A. dell'E. C. 1526-27. Incrudeliva la peste fieramente in Italia, quando nel 1526 col mezzo di alcune mercanzie provenienti da Ancona furono portati in Ragusi i funesti semi del micidiale contagio. Questo in pochi giorni si propagò in tutta la città e nel territorio, e vi fece orribili stragi; per modo che nello spazio di circa venti mesi, che durò tal pestilenza, fra la città e il contado sono morte da circa ventimila persone, delle quali otto mille entro i recinti della città. Riporto uno squarcio della storia di F. Serafino Razzi relativo alla sopra indicata pestilenza, perchè può tornar utile ai nazionali, e perchè vi si trovano descritti alcuni fatti, i quali in seguito dell'opera servir possono a viemeglio provare alcune essenziali verità[15].
Da un antico manoscritto si raccoglie che nello stesso anno 1526 vi fu pur la peste a Spalatro (V. Bajamonti Storia della Peste della Dalmazia degli anni 1783-84. p. 137.).
A. dell'E. C. 1527. V'ebbe in quest'anno mille cinquecento ventisette e nei precedenti peste terribile e struggitrice nella città di Firenze ed in tutta la Toscana. Di essa ci lasciò una succinta, ma elegante descrizione messer Niccolò Machiavelli, che ora mi giova di riportare.
Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527.
di Niccolò Machiavelli.
«Non ardisco in sul foglio porre la timida mano per ordire sì nojoso principio; anzi quanto più le tante miserie fra la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa. E sebbene il tutto ho visto, mi rinnova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fusse, da tale proponimento indietro mi ritrarrei. Il soverchio disio nondimeno, quale ho di sapere, se ancora voi vivo sete, romperà ogni timore. Non altrimenti che si resti una città dagl'infedeli forzatamente presa, e poi abbandonata, si truova al presente la misera Fiorenza nostra. Parte degli abitatori, siccome voi, la pestifera mortalità fuggendo, per le sparte ville ridutti si sono, parte morti, parte in sul morire; inmodochè le cose presenti ci offendono, le future ci minacciano, e così nella morte si travaglia, nella vita si teme. O dannoso secolo, o lagrimabile stagione! Le pulite e belle contrade, che piene di ricchi, e nobili cittadini esser solevano, sono ora puzzolenti, e brutte, di poveri ripiene; per la improntitudine de' quali e paurose strida, difficilmente e con timore si va. Sono serrate le botteghe, gli esercizj fermi, i Fori tolti via, prostrate le leggi. Ora s'intende questo furto, ora quell'omicidio; le piazze, i mercati, dove adunarsi frequentemente i cittadini soleano, sepolcri son ora fatti, e di vili brigate ricettacoli. Gli uomini vanno soli, e in cambio di amica, gente di questo pestifero morbo infetta si riscontra. L'un parente seppure l'altro truova, o il fratello il fratello, o la moglie il marito, ciascuno va largo. E che più? Schifano i padri e le madri i propri loro figliuoli, e gli abbandonano. Chi fiori, chi odorifere erbe, chi spugne, chi ampolle, chi palle di diverse spezierie composte in mano porta, o per meglio dire al naso sempre tiene; e questi sono i provvedimenti. Sonci certe canove ancora, ove si distribuisce pane, anzi per ricorre gavoccioli si semina. I ragionamenti ch'esser solevano in piazza onorevoli, e in mercato utili, in cose miserabili e meste si convertono. Chi dice: il tale è morto, quell'altro è malato, chi fuggito, chi in casa confitto, chi allo spedale, chi in guardia, chi non si truova, e somiglianti nuove, atte colla sola immaginazione a fare Esculapio, non che altri ammorbare. Molti vanno ricercando la cagione del male, ed alcuni dicono: gli astrologi ci minacciano: alcuni: i profeti l'hanno predetto; chi si ricorda di qualche prodigio, chi la qualità del tempo e la disposizione dell'aria atta a peste ne incolpa, e che tal fu nel 1348 e 1478 ed altre di tal maniera cose; immodochè d'accordo tutti concludono, che non solo questa, ma infiniti altri mali ci hanno a rovinare addosso. Questi sono i piacevoli ragionamenti, che ad ogni ora si sentono; e benchè con una sola parola dinanzi agli occhi della mente questa nostra miserabile patria porre vi potessi, dicendovi che di vederla tutta dissimile e diversa da quella che veder solevi già, v'imaginassi (che niuna cosa meglio che tale comparazione in voi medesimo fatta dimostrarlavi potrebbe) voglio nondimeno che considerare più particolarmente la possiate; perchè la cosa immaginata alla verità di quello che s'immagina al tutto mai non aggiugne. Nè mi pare da potervela dipignere con migliore esemplo che col mio; perciò vi descriverò la vita mia, acciò da essa possiate tutta quella di qualunque altro misurare........».
Questa peste afflisse la Toscana e specialmente Firenze dall'anno 1522 a tutto il 1527. Di essa vi perirono più di 200 mila persone nel solo dominio della Repubblica Fiorentina. (Ne fanno menzione il Varchi e varj altri Cronologisti).
Nell'anno mille cinquecento ventisette fierissima peste spopolò la Puglia, ed altri paesi circonvicini (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1527-28-29. Nel medesimo anno mille cinquecento ventisette erano venute in Roma col marchese dal Guasto molte truppe tedesche e spagnuole, le quali restarono ivi esposte alla pestilenza, la quale già incominciata, vi fece un gravissimo danno, e che fu più fiera e più funesta nell'anno successivo. La pestilenza era anco penetrata in castel s. Angelo con pericolo grande della vita del pontefice Clemente VII, intorno al quale morirono alcuni di quelli che servivano la sua persona. (Guicciardini Storia d'Italia lib. XIX.).
Nell'anno 1528 attivandosi la città di Napoli strettamente assediata dai Francesi comandati da Lutrech, soffrì gravissima pestilenza; la quale si appiccò anco all'esercito degli assedianti per contagione di gente uscita di Napoli. Lo stesso Lutrech ne fu preso, e guarì, mentre Valdemonte altro capitano, da questo morbo perì. L'esercito ne andò per la contagione molto scemato e pressocchè distrutto. (Guicciardini l. c.). In detto anno 1528 incrudelì fieramente la peste sì a Napoli, che a Roma, che quelle due illustri città perdettero gran numero de' suoi abitatori. Continuò la contagione nel seguente anno 1529. Si tenne conto, che in due anni a Napoli andarono estinti da questa pestilenza più di sessanta mila persone (Giannone Storia Civile del Regno di Napoli). Assicura poi il Bugati che a Roma perirono da nove decimi di quella popolazione; il che pare esagerato con ogni evidenza. Checchè però ne sia, prova che gravissima ne sia stata la mortalità, e sommamente fiera e maligna l'indole del morbo.