Di cinquantatremila cinquecento e trentatrè persone, che formavano la popolazione di Verona prima della peste, ne perirono 32,903. Procedutosi allo spurgo generale della città nessuno morì di quelli, che dicevansi Nettesini deputati al maneggio delle robe rimaste degli appestati. Di quando in quando riaccendevasi qualche scintilla; e nel Maggio del seguente anno 1631 destaron esse qualche nuova minaccia, e trambusto; ma ben presto ritornò la calma a rasserenare queste infelici contrade.

A. dell'E. C. 1630-31. Un'Epidemia di febbri, così dette maligne, o petecchiali afflisse la città di Venezia nell'anno 1629. Essa precedette la peste, la quale poi devastò con grande ferocia quella città nei due susseguenti anni 1630-31. Ardeva a pari tempo il micidiale contagio a Milano, Cremona, Pavia, Bergamo, Brescia, in tutta la Lombardia, ed in altri paesi molti d'Italia. A Mantova in ispezieltà, stretta d'assedio dagl'Imperiali, menava di orrende stragi, a tale che andando ivi estinto ogni giorno gran numero di soldati e di cittadini, e venendo per tal modo scemata la difesa di quella piazza, i Mantovani, veduto presso il pericolo di cadere sotto il ferro e la licenza dell'inimico, cose che temevano più assai, che non fossero le ingiurie del morbo, inviarono a Venezia il marchese Alessandro Strigi, loro concittadino, a chieder soccorsi dall'alleata Repubblica. Il marchese partì da Mantova co' suoi servi, ed altre persone. Alcuni di essi ammalaron per via, e si morirono, che questo micidial seme portaron seco da Mantova. Passati per Sanguinetto, castello del veronese, sino allora intatto ed illeso dal morbo, ve ne sparsero le scintille, che poi crebbero in vasto incendio. Giunto lo Strigi a Venezia nel dì 8 del Luglio, dal Supremo Magistrato di Sanità non gli fu permesso di entrarvi, ordinatogli di stanziare nell'isola di s. Clemente, lontana un miglio circa dalla città, per passar quivi il periodo della contumacia. Stando in quell'isoletta con undici persone del suo seguito, dopo pochi giorni preso lo Strigi da insolita lassezza della persona ammalò. Chiamatosi tosto Giuseppe degli Aromatarj, celebre medico, al primo veder l'infermo, pallido la faccia, rosso negli occhi con febbre, e sentitolo lagnarsi d'angustia del respiro, di debolezza degli arti, e di un leggier dolore al fondo dell'addome presso all'inguine, non dubitò punto di denunziare al Magistrato, che lo Strigi fosse tocco di peste, soggiunto a pari tempo il timor ch'egli aveva, che gran pericolo ne sovrastasse alla città. Altri medici, chiamati a consigliare sul caso, significaron d'accordo esser quella vera peste pur troppo. Il di 14 Luglio morì lo Strigi, dopo vomitato alquanto di sangue, cresciutogli considerabilmente il tumore dell'inguine, e comparsi cinque carbonchi sulla superficie della persona. Tre dì appresso morì un del suo seguito cogli stessi sintomi. Di tre servi, mandati dal Magistrato per assistere gl'infermi in contumacia, due infermarono, ed uno morì. Ammalatisi pur altri di quella famiglia, alcun ne perì, tale altro è guarito, e qualcheduno ne andò illeso del tutto.

In tutti que' giorni, che fu malato il marchese co' suoi, trattennersi in quell'isola due falegnami di s. Agnese in Venezia, padre e figliuolo, a costruirvi d'ordine del Magistrato alcune barriere di tavole ed altre opere di precauzione per la contumacia. Terminato, ch'ebbero il lavoro, e passata qualche settimana delle prescritte riserve, ripatriati senza indizio di malattia, con alcuni drappi, che dierono da lavare a una donna, le appiccarono l'infezione; perchè pochi dì appresso la donna infermò, e in otto dì si morì, trovatole un tumore all'anguinaia, e nere petecchie alla cute. Poco dopo ammalò pure un suo figliuolo con bubone alla stessa parte, e morì pur egli in sei giorni. Non datogli sepoltura, stante ordine del Magistrato per esser morto nello spazio minore dei sette dì, dal medico della Sanità fattone sparare il cadavere, corse voce per la città, che già si fosse appiccata la peste. Nè guari andò che tutta la famiglia del falegname cadde malata coi medesimi segnali di peste, e in pochi dì ne morirono alcuni individui, ed altri ne son guariti. In brevissimo corso di tempo, tra' vicini della stessa parrocchia il contagioso morbo di sì fatta guisa vi si diffuse, che i deputati alla salute pubblica ne concepirono forti timori. E di vero, stando bene l'altro della città, nella sola parrocchia di s. Agnese s'andavano multiplicando i malati e le morti. Ne' cadaveri si vedevan buboni agli inguini, carbonchi, macchie nere, e vibici, sparsi d'atro colore.

Il perchè quel Magistrato, messo in orgasmo, ordinò al suo protomedico Gio. Batista Follio di visitarne malati e cadaveri di quella parrocchia. Non isbigottito punto quel medico nè da timor di calunnie, nè da altri riguardi, manifestò apertamente l'opinion sua, che fosse in fatto già scoppiata la peste. E siccome di giorno in giorno sempre più dilatavasi il morbo, deputò il Senato altri quattro medici della città, perchè col medico del Magistrato dessero di quel male definitivo giudizio. Essi furono Ortensio Zaghi, Emilio Parisiano, Alberto de' Circolari, e Baldassar Vacca, i quali col N. H. Angelo Trevisano, uno del Magistrato supremo di Sanità, visti malati e morti, concordemente definiron col Follio, che quel malore fosse realmente peste. Allora, ma troppo tardi, ordinò il Magistrato più severe precauzioni, dirette ad impedire i progressi del male. Stabilì un lazzeretto nell'isola di s. Lazzaro, ed altre discipline prescritte, perchè fosse tolto o impedito il frammischiarsi dei malati coi sani.

Erano ridotte a tale stato le cose, quando il Senato con sua Terminazione dei 25 Agosto ordinò che si convocassero trentasei medici, «affinchè fosse fra loro discusso e trattato intorno l'infermità di quelle persone che si trovavano nel Lazzeretto vecchio, cavate dalla contrada di s. Agnese nelle settimane passate, per saper col fondamento delle loro opinioni le qualità di essi mali, li rimedj proprj di medicarli, e le provvisioni opportune come per il Lazzeretto medesimo, come per la contrada di s. Agnese per estirpare ogni radice che fosse restata del male, e perchè non si communichi con altre parti della città».

Convocati cotesti trentasei Medici avvenne ciò, che era ben verisimile, e fu, ch'essi divisersi in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste, e che in conseguenza si dovesser prendere più severe precauzioni, altri negandolo. Quindi ne insorser tra loro contese acerrime. Ciò bastò, perchè a favor di ciascuna delle parti si dichiarasse forte partito. Il desiderio della pubblica salute, la facilità di credere ciò, che si desidera, l'avversion naturale, e lo spavento d'un morbo crudelissimo, la passion per la propria opinione, l'orgoglio di non cedere all'altrui, ed altre simili traversie pur troppo fecero, che il vero si restasse ancora nascosto per qualche tempo. Viviano Viviani fu de' più acerrimi ed inflessibili oppugnator del contagio. Ma mentre i medici disputavano acremente fra loro sulla vera natura del male, e sui mezzi di arrestarne il progresso, mentre i magistrati si stavano inoperosi in tanto grave incertezza, attendendo la decisione della medica controversia, la peste multiplicava le sue conquiste, e preparava quelle immense sciagure, a cui poscia soggiacque Venezia, non essendo stato più possibile al principato di arrestare il corso al contagio, e di opporsi all'orrendo strazio, ch'esso nel più spaventevole modo già fece di quegli abitanti.

Nè giova qui ritoccare le tinte dell'orribile quadro, la cui veduta, benchè lontana per tempo e per luogo, ti scuote l'anima di raccapriccio e dolore, e dagli occhi ti spreme involontario il pianto per lo commovimento vivissimo della mente e del cuore. Oltredichè tanto più torna inutile il riandar queste cose tristissime, quanto più altre e varie sì fatte storie si rinvengono nella presente Cronologica serie. Basti però l'accennare che la peste, vieppiù rapidamente accrescendo le sue rapine, fece strage per tutto il resto del 1630, e più, che negli altri, infierì ne' mesi di Ottobre, Novembre, e Dicembre del detto anno. Continuò gran parte pur del 1631, a tale che nel corso di 11 mesi moriron di peste nella città di Venezia 94,236 persone; cioè 11,456 donne, parte gravide e parte puerpere; 29,356 altre donne; 5,034 giovani dai 14 anni ai 21; 21,751 fanciulli e impuberi; 1,142 sacerdoti, cherici, e frati; 25,280 cittadini, mercadanti, artefici, ed altri; 217 tra nobili e patrizj.

Verso la fine dell'anno 1631 con grande solennità si pubblicò la città esser libera dal mal contagioso; ma le cicatrici di sì profonde ferite per lunghi anni appresso restarono aperte. Per questa circostanza di peste si fece voto di alzare un magnifico tempio ad onore di nostra Signora della Salute; il quale fu poi eretto nel 1632. Questa è la magnifica chiesa detta della Salute, consacrata a Maria santissima, che tuttavia si ammira in Venezia.

In questa medesima circostanza del voto mandaron pure i Veneziani ricca lampada d'oro alla Madonna di Loreto, e deliberarono di pregare il pontefice ad affrettar la canonizzazione del Beato Lorenzo Giustiniani, patrizio e patriarca di Venezia, ed in memoria dell'ottenuto ristabilimento della salute vennero coniate alcune medaglie con epigrafi e simboli a quel fatto allusivi. Di sì terribile pestilenza si conserva ancor viva e tristissima la memoria in Venezia.

Quivi da quel tempo non penetrò più mai la peste, quantunque vi sieno stati mantenuti sempre aperti i suoi porti ai bastimenti o sospetti od infetti di peste[22]. (Christoph. Wagner Descript. Pannon. Part. II. f 70; Rota de Peste Venet. an. 1630; Murat, op. cit. e gli Stor. delle Cose Venez., che scrissero per pubb. Decret. T. VIII. f. 472. ediz. 1720.).