Notarono i medici, e gli storici di questa pestilenza, certe varietà nel corso e negli effetti della malattia in tutto il suo stadio; e così i miglioramenti e' peggioramenti. Questi all'influsso della luna piacque ad essi di attribuire; la quale virtù dei moti lunari sulla peste è stata da molti autori, anco de' più accreditati, apertamente accordata in altri casi di peste. Osserva il Rondinelli, che nel principio del male sotto il plenilunio peggioravano i malati, e succedeva un maggior numero di nuove infezioni; e nella luna decrescente all'incontro miglioravano, e ne succedeva assolutamente il contrario verso la fine del male.
Intorno all'influsso, attribuito alla luna in tempo di peste, sono state scritti appositi trattati in varie opere. Vedi de Influxu Lunae tempore pestis.
Tra i preservativi più accreditati in questa pestilenza, «usavasi pigliare della triaca, delle pillole di rufo due o tre volte la settimana; chi si ungeva il cuore, e i polsi avanti si vestisse con l'olio contra veleno, e fu usitato assai l'olio di carabe, ungendosi le narici, portandosene in un vasetto per odorare; quasi ognuno teneva in mano una palla di ginepro bucata, ove si metteva della canfora, ovvero una spugnetta con aceto, o olio contra veleno, carabe, o cose simili; altri tenevano in bocca del zolfo sodo, o mirra, e molti la pietra giacinto, oppure legata in qualche anello, in modo che toccasse la carne, per esserci opinione, che questa pietra abbia un'occulta proprietà contro la peste; la maggior parte adoperava quella usitata ricetta di pigliar ruta, fico secco, noce, e sale, segreto, sebbene comune, antico, e che fu trovato da Lucullo fra le scritture di Mitridate». (Rondinelli Relaz. del Contag. stato in Firenze l'anno 1630 e 1633; Righi Alexand. Histor. morbi contagiosi, qui Florentiam depopulatus est anno 1630). Così pure la città di Livorno fu allo stesso tempo fieramente travagliata da pestilenza, ed altre molte città d'Italia, oltre le già menzionate; sulle quali troppo lungo sarebbe entrare in ulteriori particolarità[24].
A. dell'E. C. 1632. In quest'anno 1632, secondo il Lebenswaldt, si manifestò la peste in molti luoghi della Germania[25]; poi nel 1633 incrudelì fieramente nella Slesia, e n'andò pur afflitta la città di Vienna, dove il numero de' morti giunse a circa 600 alla settimana; e fino a mille in Norimberga. Pressochè altrettanti ne morivano in Augusta, soggetta nello stesso tempo al doppio flagello della peste e della fame. Ma nel 1634 la stessa pestilenza travagliò la Sassonia (Lebenswaldt, Adami, op. cit.). Così nel 1635 la peste infierì a Francfort sul Meno. Di questa peste scrisse partitamente Lodovico Honing Würg-Engel, e qualche saggio ne dà la Collezione, intitolata Wiennerische Pestbeschreibung und Infectionsordnung, p. 16.
A. dell'E. C. 1635-36-37. A questi anni la peste si sparse per tutto il Belgio, e nella maggior parte della Germania Superiore; ma più di ogni altra Provincia travagliò la Gheldria, e particolarmente Nimega nel 1636. Questa peste è quella celebre, che descrisse il Diemerbroek nel suo copiosissimo trattato de Peste, nel quale oltre a molte sue utili osservazioni ci ha lasciato descritte cento storie di peste.
Ecco il sunto della storia di quella peste summenzionata. La primavera dell'anno 1635 fu tiepida e moderatamente umida. Vi susseguitò una state caldissima e secca, dominata quasi costantemente da un'aria sciroccale e spesso soffocante, senza che mai alcun altro vento spirasse. Vi si osservarono nell'atmosfera frequenti fenomeni celesti straordinarj; spessi fulmini sotto un cielo, sparso appena di nubi, anzi quasi del tutto sereno. L'inverno fu tepido e umido. Vi ebbe massima e quasi incredibile copia d'insetti, quale non fu veduta giammai; zanzare, farfalle, scarafaggi, calabroni, e soprattutto un'immensa quantità di mosche e di moscherini di varia spezie, a tale che l'interno delle pareti era tutto coperto di loro, ed in alcuni siti l'aria era infoscata da i nuvolosi corpi d'insetti[26]. La quantità degli uccelli, soliti ad abitar la campagna, si fece molto minore, e, ciò che più sorprende, gli uccelli, avvezzi alle gabbie domestiche, morivano due o tre giorni, prima che si appiccasse la peste agl'individui delle respettive famiglie. Gli aborti erano frequentissimi; e qualche tempo, prima che si manifestasse la peste, vi dominavano morbi di maligna indole, come il vajuolo, i morbilli, le dissenterie maligne, le febbri puerperali, le putride nervose, o tifiche, e simili, e ciò con grave mortalità: le quali cose presagivan già presso maggiori disgrazie. La peste si manifestò da prima a Leyden, e vi uccise più di venti mille persone; si propagò nella Gheldria; e nel Novembre del 1635 si accese a Nimega. Quivi s'accrebbe d'assai nei mesi di Gennajo, Febbrajo, e Marzo; e nell'Aprile pervenne al suo più alto grado di ferocia. Proseguì poi collo stesso furore sino al finir dell'Ottobre. In quello spazio di tempo imperversò di sì fatta guisa, che in tutta la città non vi ebbe casa, che fosse restata immune dal contagioso eccidio. Innumerevole quantità di persone cadeva per tutto sotto la falce di morte; e le più luttuose scene ed orrende ad ogni istante in parecchie parti si rinnovavano, non cedendo la ferocia del male a nessun rimedio o preservativo. Vi cominciò poi a diminuirsi l'intensità del morbo nel Novembre del 1636. Acutissimo improvviso freddo, avvenuto circa la metà del Febbrajo 1627, ne la spense del tutto; sì che nel Marzo ne fu intieramente libera la città, non però la campagna, ed altri circonvicini paesi, specialmente la diocesi di Utrecht e di Monforte, continuando ad inferocirvi tutto l'anno 1637. Il numero degli abitanti, morti di questa pestilenza, non saprei dire precisamente qual fu, poichè nol rinvenni indicato; e mentre uomini, donne, e fanciulli di ogni età e condizione venivano o in poche ore o improvvisamente tratti a morte dalla violenza del male, i vecchi ed i cachettici n'andavano per lo più immuni. Il Diemerbroeck, medico celebre e dotto filosofo, che si trovava a quel tempo con molta pratica in Nimega, continuandovi generosamente l'esercizio dell'arte sua a gran numero di appestati, e poveri e ricchi, quanto vi durò il male, si giovò di quella trista occasione per farne le più esatte osservazioni; delle quali poi arricchì l'opera summenzionata. Eccone il sunto, dico di quelle sue osservazioni pratiche.
Due o tre giorni avanti il novilunio ed il plenilunio la malattia si esacerbava costantemente; e se ne accresceva il numero degli appestati. In tal ricorrenza di tempo l'invasione del morbo era fiera e violenta, e la morte ne succedeva nello spazio di poche ore. La malattia alcune volte incominciava e finiva senza febbre; in alcuni poi, e non pochi, incominciava benissimo senza febbre, ma poco appresso gli soppravveniva, e in molti si sviluppava con leggieri brividi, ai quali teneva dietro la febbre, talora ardente; ma per ordinario la febbre n'era moderata. Le donne incinte, prese dalla peste, abortivano e perivano quasi tutte. Le non appestate, che partorivano felicemente, e al loro termine, se contraevano il contagio, coi loro infanti perivano pur esse. Agli uomini, adulti, o sposi, poco abituati nella voluttà, e che vi si abbandonavano, s'appiccava il morbo subitamente, e ne morivano fra due o tre giorni. Alla peste s'univano sempre l'altre malattie, che si dicono intercorrenti; per modo che in tutto quell'anno non si videro mali di altra natura, o non accoppiati colla peste. La morte ordinariamente ne succedeva avanti il settimo giorno dallo sviluppo. Molti rapidamente morivan nel primo giorno, altri nel terzo o nel quarto, la massima parte nel quinto o nel sesto. Ne' malati, che oltrepassavano il settimo, restava speranza di guarigione. Per altro alcuni si vider morire nel dì ventidue; ed altri nel ventottesimo giorno.
Sintomi.
Febbre, perturbamento, smania, agitazione della persona, ansietà considerevole, calore interno per lo più grande, cefalalgia (ossia dolor di testa) gravativa, rare volte acuta, terrore, delirio, e spesse volte delirio frenetico, sussulto di tendini, e quasi leggiere contrazioni muscolari, veglia continua in alcuni, sopore profondo in altri, offuscamento della vista, amaurosi, sufolar degli orecchi, e talor sordità, secchezza di lingua, che diventava, rare volte, nera, alito e sudori fetidi, graveolenti, frequenza di sincopi, polsi ora forti e pressochè naturali, ora deboli, frequenti e ineguali, emottisi (ossia sputo di sangue), piccola tosse secca, sete, inappetenza, dolor violento all'epigastrio, o allo scrobicolo del cuore, nausee, vomiti, diarree di materie crude, e fetenti, di odor cadaverico, talvolta miste con vermi, singulto, orine ora naturali, ora crude, ora sedimentose, or cariche e torbide, in alcuni anche sanguigne, qualche volta varie nel corso della medesima giornata; prostrazione, abbattimento estremo di forze, ed impotenza al moto fin dal principio del male, in altri robustezza, esaltamento di forze fino alla morte; calore esterno ardente, acre, in alcuni naturale; il colore del viso in alcuni pallido, in altri quasi erisipelatoso, nella maggior parte però poco dissimile dal naturale; petecchie, e macchie per lo più paonazze, livide o nere, rare volte rosse, ora picciole, ora larghe, quasi sempre perfettamente rotonde, ora in una sola parte del corpo, ora sparse su tutta la persona, sopravvenienza di carbonchi, buboni, o tumori agl'inguini, alle ascelle, alle parotidi, e ad altre glandule escretorie.