A. dell'E. C. 1316-17. Nel 1316 o non fu per anco del tutto estinto in Italia, o il pestifero seme vi rigermogliò. Imperversò nella Lombardia, e specialmente in Brescia, dove nello spazio di solo un mese uccise da sette mille persone secondo il Cavriolo. Nè solo in Italia quest'anno il contagio si limitò; chè le provincie Settentrionali dell'Europa, cioè a dire la Germania, l'Olanda, i Paesi Bassi, le Fiandre, il Belgio, una parte dell'antica Gallia, così pure la Polonia, ne andarono tutte, qual più, qual meno, travagliate e diserte. Continuò il reo malore pur nel 1317. Dirottissime piogge nella stagione di primavera, che non cessaron di rompere in tolta la state e l'autunno, avendo guastato le biade, ed altri prodotti del suolo, cagionaron la fame, che unendo a que' della peste i suoi terribili effetti, ne trasse quindi al sepolcro gran numero di persone. Riferisce il Bugati esser morti da un terzo degli abitanti di que' paesi, che furono infetti da questa moria (EL Cavriol. Cronic. Brix. Kircher. Lebenswaldt. Spondan. An. 1315.).

A. dell'E. C. 1335. L'anno 1335 di G. C. è celebre negli annali del mondo per la quantità incredibile di cavallette, che copriron la terra, e ne divorarono i seminati. S'attribuì ad esse la cagion della peste, donde quest'anno venne afflitta gran parte d'Europa. Ancorchè rigorosamente parlando ciò ammettere non si possa, è certo però che sì gran copia di quegli animali, accrescendo per tutto la putrefazione, sparse nell'aria strabocchevole quantità di principj eterogenei, e malsani. Aggiuntovi poi il disagio, e gli strazj della fame, v'ebbe pur assai di che predisporre gli uomini a nuovi malori e a nuove stragi (Bernard. Corio Storia di Milano part. 3. Papon. T. ii. p. 274.).

A. dell'E. C. 1340. Il Rondinelli e il Corio assicurano che la peste involò alla Toscana in quest'anno il sesto incirca della sua popolazione. In questo stesso anno vi fu la peste nella città di Sebenico in Dalmazia (Memorie esistenti nell'Archivio di detta città).

A. dell'E. C. 1342. In quest'anno la peste regnò in Francia. Si accusaron gli Ebrei di aver avvelenati i pozzi; e ciò bastò, perchè il popolo si scagliasse contro di loro, e tutto sopra d'essi ne scaricasse il furore (Papon. op. cit.).

A. dell'E. C. 1343. In quest'anno v'ebbe peste fierissima a Venezia, che durò sei mesi. Si propagò a Zara; ma quivi fece poco danno. (Petr. Pacifico Hist. Venet. p. 74).

A. dell'E. C. 1348. Questa, che ora son per descrivere, fu la peste la più terribile, che sia mai ricordata, dico la celebre Peste Nera. Tale sciagura non fu mai nè più generale nè più atroce. Secondo l'opinione degli storici più accreditati, questa pestilenza ebbe origine dal nord della China nel 1346 (e forse qualche anno prima); si andò propagando per l'Indie Orientali fino nella Soria; percorse la Turchia Asiatica e l'Europea; si propagò all'Egitto, alla Grecia, nell'Illirio, e in una parte dell'Affrica. Alcune navi de' cristiani, provenienti dal Levante, la introdussero nel 1347 in Sicilia; donde venne portata per lo stesso mezzo a Genova; s'apprese a Pisa, ec. Nel 1348 passò ad infettar tutta l'Italia, tranne Milano, il paese dei Grigioni, e di alcuni altri Cantoni a piè dell'Alpi, che dividono l'Italia dalla Germania, ne' quali fece poco danno. Nel medesimo tempo attraversò le montagne; si stese nella Savoja, nella Provenza, nel Delfinato, nella Borgogna, e in Linguadocca; penetrò in Ispagna, nella Catalogna, nei regni di Granata e di Castiglia, e percorse quasi tutte le provincie Spagnuole. Nel 1349 prese l'Inghilterra, la Scozia, l'Irlanda, e la Fiandra, eccetto il Brabante, dove recò poche offese. Nel 1350 s'inoltrò verso il nord, ed invase la Frisia, la Germania, la Polonia, l'Ungheria, la Danimarca, e la Svezia, e quasi tutto il settentrion dell'Europa. A questo tempo, e da questa calamità la repubblica d'Islanda ne andò distrutta. La mortalità vi fu sì grande in quell'isola agghiacciata, che gli abitanti, parte uccisi dal morbo, e parte dispersi per altri disagi, cessarono di formare un corpo di nazione. Quindi ritornò in Francia e in Italia, e devastò quella parte, che aveva lasciata illesa da prima. Nel 1361 là desolò, specialmente Avignone, e qui Parma, Milano e Venezia, dove fece orrendo strazio di quegli abitanti, privò di vita il doge Delfino, e più cardinali, come seguì in Avignone, nella qual città, sede a quel tempo de' pontefici, uccise tra gli altri sette cardinali e settanta vescovi. Passò di poi un'altra volta a Firenze nel 1363, dove ne morì lo storico Villani. In quell'anno stesso 1363 terminò, dopo tante stragi, e dopo aver distrutto, giusta il computo degli storici più accreditati, tre quinti di abitatori di tutta l'Europa.

Percorsi di tal modo in differenti tempi tanti paesi, e provincie diverse, e nessun risparmiatovi, dove pascolo aver poteva la morte, durò questa pestilenza diciotto anni incirca, ma non fu mai in detto corso nè più terribile nè più generale, quanto nel sopraddetto 1348. In quest'anno, fra le molte città d'Italia, invase dal morbo, fieramente ne fu presa Fiorenza, e Giovanni Boccaccio con molto splendor di eloquenza ne la descrisse; la qual piacemi di soggiugnere dall'edizione Cominiana.

Descrizione della peste di Firenze dell'anno 1348.

Boccaccio, Decamerone Giornata I.

«Già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di mille trecento quarant'otto, quando nell'egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra Italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale per operazion de' corpi superiori, o per le nostre inique opere, da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti Orientali incominciata, quelle d'innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d'un luogo in un altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era ampliata; ed in quella non valendo alcun senno, nè umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da ufficiali sopra ciò ordinati, e vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo, e molti consigli dati a conservazion della sanità, nè ancora umili supplicazioni non una volta, ma molte, ed in processioni ordinate, ed in altre guise a Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso, era manifesto segno d'inevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento d'essa a' maschi, ed alle femmine parimente, o nell'anguinaia, o sotto le ditella certe enfiature; delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, ed alcune più, ed alcune altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere, ed a venire: e da questo appresso s'incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere, o livide, le quali nelle braccia, e per le cosce, ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi, e rade, ed a cui minute, e spesse. E, come il gavocciolo primieramente era stato, ed ancora era, certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno, a cui venieno. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse, o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse, o che la 'gnoranza de' medicanti (de' quali, oltre al numero degli scienziati, così di femmine, come d'uomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse, e per conseguente, debito argomento non vi prendesse; non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dalla apparizione de' sopraddetti segni, chi piuttosto, e chi meno, e il più senza alcuna febbre, o altro accidente morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza, perciocchè essa dagl'infermi di quella per lo comunicare insieme s'avventava a sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche, o unte, quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male, che non solamente il parlare, e l'usare congl'infermi dava a' sani infermità, o cagione di comune morte; ma ancora il toccare i panni, o qualunque altra cosa da quegl'infermi stata tocca, o adoperata, pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è ad udire quello, che io debbo dire; il che se dagli occhi di molti, e da' miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegno udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece; cioè, che la cosa dell'uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della specie dell'uomo, non solamente della 'nfermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio occidesse: di che gli occhi miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l'altre volte, un dì così fatta esperienza; che essendo gli stracci d'un povero uomo, da tale infermità morto, gittati nella via pubblica, ed avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume, prima, molto col grifo, e poi co' denti presigli, e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose, e da assai altre a queste somiglianti, o maggiori, nacquero diverse paure, ed immaginazioni in quegli, che rimanevano vivi, e tutti, quasi ad un fine tiravano assai crudele: ciò era di schifare, e di fuggire gl'infermi, e le lor cose: e così facendo si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, i quali avvisavano, che il vivere moderatamente, ed il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere: e, fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, ed in quelle case ricogliendosi, e rinchiudendosi, dove niuno infermo fosse, e da viver meglio, dilicatissimi cibi, ed ottimi vini temperatissimamente usando, ed ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori di morte, o d'infermi alcuna novella sentire, con suoni, e con quelli piaceri che aver potevano, si dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano, il bere assai, ed il godere, e l'andar cantando attorno, e sollazzando, ed il soddisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse, e di ciò, che avveniva, ridersi, e beffarsi, essere medecina certissima a tanto male; e così, come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno, e la notte, ora a quella taverna, ora a quell'altra andando, bevendo senza modo, e senza misura: e molto più ciò per l'altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero, che loro venissero a grado, o in piacere. E ciò potevan far di leggiere, perciocchè ciascun (quasi non più viver dovesse) aveva, siccome se, le sue cose messe in abbandono; di che le più delle case erano divenute comuni, e così l'usava lo straniere, pure che ad esse s'avvenisse, come l'avrebbe il propio signore usate: e con tutto questo proponimento bestiale, sempre gl'infermi fuggivano a lor potere. Ed in tanta afflizione, e miseria della nostra città, era la reverenda autorità delle leggi così divine, come umane quasi caduta, e dissoluta tutta per li ministri, ed esecutori di quelle, li quali, siccome gli altri uomini, erano tutti o morti, o infermi, o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito, quanto a grado gli era, d'adoperare.