Incominciò da Pelusio, or Paraméa, nell'Egitto. Di là il torrente dello struggitore contagio, dividendosi quasi in due rami, si estese, da un lato verso l'Oriente, donde passò ad infettare la Palestina, dall'altro verso l'Occidente in Alessandria, donde si propagò sulla maggior parte della terra abitata. Si nota che nel suo corso tenne una certa regolarità. Non percosse leggiermente alcun paese, e non ne lasciò illeso nessuno. Nella durata della sua violenza mantenne per tutto certo periodo a un di presso eguale. Se una città veniva devastata dalla peste, e alcuni luoghi vicini ne andavano illesi, l'anno seguente vieppiù su d'essi rincalzava le sue violenze e malori; se in una città appestata alcuni quartieri restavano immuni dal contagio, quella sciagura non era che differita all'anno vegnente. Non diversità di luoghi, non qualità di stagioni, non differenza di condizione, di età, di temperamento, di mezzi erano atti a procurare salvezza. Narrasi in oltre essersi osservato, che mentre trovavasi travagliata dal morbo una città, quelli, che alla medesima appartenevano, venivan colti dal morbo, ancorchè s'attrovassero in paese sano e straniero; mentre gli stranieri in un paese, invaso dal contagio, n'erano spesso esenti, e gl'indigeni presi senza eccezione.

Evagrio e Procopio, che trovavansi in quel tempo a Costantinopoli, ci hanno lasciato la descrizione delle stragi, che questa peste ha prodotte in quella magnifica capitale dell'impero. Le loro narrazioni però traboccano di circostanze inverissimili, e straordinarie; quindi è mestieri spogliarle del troppo maraviglioso, che secondo il gusto di que' tempi si risguardava forse come un abbellimento del dire. Si raccoglie dalle narrazioni di detti autori, che il contagio si appalesava comunemente per certe alterazioni nelle funzioni del cervello, cioè sogni spaventevoli, visioni di un'immaginazione malata, idee di terrore, irrefrenabile timor della morte, compassionevoli grida, agitazioni, smanie e furori. Succedeva la febbre, la quale talvolta appariva così leggiera da trarne in inganno anche gli esperti sulla qualità del pericolo. Per lo più all'accesso della febbre gli occhi erano accesi, scintillanti, la faccia gonfia, e la gola infiammata. Se l'infiammagione della gola non cagionava prestamente la morte, il dì appressò o qualche altro dopo si manifestavano le parotidi, i buboni alle ascelle, agl'inguini, alle cosce; comparivano de' carbonchi, ovvero, cosa ancor più funesta, coprivasi il corpo di macchie livide e nerastre; succedeva il delirio, la frenesia, o il letargo, i vomiti di sangue, od altre emorragie, la diarrea, la gangrena, ed in breve ora la morte. Quando i buboni venivano a suppurazione e aprivansi sollecitamente, i malati miglioravano e guarivano. Ciò però solea di raro avvenire. Quasi tutti i malati morivano, e la maggior parte nel terzo giorno, o prima. Il male deludeva ogni soccorso dell'arte. I medici non vi sapevan che fare. Ogni loro pronostico era fallace. Le donne gravide perivan tutte coi loro frutti, tranne qualche raro caso.

Fra que' pochi, che avevano superata la malattia, alcuni soggiacevano a due e fino a tre recidive. Nessuno però superava la terza.

Da principio il numero de' morti non era sì spaventevole, ma aumentò successivamente, secondo Procopio, fino a diecimila al giorno.

Ne' primi mesi ciascuna famiglia era sollecita di dar sepoltura a' suoi. Non andò molto però che divenne impossibile poter soddisfare a questo pietoso ofizio; il perchè la maggior parte de' cadaveri si restava insepolta. L'indolenza dell'imperatore venne scossa da sì lagrimevole spettacolo. Quindi incaricò Teodoro, suo consigliere, di far dar sepoltura ai morti. Per questo fine gli assegnò alquante guardie del palazzo, e gli diede gran somma di danaro. Teodoro ve ne aggiunse molto del proprio. I più ricchi ne imitaron l'esempio; e pagarono, quanto oro occorreva, per far sotterrare i corpi de' loro parenti. Egli fe' seppellire quelli de' poveri, e di quanti imputridivano nelle case o in sulle strade. Quando furon riempiuti i sepolcri delle chiese, fece scavare delle ampie fosse fuori delle porte della città, entro alle quali tutto il resto venne gittato. Gli uffiziali però di questo pericoloso ministero caddero malati pur essi, e vi morirono. Per togliere, o scemar pericolo di malattia a quelli, che dovevano sottentrar negli ufizj, si avvisò di gittare i morti nelle torri, donde la città era fiancheggiata. Questa idea però fu altrettanto funesta, quanto si tien pericolosa l'osservanza di seppellir cadaveri nelle chiese. Altri becchini accatastavano i cadaveri dentro i battelli, abbandonati poscia in balia de' venti, ch'erano in seguito dai flutti respinti in sulle rive, dove i cadaveri terminavano la loro putrefazione. Un puzzo orribile, e insopportabili esalazioni contaminavano l'aria, ed aumentavano considerabilmente le infezioni e le morti, specialmente in que' giorni, in cui il vento portava alla città que' pestilenziali vapori. All'imperatore medesimo s'appiccò il contagio. Un carbonchio pestilenziale gli si manifestò, e fece molto temere della sua vita. Questo fatto pose il colmo al terrore degli abitanti. Osserva Procopio che nel tempo ch'era più grande il furor della peste, tacquero gli odj e' partiti; cessarono le dissolutezze, e diedersi gli uomini alle pratiche della religione; ma a misura che il male si rallentava pur riprendevano le usate abitudini, e divennero peggiori di prima. Nè anche la peste vale a render migliori i malvagi per rea indole, o per vecchia abitudine.

La peste dopo tante stragi in Costantinopoli si diffuse, come s'è detto, in quasi tutto l'Oriente, nell'Italia, in Francia, in Germania, e in altri luoghi.

Gli storici riferiscono aver essa durato 52 anni, devastando gran parte della terra. Sembra almeno che le varie pestilenze, delle quali fa menzione la storia dall'anno 542 sino alla fine del secolo, di cui parliamo, non sieno state pesti differenti, ma bensì nuove eruzioni dello stesso miasma pestilenziale; che al concorso di alcune circostanze riproducevasi, or con maggiore, or con minor violenza.

Tutte queste pestilenze vengono segnate dagli storici, come inguinali, cioè con buboni agl'inguini; dal che si deduce non essere state malattie d'altro carattere d'epidemia (Procop. de bello Persico lib. II. cap. 22. Evagr. Hist. Ecclesiast. lib. IV. Spond. Kircher. Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 543-44. La summenzionata peste, conservando la perniciosa sua indole, videsi inferocire ne' seguenti due anni per tutta l'Insubria, cioè per una parte dello Stato di Milano, nel Comasco, e in parte nel Cremonese. Quindi infierì pur anche in tutta la Liguria; che comprendeva la Riviera e lo Stato di Genova, il Monferrato, gran parte del Piemonte, ed una porzione dello Stato di Milano; inoltratasi pure al mezzodì della Francia; e v'ha ragion di credere ch'essa penetrasse più lungi (Leonard. Aretin. lib. II. Papon. op. cit. V. II. p. 260.).

A. dell'E. C. 546. Gli storici fanno menzione della peste, che in quest'anno si manifestò nella Germania, apparendo più comunemente con buboni agl'inguini, e perciò chiamatasi inguinale (Papon. op. cit.).