In questi anni 1630-31 il pestifero morbo di sì fatta guisa si dilatò per tutta l'Italia, che assai poche città e paesi n'andarono illesi dall'infezione. Questo terribile flagello fu particolarmente funesto nella Lombardia a Milano, come si è detto, ed a Mantova; e quasi interamente ne restò spopolata Cremona. Parma e Piacenza ne furono anch'esse miserando spettacolo al duca Farnese; perchè s'avvisò di richiamare dalla vicina campagna i suoi abitanti a ripopolarle. Così pur Lucca, Lodi, Bergamo, e Brescia furono da questa funestissima labe fieramente vessate. Crema quasi prodigiosamente si conservò qualche tempo, ma finalmente essa pure non andò esente dalla strage comune. In Modena penetrò la peste nel Luglio 1630, e terminò in Novembre 1631 dopo avervi ucciso da 12,000 persone. In Torino si manifestò nel mese di Gennajo 1630, e terminò in Agosto 1631, stante che fin dai primi sentori del morbo tutti i più agiati cittadini fuggirono dalla città, non restatovi in essa che da 11,000 persone, di cui solo tre mila ne lasciò il contagio superstiti tra la città e' Lazzeretti. Si annovera Bologna fra le città dal pestilenziale flagello più fieramente percosse, e in proporzion di popolazione niente meno di Milano e di Venezia. Il medico Cavozza nella peste di Bologna ordinava il salasso fino allo svenimento; ma non apparisce però che questa pratica sia stata riconosciuta utile. La città di Faenza, essendosi mantenuta sana, rattenne i progressi del morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato nella Romagna; e ciò fu perchè poste dai Faentini le guardie al fiume Lamona, che scorre poco lungi dalla città, il degno Prelato, ch'era allora al governo di essa, indefesso vegliava alla sua custodia di giorno, e di notte, e quando meno alcun sel pensava, compariva a cavallo a rivedere le guardie, e là specialmente, dove il fiume era più facile a traghettare, non risparmiando ai disobbedienti nè minacce, nè castighi. Così la città di Reggio, ancorchè posta tra Modena, e Parma, ambedue città infette, sana lungamente mantennesi, e forse ne saria andata esente, se il male non vi fosse stato disavvedutamente portato da chi presiedeva alle leggi. In pari guisa la peste da Verona nel 1630 erasi dilatata fino ad Ostiglia, donde un veronese appestato, passato a Ferrara nell'alloggio di un suo compadre, ammalò, e vi appiccò il morbo, mortovi tra due giorni. Il cadavere vi fu tantosto abbruciato nella calce viva, e i famigliari, presso cui l'infermo erasi ricoverato, condotti al Lazzeretto fuori della città, se ne chiuse la casa, e vi si rinnovarono le opportune precauzioni. Per tal modo non restò presa dalla peste quella città, benchè il male si fosse inoltrato fino a Mellara e Brigantino, e, passato il Po, fossesi recato al Ponte di Lagoscuro, e in altre ville, da Ferrara poco discoste. Gran parte del merito di tale preservazione si attribuì ad un proclama pubblicato in Ferrara, che costrigneva ognuno a denunziare tutto, che sapesse poter alla salute pregiudicare. Pur la città di Treviso, ancorchè tutta assediata, dal male, per merito di saggia provvidenza, e di buona ed assidua vigilanza, illesa si preservò; mentre Vicenza, Padova, il Polesine, il Friuli, e quasi tutti gli altri paesi d'Italia al Veneto dominio soggetti, erano in preda agli orrori della peste. A Vicenza penetrò il contagio nel Luglio del 1630, portatovi da Verona col mezzo di alcuni soldati fuggiti di là, e ricoveratisi nel territorio Vicentino. Quivi durò circa sei mesi, ed in questo spazio di tempo perirono entro la città di Vicenza da circa 11,000 persone, e oltre a 30,000 nel suo territorio. S'inoltrò poco dopo da più parti lo stesso male in Padova: «perchè furono poste le guardie a' confini del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente a i passi, a cui bastava mostrare qualche buletta per passar oltre. Persone potenti da un'altra parte entravano per forza nel distretto Padovano, essendo in qualche paese le leggi come le tele di ragno, che fermano le mosche, ma cedono tosto a chi ha l'ali più vigorose. L'interruzion del commercio avea ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia, e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia. Fece un mercatante venire alquante balle d'essi cordovani da Venezia già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne lo spurgo, e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura. Questi ultimi infettarono prima i facchini, e poscia ogni sorta di persone» (Murat. Gov. Pest.).
Padova restò illesa dal contagio fino al Settembre del 1630. Nel dì 15 ne comparve il primo segno; e 'l morbo vi si propagò lentamente fino al sommo grado ne' susseguenti mesi del Giugno e del Luglio dell'anno 1631, a tale che nel Luglio vi perirono da 3,529 persone. Tra esse vi si contarono parecchi professori e considerevol numero d'altri illustri soggetti, distinti per nascita, per merito, e per rinomanza. Non si può leggere senza orrore la descrizione dei fatti, che accompagnarono questa pestilenza.
Giunto il malore al sommo di sua ferocia, la Repubblica Veneta inviò a Padova il N. U. Alvise Valaresso in qualità di Provveditore Straordinario, quel medesimo, che s'era distinto cotanto nella peste di Verona; e vi giunse il dì 20 Luglio. Questo valentissimo uomo prese tosto con molto zelo e coraggio ad usarvi ogni pratica, ed ebbe il conforto di vedervi per le sue cure venir meno la violenza del male, di maniera che nell'Agosto non ne perirono, che 962 persone, e nel Settembre 226. Poco appresso il male vi cessò interamente, dopo avervi cagionate d'immense rovine.
Nel corso di questa malattia il delirio, non istrano nella peste, fu accompagnato da singolari effetti[23]. Diciassettemila persone vi restaron preda di morte.
Narra lo storico Nani che in tutto il sopraddescritto corso di pestilenza sono perite da oltre cinquecento mila persone ne' paesi d'Italia soggetti al Dominio della Repubblica Veneta.
A questo stesso tempo del 1630 si fecer sentire di grandi terremuoti in Napoli, e in altri luoghi del regno. Questi misero negli animi grande timore e spavento; maggior però ne aveva messo la peste, la quale, mentre menava strage crudele nella Lombardia, più volte manifestossi ai confini di quel regno (Giannone, Guerre Civili del Regno di Napoli T. IV. f. 264; Turella de Peste Italica lib. II; Fabroni de origine et causis pestilentis morbi Italiam infestantis; Muratori, Gov. Pest; Marian. de Peste Bononiens.; Fiocchetto della Peste di Torino dell'anno 1630; Tirelli della Peste di Badia del Polesine del 1631; Ragguaglio della peste di Milano del 1629 al 1632; Barba il Contagio di Padova del 1630-31; Imperialis Joannis Pestis Vicentiae anni 1630; Betera, Cavagnino, Gardini, Baldo, ec. ec.).
Così fu nella Toscana, poichè erano già corsi 103 anni, da che Firenze non era stata tocca da peste, cioè a dire dal 1527; nel qual anno aveva essa infierito viemaggiormente, giunto il numero de' morti fino a 500 al giorno. Nel 1630 poi, quando ardeva in tutta Italia, come s'è detto, il micidiale contagio, in Firenze si sviluppò nel Giugno dello stesso anno. Esso vi fu recato di Bologna, e vi serpeggiò occulto qualche tempo. Si dilatò poi più apertamente in parecchie famiglie. Atterrita di ciò la città per le frequenti e rapide morti, «spesso avanti il Magistrato si teneva gran parlamento dai medici, e facevansi lunghe consulte, se era peste, o no: alcuni di certo affermavano essere, altri negavano, nè per vaghezza di contraddire, ma perchè così credevano, e in questo modo la città tutta si divise in due opinioni. Un inconveniente ne nacque, che sentendo intanto la plebe, e 'l minuto popolo che medici solenni, ed uomini savj affermavano esser mali consueti, non prendevano guardia di loro medesimi visitando gl'infermi, e addimesticandosi con chi gli maneggiava, e così spesso davano nella rete» (Rondinelli Relaz. del Contag. 1630 ec.).
I progressi dello sterminatore contagio non lasciarono più dubbiosa la lite. Nel Settembre di detto anno fu al sommo suo grado di fierezza e di forza, e durò questo strazio a tutto il Novembre. Nel Gennajo 1631 fu istituita la quarantena generale e di essa ottimi effetti se ne ottennero. Minorò tosto la violenza del male, e nell'Aprile era ridotto alla sua declinazione, sicchè in Agosto era quasi libera la città, e nel Settembre si considerò cessato.
Nel 1633 vi ripullulò, ma con poco triste conseguenze. Il Rondinelli, quantunque non fosse medico, ci lasciò la sovrallegata Relazione di quella pestilenza (Fiorenza per Gio. Battist. Landini 1631, in-4.to), nella quale fece la sposizione dei sintomi, e dell'andamento del male con tale impronta di verità e di chiarezza, che reputo possa tornar utile di qui riportarne uno squarcio, perchè serva a far concepire sempre più chiara l'idea di questa terribile malattia. Egli dunque così dice (l. c. f. 30 e segg.) »Che che sia di questo, sono già molti anni che la Toscana mediante la grande sterilità della terra ha patito questo flagello della carestia, che è stata occasione, al parer di alcuni medici, della peste, alla quale ha disposto i corpi a poco a poco col cattivo nutrimento, e con i patimenti tanto nel mangiare, quanto nel bere, et in altre cose necessarie per il sostenimento della vita, onde essendosi radunato in molti una gran massa di mali umori, dai quali restata soprafatta la natura, nè li potendo vincere, è venuta a generarsi in essi una straordinaria putredine, che da lontano e per ogni piccola occasione ha presa la peste, la quale cominciava con febbri putride, acutissime, e continue, senza manifesta accessione, e di pessima natura, accompagnate da maligni accidenti, come buboni, e carbonchi, i quali, o tutti e due insieme, o l'uno, o l'altro separatamente, in ciascuno apparivano i buboni per lo più fra la coscia, e 'l corpo, pochi sotto l'ascelle, pochissimi dietro all'orecchie; i carbonchi in diverse parti; ad alcuni dopo la febbre sopraggiugneva il delirio; molti avevano sete ardente, con la lingua asciuttissima; il dolor di testa era quasi comune a tutti, ed al principio dell'infermità, col sentirsi fra le ciglia acutissimo, accompagnato a molti da vomito, il polso ineguale, inordinato, e debolissimo. La cagione interna del male era la putredine degli umori, che si ritrovavano dentro le vene grandi, vicine al cuore, ed era così eccedente, che acquistata la natura del veleno, dissipava, e consumava gli spiriti, strumenti delle facoltà principali; onde venivano cagionati i supraddetti accidenti, ed alla maggior parte una morte precipitosa, che seguiva per l'ordinario dentro al settimo giorno, ed a qualcheduno dentro al quarto. S'è osservato, che coloro, i quali presto ricorrevano a' rimedi, per lo più guarivano; pochissimi di quelli, che hanno passato il settimo giorno, sono morti; quasi niuno, aperto il bubone, e cominciata la sequestrazione del carbonchio, è perito; e molti ancora sono risanati, a i quali i buboni si sono risoluti, e svaniti. Quanto ai rimedi, si è veduto per esperienza che nel principio del male, mentre l'ammalato aveva buone forze, quelli a chi si cavava sangue, la maggior parte guarivano, se bene già era apparito o il bubone, o il carbonchio, con questa eccezione però di farlo parcamente, e molto meno di quello, che per l'ordinario si farebbe, con aver riguardo non solo alle forze presenti, ma alle future, così sfuggendosi il danno, che dalla debolezza potrebbe avvenire».
In tal circostanza il Gran Duca di Toscana Ferdinando II, con chiaro esempio di coraggio e di paterno affetto, si mostrò particolarmente sollecito della salute e del bene de' suoi sudditi travagliati cotanto dal pestilenziale flagello. Scorreva egli, ora a piedi ed ora a cavallo, con magnanimo ardimento le contrade e le vie della città, pur quando la peste era nel suo forte, informandosi dei bisogni delle famiglie, e della maniera, con cui erano eseguiti i suoi ordini, e mantenute le discipline e precauzioni della Sanità. Tanto sollecita vigilanza tornò sommamente utile a quella popolazione. Pagò egli del suo le spese della quarantena generale, che importò da circa 160 mila scudi. Ad oltre 35 mila montava il numero di quelli, che si pascevano alle pubbliche spese, e, quello ch'è sorprendente, la mattina in sole due ore si distribuiva il vitto per tutta la città. In questa peste si usarono molto le unzioni coll'olio, coll'olio di mandorle, di gigli, di carabe, ec. come rimedio, e come preservativo; e, per quanto si può raccogliere, appare ciò essersi usato utilmente. I monasteri delle monache entro la città tutti si sono conservati sani, eccetto santa Maria sul Prato; non così fu dei conventi de' frati, de' quali niuno rimase intatto. I luoghi, dove il male assai incrudelì, furono le estremità della città, siccome quelle che sono abitate da povere genti. Quindi la strage maggiore del male fu nel popolo minuto, ne' poveri, e nelle donne. Dei nobili sono morti pochissimi; poichè a soli venticinque toccò l'estremo infortunio nel corso di diciotto mesi; quantità minore di quella, che in pari tempo suol morire di male ordinario.