dio! ah Dio! volete voi ch'io mora,
Magnifico Messer dolce e da bene?
Se sta notte salvate l'honor nostro,
Questo dritto e riverso è tutto vostro.

E duo sessi squinterna, in cui le frappe
D'alcun che l'ama ogni vertu colloca.
Ma 'l trenton, che le tocca e coscie e chiappe,
Disse ch'ell'ha carne di grua e d'oca,
Riccamata di brozze, come cappe,
E negre, e schiffe in morbidezza poca.
Non puzza, no, perche caccia i fetori
De la bocca et de i piei con mille odori.

Il giovin nontio del trentun gentile,
Ch'à la libera vive per natura,
La conforta à far animo virile,
Tal che la Zaffa stringhe, entra in bravura,
Et chiama un'atto di persona vile
Chi vendetta di far con donne cura;
Ond'ei, ch'entreria in colera con Dio,
Disse: Voltati in la, potta di Dio.

Voltassi in la col capo humile e basso
Sua Signoria, et ei, drizzato 'l stocco,
Dietro à la porta glie 'l messe per spasso,
Non da lussuria, ma da un grizzol tocco.
E qui è, Signor, da notar un bel passo,
Per cui à Chioggia invidia ha Malamocco.
Non so s'è me' tacerlo o meglio dirlo,
Ma serri gliocchi chi non vuole udirlo.

Lo stocco di quel giovane ch'io dico,
Essendo duro, parea proprio un sasso;
L'ostreghe che 'nghiotti la Zaffa amico
Andando vive pel suo corpo à spasso,
A quello s'aggrappar con forte intrico.
Sentendo questo il gentil'huomo, un passo
Tirossi in dietro; e 'l stocco dischiavato,
D'ostreghe 'l vide tutto riccamato.

Et cosi, com'egli era, uscendo fuora,
Il miracolo à i sotii mostro chiaro.
Le risa che di cio fur fatte allhora,
Non ve le contarebbe un calendaro;
E mentre le reliquie la Signora
Tenea scoperte, e facea pianto amaro,
Eccoti un pescator pazzo e bestiale,
Ch'un mezzo braccio ha lungo il pastorale.

Et senza dir: Cor mio, ne dar conforto,
À lei s'aventa e la gran lancia arresta,
E con un guardo villanesco e torto
Le coscie l'apre, et incartolla à sesta.
Grido la Zaffa: Matti, tu m'hai morto;
E su la sponda inchinando la testa,
Stette tanto in angoscia et in dolore,
Che venne un'altro in cambio al pescatore.