A. dell'E. C. 1436. La Lusitania propriamente detta, ossia il Portogallo, l'Estremadura, e la vecchia Castiglia (dacchè tutti e tre questi regni erano una volta compresi nella Lusitania), furon quest'anno miseramente devastati dalla pestilenza, la quale durò più anni continuamente. Il re Edoardo, che per cessarne il pericolo s'era ritirato nel monastero di Thomast, prese il contagio per una lettera da esso incautamente aperta, la quale dopo stata infetta, se gli era fatta pervenire coll'espresso divisamento di appiccargli la peste. Questo sventurato principe morì da quello, dirò così, assorbito malore il dì 9 Settembre 1438 nell'età di 37 anni (Spondan. hoc ipso anno, Marian. lib. 21. cap. 13.).
A. dell'E. C. 1437. La città di Ragusi andò in quest'anno pur devastata dalla peste. Dessa fu d'indole così maligna e violenta, che nel corso di soli tre mesi, ne' quali infuriò, cioè dal primo Aprile a tutto Giugno, spogliò la città quasi interamente di abitatori. La maggior parte de' patrizj però si è preservata; dacchè al primo scoppiare del morbo si sono ritirati a Gravosa, ed altri ricoveratisi in altri luoghi. Considerevole numero di persone imitarono il loro esempio, sottraendosi colla fuga a tale calamità. Di undici patrizj rimasti in città alle redini del governo, dieci ne sono morti; il più vecchio sopravvisse, e morti sono del pari tutti quelli, che rimasti erano ad abitar la città. Si nota essere stata questa peste introdotta da certo nobile Resti (Compend. Hist. Ecclesiast. Rhacusinae; Sal. de Diversis Descriptio Rhagusina pag. 146 et seq.[12]).
A. dell'E. C. 1438. Nella città di Venezia la peste consunse quest'anno gran numero di abitanti, sotto il principato di Francesco Foscari (Sabellic. Decad. 3. lib. 6. Gratiol. ad. h. a.). In questo stesso anno 1438 il contagio penetrò in parecchi altri paesi d'Italia, e si propagò in Francia, in Germania, e in Inghilterra.
Dopo sette anni di tristissima carestia, e di notabil disagio d'ogni cosa necessaria alla sussistenza, quest'anno fu sommamente fertile, ma pur venne fieramente travagliato dalla peste, che continuò in varie parti delle sopraccennate regioni fino alla primavera del seguente anno 1439, ed in altra fino il 1440, spopolando, e distruggendo parecchi paesi. Notano gli storici che nella città di Costanza si contavano fino 4000 morti al giorno, lo che però sembra esagerato e così in altri luoghi, fino al successivo anno 1440. Nel 1439, nel tempo in cui l'esercito di Milano teneva assediata Brescia, detta città provò prima gli orrori della fame, poi quelli della peste (El. Cavriol. lib. 10.). Il morbo aveva per sintomo particolare un profondo letargo; tal che i malati dopo un apparente sonno di due o tre giorni si destavano, ricadendo poi tra poco in agonia (Lebenswaldt; Papon. Adami; opp. cit.).
A. dell'E. C. 1440. La peste in quest'anno fece orrendo strazio a Basilea, dove a quel tempo tenevasi il famoso Concilio. Parecchi di que' prelati, ed altri padri insigni della chiesa ivi ragunati perirono vittime dello struggitore contagio. Enea Silvio Piccolomini, poi Pontefice Massimo sotto il nome di Pio II, fu pure da questa peste invaso, e ne guarì; e ne la descrisse in un singolare suo libro de Peste (Tarcagnot. opp. cit. lib. 19.).
A. dell'E. C. 1448-49-50. Gran parte di Europa, quasi tutta l'Italia, e in particolar modo il Milanese, e l'Insubria intera andarono a questi anni soggette a pestilenza, la quale si mantenne fierissima per circa due anni, attaccando or l'uno or l'altro paese; e nè anche la Dalmazia andò esente nell'anno 1449 da tale calamità[13]. La Francia, la Germania, e la Spagna nel 1450 furono pur travagliate ferocemente dalla peste. Si pretende, che nel 1450 essa involasse alla sola città di Parigi quaranta mille persone in due mesi. Dice il Senac (Traité de la peste p. 23.), «il Quercetano è il solo medico, che dell'indole di questa peste ci abbia data un'idea». Soggiunge, «essa era accompagnata da accidenti terribili. Lo spavento invadeva tosto gli animi i più coraggiosi e più fermi, di maniera che non permetteva loro di vedere altri oggetti, che una morte inevitabile. Abbandonati intieramente alla disperazione, s'avviluppavano essi medesimi in un lenzuolo. Altri non avevano neppur il tempo di occuparsi di questo apparato funebre, poichè morivano improvvisamente. Quegli, che avevano la sventura di percorrere il corso della malattia, venivano coperti da pustule carbonchiose, terribile conseguenza delle febbri pestilenziali». (Ciacconio nella vita di Nicolò V. Platina nella vita dello stesso; Bernardin. Corio Storia di Milano; Joann. Tarcagnot. Hist. Mund. P. II. lib. 19. Saladin. Ferro Tract. de Peste. Jul. Palmarius de Morb. Contag. Francisc. Rondelet opp.).
A. dell'E. C. 1453. Michele Sachs nella vita di Federico III narra, che in quest'anno v'ebbe peste fierissima ad Erfurt capitale della Turingia nella Sassonia, vittime della quale restarono da ventotto mila persone.
Qualche comentatore sostiene essere questo numero esagerato; pure se si consideri che Erfurt è città grande, in un terreno assai fertile, e se ora non è molto popolata, la sua vastità però mostra di esserne stata altra volta. Di più, considerato che nel principio del secolo decimoquinto era al sommo della sua floridezza, concorrendovi alla sua Università, fondata nel 1392, gran numero di studenti, non v'ha ragione per credere di troppo esagerato il numero sopraddetto.
A. dell'E. C. 1456. Col mezzo di mercanzie infette venne introdotta in quest'anno la peste a Ragusi, la quale uccise circa un quaranta individui del corpo nobile, e 500 dell'altre classi del popolo. Anco in questa circostanza la maggior parte degl'individui del corpo nobile, e molte altre famiglie si erano ritirate a Gravosa, e in altri luoghi del territorio (Farlati Histor. Eccles. Rhacusin. pag. 163.).
Nello stesso anno 1456 vi fu peste a Spalatro, e nell'isola di Pago in Dalmazia. In una relazione del Conte di Pago al magistrato al Sal di Venezia si legge: che fino al giorno due Luglio di quell'anno 1456 erano da 300 persone perite dalla peste in quella appena costrutta, e non ancora terminata città.