La guerra che successe a quest'anni tra la Francia e l'Austria per la successione al ducato di Mantova, diede occasione alla peste, che si sviluppò nella Lombardia, e quindi in quasi tutta l'Italia. Secondo l'opinione degli storici essa vi fu portata dalle truppe Alemanne, e specialmente da quelle venutevi dalle Fiandre, ov'essa a quel tempo crudelmente infieriva. La peste si spiegò da prima nella parte settentrionale del Milanese; nè vi fu conosciuta, se non quando aveva già fatto di molti progressi, nè tempo era più di arrestarla. Alle prime notizie, che se n'ebbero a Milano, il magistrato di sanità inviò commissarj sopra luogo, tra' quali il medico Tadino del magistrato medesimo, che poi ci lasciò la storia di questa pestilenza.

Que' commissarj trovarono gli abitanti delle città in preda allo spavento, i quali fuggivano alla campagna, e riconobber col fatto che la malattia, da cui erano afflitti, era la vera peste, e donde fosse proceduta. Prescrittivi alcuni rimedj, provvedettero pur il paese di viveri, ma non preser alcuna precauzione per arrestarne i progressi. Vi lasciarono aperte e libere le comunicazioni, come per l'innanzi: e la peste vi si dilatò e diffuse con una rapidità incredibile. Penetrò essa a Milano in sul finir dell'Ottobre del 1629 per ragion di alcune robe, che taluni del popolo avean rubate, o comperate dai soldati Alemanni.

La città di Milano astretta così dall'imminente pericolo, in cui si trovava, cominciò a formare un governo conforme alle circostanze, e lo affidò per ogni parte amministrativa e politica al magistrato della Sanità, composto di nobili, di cittadini, e di medici. Questo magistrato divise la città in quartieri; vi stabilì de' lazzeretti; distribuì le mansioni; ordinò non poche e buone discipline, e saggi provvedimenti di polizia; ma non porse molto di considerazione alle forme e al divisamento dell'esecuzione; perchè moltiplicandosi in alcuni casi la ragion dell'usare degli abitanti fra loro, giusta i bisogni comuni di sussistenza, sovente s'abbattevano in folla ad alcuni luoghi della città, e così ne veniva cresciuto l'alimento al contagio. D'altra parte l'incredulità de' cittadini, l'ignoranza prosuntuosa di alcuni medici e chirurghi, che si ostinarono a sostenere che quel male non fosse peste, contro l'autorità di molti altri dotti e sperimentati che l'affermavano, ne originarono una specie di scisma nella città, e ciascun partito vi aveva i suoi partigiani. Mentre costoro disputavano, la peste ampliava le sue conquiste, e finalmente la morte a visiera alzata abbattendo da tutte parti gran numero di vittime, disingannò gl'increduli. Crescendo i malati e i sospetti, si aumentò il numero dei lazzeretti fino a quattro, ma, neppur questi bastando, fu preso il partito di lasciar nelle loro case que' malati, e sospetti, che avevano comodi alloggiamenti per esserne sequestrati. Si adottò in oltre la misura di cacciare dalla città tutti i forestieri, i vagabondi, le persone senza mestiere; e su di ciò qualche storico osserva, che questa disposizione, la quale sarebbe stata utile ed opportuna in principio, doveva esser riguardata, come barbara e improvvida a quel momento. Cacciar fuori tante persone da una città, ove la peste era nel forte, oltre che era cosa inumana, non poteva aver che tristissime conseguenze per tutto il resto d'Italia. Quest'infelici non potevano, nè dovevano esser ricevuti in alcun luogo; stretti dall'imperiosa necessità di procurarsi di che vivere, dovevan tutto tentare. L'estremo bisogno e la disperazione inducono l'uomo a vincere le più gravi difficoltà, e a commettere di gravissimi eccessi. Giunto il carnevale, si volle osservare il rito Ambrosiano, ad onta dell'opinion de' più saggi magistrati, e dar luogo ai soliti divertimenti, e a' baccanali, per lo innanzi già usati. Finalmente non preveduti gli accidenti succedendosi l'uno all'altro rapidamente, e aumentandosi ogni giorno più la malattia, non bastando mezzo nessuno a combatterla, si cominciò a vedere in essa qualche cosa di soprannaturale; quindi si prese a chiamarla male divino. Il perchè si ebbe ricorso alle preghiere pubbliche, alle processioni, e alle penitenze. Ma Dio non fa miracoli ad ogni nostra inchiesta; sicchè queste pratiche (ragionevolmente parlando) concorsero anzi a vieppiù accender la peste. L'affluenza di molte persone in un medesimo luogo, la mescolanza di più individui e diversi, sani e malati, o che sieno pur mo' guariti, o che nascondano il male, senza un miracolo far altro non possono, se non influire all'aumento, e alla propagazione del male. Quindi è che a quel tempo il numero dei morti giunse fino ai 3555 al giorno; e questa grande mortalità durò qualche tempo. Vedendosi continuare una strage sì orribile, si andò pensando a straordinarie cagioni. Dappoichè i giovani dell'uno e dell'altro sesso andavano di que' dì a pie' nudi per ispirito di penitenza, si pensò che alcuni scellerati, con divisamento di nuocere, avessero abbrucciato robe da appestare, e sparsene poi le ceneri in sulle strade, per le quali dovevan passare le processioni; e così spacciavano sì fatte fole. Si credette pure che in quella terribile circostanza vi fosser uomini tanto perversi, che, per uccidere chi lor piacesse, formato avessero unguenti misti di materia purulenta pestilenziale, o d'altre sostanze venefiche e micidiali. Il fatto fu pur anche giuridicamente chiarito. S'arrestarono i pretesi colpevoli, e dicesi, che confessassero il loro misfatto, e sieno stati puniti. La casa, ove si è creduta eseguita la manipolazione di questi veleni, fu spianata, e vi si innalzò una colonna d'infamia il dì 30 Agosto del 1630 con epigrafe, che ciò manifestasse all'età avvenire. Il Muratori dice di averla veduta. Lo stesso però osserva, che le persone spaventate veggono mostri e fantasime, ove non sono; che in tempi di terrore e di miseria è facil cosa, che l'immaginativa si riscaldi; che si offuschi la ragione, e che a forza di tormenti si cavi di bocca alle persone la confession di delitti, che non hanno giammai commessi. Ciò non per tanto cotali misfatti in caso di pestilenza si narran da tanto accreditati autori, e da molti, che pur si può credere che sieno stati le più volte commessi. Io poi posso e debbo crederlo più d'ogni altro, dappoichè alcuno d'essi avvenne quasi sotto a' miei occhi, come a suo luogo per l'appunto riferirò. Finalmente la peste era già in sul finire; e si ordinò la quarantena generale, che produsse ottimo effetto, tanto più ch'era già il mese di Dicembre del 1630, ed il freddo agisce contro il mal influsso pestilenziale. Si conta che Milano abbia perduto per questo contagio da circa 160 mila abitanti, e che in proporzione maggiore sia stata la perdita, che seguì nel Ducato. Comunque ne sia, la mortalità dee essere stata grandissima, se pur non fosse in tutto, quale ci vien narrata (Tadino Origine e progressi della gran peste di Milano lib. I. cap. 4.; Joseph Ripamonti de Peste Mediolanensi; Muratori Governo Politico ec.).

La primavera dell'anno 1629 fu calda con piogge continue; secca la state con eccessivi calori. Nel 1628 comparve una gran cometa, da cui gli astrologi, che ben avevano allora grande influenza sullo spirito popolare, presero argomento di far pronostichi funesti all'Italia: «Fames in Italia, morsque vigebat ubique». È più probabile però che que' ciarlatani per conservarsi in credito abbiano fatto questa predizione dopo gli avvenimenti.

Nell'anno 1629 insinuossi pur in Dalmazia la peste, e vi attaccò Spalatro, recandovi nuove rovine. Quivi scopertasi, gli Zaratini usarono di ogni diligenza, perchè non penetrasse nella città loro. Aprirono il lazzeretto per li sospetti, e si giovarono d'altre precauzioni per difendersi da questo formidabile nemico. Ad onta di tutto ciò per introdottevi merci penetrò anco in Zara l'anno 1630, e vi sterminò in poco di tempo più di mille persone, oltre a tre mille e più del suo allora popolato contado: tra queste cento quarantadue ecclesiastici. Il morbo fu violentissimo, ma di breve durata, interamente cessatovi lo stesso anno, e riconosciutane apertamente la grazia dalla intercessione del santo vecchio Simeone. In quel tempo di pubblica calamità gli Zarattini fecer solenne voto di affrettare la traslazione del corpo di detto santo; lo che eseguirono con magnifica pompa l'anno 1632 (Joan. Tazlinger op. cit.; Laurentius Fondra Historia Simeonis).

A. dell'E. C. 1630. Cotesta fierissima pestilenza, che mi fo a descrivere, prese in quest'anno a vieppiù desolare molte parti d'Italia. Dessa fu preceduta da crudelissima fame, come si è detto; la quale per le devastazioni della guerra divenuta più atroce, alterando e debilitando la complessione de' corpi, accresceva al contagio la potenza di nuocere e di propagarsi. L'un dopo l'altro cadevan morti gli armenti, colpiti da maligno epizootico morbo; il quale, congiunto cogli altri mali, compieva in Italia lo spettacolo più doloroso e funesto. Il Milanese, come ho già soprattocco, era già in preda a tutte le desolazioni del più fiero contagio. Brescia col suo territorio già ne provava i tristissimi effetti. Mantova assediata dagl'Imperiali al di fuori, dalla peste straziata al di dentro; così in varie altre città e paesi divampava la peste. Verona, che si trovava in mezzo a tutto questo fuoco pestilenziale, si mantenne sana ed illesa fino al Marzo del 1630, non però senza gravissimi timori, specialmente per il passaggio e commercio, che aveva colle truppe, alle quali non poteva in alcun modo impedire il passo. Ma circa la metà del Marzo di quell'anno infelice pur qua giunse infermo un soldato da Asola Bresciana, o, come altri vogliono, da Pontevico. Prese alloggio in casa di certa Lucrezia detta Isolana a s. Salvator Corte Regia, e vi morì in cinque giorni. Visitato da Adriano Grandi veronese del Collegio de' Medici, e' giudicò non esser lui altramente morto di pestilenza; maneggiati però i suoi vestiti dalla albergatrice e dalle sue figlie e fantesca, tutte queste infelici in poche ore infermarono e si morirono. Altre donne della contrada avendole visitate ed assistite, caddero inferme pur esse, e poi morte di quel morbo medesimo, contrattone il maligno seme tutti di loro casa. Sedici furon essi, che da febbre assaliti immediatamente, fra diversi gradi e accidenti, e solo cinque ne sopravvissero, morti gli altri, parte in casa, e parte al lazzeretto. Tante morti, quasi repentine in poche famiglie d'una contrada, misero in guardia i magistrati, sparso già lo spavento fra la popolazione. Dai provveditori di Sanità venne ordinata l'ispezion dei cadaveri; fatta scelta di medici e di chirurghi, si esaminò, si consultò, e si ragionò; ma, come il solito, diverse ne furono le opinioni: chi affermava che fosse peste, chi lo negava, e chi ne dubitava. Il medico Francesco Graziolo e Camillo Giordani chirurgo con ferma opinione conchiusero esser quelle morti procedute da pestilenza, principalmente perchè nell'anguinaja destra della fanciulla Isolana appariva un livido tumoretto. Il popolo, che spesso vuol farla da giudice, anco pur in ciò che non conosce, nè intende, giudicò falsa e temeraria l'opinione dei due sopraccennati professori. Quindi, come è proprio della vulgare temerità, e vie peggio se venga aizzata da malvagi e da scaltri, ne furono que' due, che pur videro il vero, morsi e punti da satiriche voci e scritture, e poco fu, che non ne fossero le persone loro straziate, e conquise. Ma le morti successive di molti altri abitanti della stessa contrada e delle case contigue alle prime infette dissiparono i dubbj, e convertirono molti duri e ostinati. Il perchè ragunatosi il magistrato della Sanità coll'intervento dei Rettori della provincia, dieronsi posatamente a deliberare su ciò, che si dovesse fare in sì difficile e calamitoso frangente. Ci aveva appena qualche vestigio di ricordanza negli atti della cancelleria sul contagio dell'anno 1575. Quindi non restando memoria sicura di quanto allora si fosse operato, non si potè giovarsi della sperienza. Il perchè fu luogo di regolarsi giusta i dettami della sola prudenza. Impertanto si ordinò tosto che ne' luoghi sospetti fossero chiuse le case infette, sequestrate le persone, e abbruciate le masserizie. «Ma, dice il Pona, questa in apparenza rigorosa esecuzione fu diversamente sentita per la città, perchè il volgo, facile a parlar licenziosamente, cavillava questa severità, come che soverchio timore imprimer potesse negli animi, pur troppo da altri motivi feriti, e contaminati». Passando il male evidentemente da persona in persona, in breve, ad onta della pubblica vigilanza, furono appestate assaissime case; e per molti riguardi cercando ognuna di celar il male, per quanto fosse possibile, temendo d'esser diviso da' suoi famigliari, venne a farsi in pochi dì universale, attaccando pur anche le più rimote contrade. La morte moltiplicava ad ogni istante i suoi colpi. Nelle famiglie non restava appena chi raccontasse l'altrui morte. Non si trovava sì ardito cuore, dice lo storico, che volesse porger all'infermo medicina o alimento. Cessata ogni cirimonia ecclesiastica, tacevano i sacri bronzi; li sacerdoti ricusavano di accompagnare i feretri; negletto ogni riguardo dovuto alla dignità del soggetto, tacitamente i corrotti corpi si portavano alla sepoltura comune. Taceva l'umana pietà; gli animi, percossi dalla paura, non erano più mossi dall'amor degli amici, nè da quello de' congiunti. Arrivate a Venezia le relazioni di sì grave calamità, che desolava Verona, la Repubblica Veneta, onde provvedere allo straordinario bisogno de' suoi sudditi, elesse Alvise Valaresso in qualità di Provveditore straordinario al di qua dal Mincio, cavaliere chiaro per nascita, e per talenti, per coraggio e per altre qualità distintissimo. Il Valaresso determinò di fissare il suo soggiorno in Verona, sprezzando il pericolo, quantunque avrebbe potuto eleggerselo in luogo sano.

Azzuffatesi poi tra loro a Villabona le Venete e le Imperiali truppe, colla sconfitta e dispersion delle prime, Verona fu costretta di dar ricovero a molta soldatesca sbandata e ferita; il che accrebbe la calamità, e somministrò nuovo pascolo alla contagion struggitrice.

De' primi ordini del Valaresso uno si fu che le genti del contado, le quali per timor delle truppe Alemanne si erano rifugiate nella città, tornar dovessero alle case loro, onde tal moltitudine non accrescesse il fomite pestilente, essendo per ciò a quel tempo montata la popolazion in città ad ottanta e più mila persone. Comandò poi che si convocassero i medici e' chirurghi tutti della città, onde versare sui mezzi di sollevare la città dalla peste. Chi il crederebbe! Ragunatisi i medici sotto la presidenza dello stesso Provveditor Valaresso, ad onta della gravissima mortalità, e malgrado la più chiara evidenza dei fatti, v'ebbe tuttavia chi ne mettesse in dubbio la verità; chi la cagione delle subite moltiplicate morti a vermini attribuisse, e chi a maligne febbri, ma non pestilenti, negando pur tuttavia che in Verona peste vi fosse. Il perchè Alessandro da Lisca, dottor di Medicina, e prior del Collegio de' Medici, gentiluomo giudizioso, grave ed autorevole, rigettate assolutamente le altrui opinioni dubbie ed erronee, affermò per assoluto quel malore, che cotanto affliggeva la città, essere pur troppo micidial pestilenza. Nè dopo questo suo giudizio vi furon per quel tempo altre quistioni tra i medici. Venne quindi proposto di deputare un convenevole numero di medici per li pubblici bisogni della città e del lazzeretto; ognuno però cercò di sottrarsi, adducendo scuse e ragioni. Ma fuori della comune espettazione Francesco Graziolo, Adriano Grandi, e Orazio Graziani si offerirono spontanei per la città. Per il lazzeretto si elessero Ottavio Franchini medico, e Camillo Giordani chirurgo, con adeguato stipendio. Miseramente moltiplicavansi ogni giorno le stragi. E dappoichè gentiluomini ed altre benestanti persone erano morte nelle lor case senza soccorso il più menomo, nè anche di un sorso d'acqua, ciascuno senza riguardo di condizione o di nascita cercava di esser condotto al lazzeretto, dove si teneva che nè medicine nè altri soccorsi mancassero. La maniera di trasferire al lazzeretto gl'infermi era con barche a ciò deputate. Quivi accorrevano da tutte parti della città persone infette d'ogni condizion, d'ogni età, e vi concorrevano i congiunti ad accompagnarvele. Alcuni morivano in passando dalla casa alla barca; altri in esso la barca, come v'erano entrati; giugnevan altri semivivi al luogo pubblico; ed in questo mezzo, tra gli ultimi congedi de' parenti, nella folla, che a certe ore prefisse ragunavasi al luogo, donde partir doveva il trasporto, moltiplicavano le ragion del contagio e diffondevasi l'infezione e la morte. Non andò guari che il lazzeretto, vieppiù crescendo ogni dì il numero de' malati e de' moribondi, offerse a vedere uno spettacolo di angosce e di miserie da non poterle ridire. Nella città morivano i medici, i chirurghi, gli assistenti, i becchini. La fame, lo spavento, il cordoglio, e' disagi accrescevano il numero, e gli orrori de' morti, e le sinistre lor conseguenze; cercavano i magistrati, quanto era in loro, di provvedere, ma non valeva provvedimento di sorta, e così succedevano sempre cose nuove e funeste. In questo tempo perirono dalla peste tutti i fornaj; e la città versava in un manifesto pericolo di morirsi di fame, ridotta già agli ultimi patimenti e disagi. Si pregarono le monache, presso le quali il morbo non aveva ancora adoperato la sua ferocia, di fare pane da vendere nelle piazze, somministrata loro dal pubblico la farina; partito, che riuscì utilissimo. Intanto cresceva la strage. Dai dieci fino ai sedici di Giugno dello stesso anno montò il numero de' morti dai dugentosei fino ai trecento e più al giorno. Diedersi altri ordini pubblicamente, e nuove deliberazioni si presero; ma tutto in vano. L'infezione aveva già invaso tutto il territorio. Si tentò di porvi riparo; ma difficile, se non impossibile, si riconobbe l'impresa in que' tristi frangenti. Il Graziolo, il Grandi, il Graziani, medici per la città, in poche ore tutti e tre si morirono, e così fu d'altri medici parecchi. Pur vi perì il maggior numero de' chirurghi, malgrado le poma d'ambra, ed altre sostanze odorose, di cui a preservarsi dal morbo si faceva uso[21]. Altri medici si tennero chiusi in casa. Leonardo Tedeschi, medico e canonico, diede ben raro esempio di singolare coraggio, di esimia pietà, e di carità generosa. Ma l'atrocissima calamità continuava. Si fe' ricorso alle pubbliche preci, al digiuno, alla penitenza, moltiplicandosi tuttavia le morti; e mancando modi, luoghi, e ministri per seppellirne i cadaveri, si consultò, se meglio fosse dargli alle fiamme, ovvero gittarli nel fiume. La mancanza di legno e di operaj nella città fece sì, che si eleggesse il secondo partito. Il perchè ammassati i cadaveri lungo le rive dell'Adige per lo imbarco, venivano gittati nella corrente dell'acque. Giravan mortuarie carrette per tutte le contrade della città, raccogliendo cadaveri, di cui erano ingombre le pubbliche strade, e le case. Questi spaventosi carrocci ricolmi di cadaveri, orribilmente scomposti, tra le confuse teste e le crollanti membra trasportavansi al luogo del lor deposito, e quindi i corpi sommersi. Mancando però gli operaj, o già partite le barche piene di morti non di rado si restavano i cadaveri ammonticchiati e insepolti su quelle rive li tre e' quattro giorni seguitamente, mettendo orribile puzzo. Ahi miserando spettacolo! In questo mezzo s'infettò pur Ala di Trento, mentrechè già il contagio nel territorio Veronese s'andava sempre più dilatando; e molti della corte del Valaresso infermarono, e vi morirono. Moriron pur molti de' principali signori e de' cavalieri; appiccossi il contagio ai monasteri dell'uno e dell'altro sesso, rimasti fino allor preservati. Lo spavento si accrebbe, si accrebbe la confusione, e il disordine. Di quel tempo si invitò con grosso stipendio Giovanni Hennisio, medico di Augusta, perchè supplisse al difetto de' medici ne' gravissimi bisogni della città. Giunse egli ai primi di Luglio con un suo chirurgo, e si diede alla cura degl'infermi, come già da più tempo vi si era dato un dottor Ferrari di Udine, stipendiato dalla Repubblica. Facevasi ogni dì la mortalità maggiore nella milizia. Da Venezia spedironsi alcuni chirurghi e beccamorti, che vennero distribuiti per li quartieri. Nel Luglio il numero de' morti giunse a 350 incirca al giorno. Il coraggio ne' pochi superstiti veniva meno ogni dì, secondo che più crescevan le morti. Vieppiù mancando cooperatori e ministri, ajuti e conforti, tutto ogni cosa già disperavasi, presentendosi l'universale sterminio della città. Il dì 3 di Luglio successe l'incendio del Monte di Pietà. Questo infausto avvenimento fece crescer d'assai la forza della pestilenza, per lo concorso delle persone, accorse ad estinguerlo, e per la nuova angustia e spavento sofferti novellamente. Infrattanto per le raddoppiate cure del Valaresso, del magistrato di Sanità, e degli altri ufficiali erasi cominciato a porr'ordine al sotterramento de' cadaveri col minor danno, ed orrore, che si fosse potuto. Ordinaronsi per tutto profumi di zolfo, purificati con ogni diligenza i quartieri della milizia, ed altri saggi provvedimenti furono usati. Monsignor Alberto Valerio, vescovo di Verona, spaventato da tanti orrori, partì li 22 Luglio per Legnago, seco portando il micidial seme, che doveva ucciderlo. Volendo passare a Venezia ammalò in Lusia, luogo del Padovano, e morì. Ma sia che sazia fosse la peste di stragi, ovver domata dalle buone misure, cominciò a declinare nel di 28 di Luglio, pur tuttavia infierendo nella provincia. Nel giorno 6 d'Agosto si pubblicò l'ordine della segregazione del territorio dalla città. Dopo il 7 Agosto si è ridotta la mortalità a sessanta persone al giorno; i malati di peste per lo più guarivano, e si manifestavano malattie di altro genere, tra le quali varie terzane. Verso li 15 di Agosto andando le cose di bene in meglio, nella città il numero de' morti si ridusse a quaranta al giorno; ma i luoghi del territorio erano sempre più afflitti dal devastatore contagio. A 16 di Agosto morirono solo ventinove persone, ai 19 soli ventidue, e così a un incirca fino alla fine di Agosto. Si andava in questo mezzo la città ristorando, e li cittadini qua e là sparsi si raccoglievano.

Quindi s'incominciò il così detto sborro delle robe e lo spurgo della città. I malati del lazzeretto erano ridotti dai cinque mille ai mille cinquecento. Agli 8 di Settembre circa ridotto era il numero de' morti a soli venti al giorno; fra' quali sola una metà dal contagio; e di que' dì la pestilenza si fece di più facile guarigion, che non fosse una semplice febbre.

Indi si ridusse a due o tre soli morti al giorno, numero minore del solito; e dai primi di Ottobre passarono più giorni, senza che alcun morisse di pestilenza. Ognuno riprendeva lena e coraggio. Finalmente si tenne cessata la peste; ne furono sciolti i voti, e fatti solenni ringraziamenti all'Altissimo dalla città per esser al fine stata liberata da sì crudel pestilenza.