Alla fine di Settembre del 1628 fu portata la peste nella città di Lione. Assicura il Papon che ciò sia seguito col mezzo di alcuni soldati venuti d'Italia; ma non sì tosto si dichiarò quella esser la peste, che gli abitanti, da grande spavento presi, d'altro non si occuparono, che de' mezzi di porsi in salvo, fuggendo dalla città. Quindi, imballate le masserizie lor più preziose, e dato ordine alle lor cose più care, affrettarono il momento di abbandonar il natio paese. Quelli, che avevano case proprie alla campagna, vi si ritirarono, ma chi non le aveva, dalle città e da' villaggi vicini vennero colla forza respinti, per modo che si rimasero erranti senza tetto, e senza ricovero. A taluni affannati e mal conci riusciva di poter alla città ritornare. I sintomi, che accompagnavano la malattia, erano violentissimi. Per lo più manifestavasi in alcuni la frenesia, che non cessava che colla morte; in altri il delirio giugneva a dovernegli far incatenare. Cadevano altri in profondo sopore, donde cosa nessuna valeva a riscuoterli. Sofferivano altri ostinatissima veglia, vomiti continui, diarree che gli sfinivano, e spessi svenimenti, con dolori atrocissimi, urente ardore alla region de' precordj, violentissimi dolori di testa, delle reni, e degli arti, ec. Passavano alcuni sei o sette giorni senza cibo di sorta, quando altri divorati venivano da canina fame e continua. Serie infinita di contrarj sintomi comparivano; v'erano esantemi lividi, carbonchj, buboni, tumori al collo, ec., e si terminava in breve la sofferenza, e la vita. Alcuni cadevano morti in sulle strade improvvisamente; ed altri, presi da mortali angosce, nell'atto di coricarsi a letto spiravan l'anima. Il morire secondo ordine era fra due, tre, quattro, o sette giorni dall'accesso del male. Il morbo non sì alle donne, come agli uomini si apprese; nè questi, come quelle, sì di leggieri il vincevano, appreso che lor si fosse. I medici non sapendo propriamente che farsi d'una malattia, di cui ingenuamente confessavano la loro ignoranza, stavansi neghittosi senza far nulla. In loro luogo si fecero avanti di molti empirici; come suol avvenire in tempi di spavento, e ne' luoghi di confusione e disordine. Si osservò che l'uso del vino fu utile, e funesto l'abuso. A parecchi tornò vantaggiosa la zuppa d'orzo, ripresa cinque o sei volte al giorno, e nessun'altra cosa nè alimento, nè medicina. Un religioso s'occupava in far cauterj, e applicare vescicatorj; preservativo che fu riconosciuto eccellente. A due fratelli fornaj appresasi ad uno stesso tempo la peste, uno ai primi sintomi si cacciò nel forno ancora caldo; sudò molto, e guarì; l'altro, che sì non fece, credesi che sia morto.
Non v'ha cosa, che uguagliar possa lo spettacolo d'orrore e di pianto, che offeriva di se a' risguardanti la città di Lion ne' mesi di Settembre, Ottobre e Novembre. Da tre a quattrocento persone all'ora venivano colte, parte dall'infezione, parte da morte. Stavano sei o sette malati nella medesima camera, tre o quattro nel medesimo letto; l'uno moriva, l'altro era agonizzante; e quale tormentato da acerbissimi dolori metteva angosciose grida, mentrechè l'altro fatto delirante, e divenuto maniaco per effetto del male, commetteva stranissimi eccessi. In questo mezzo i meno gravati dal male desolati e tristi usavano delle fiocche lor forze a soccorrere chi più ne aveva bisogno. Chi per lo spavento impazziva, chi diveniva muto, chi sentendo i sacri bronzi invitare alla preghiera per la cessazione del male, colto da brividio d'improvviso terrore cadeva malato, e in poche ore si moriva. Le strade erano tutte, parte diserte, e parte ingombre di cadaveri. La fame, la immondezza, l'abbandono concorrevano ad abbreviare gl'istanti dei miseri infermi, cacciati negli spedali; alcuni di loro, mentre combattevano ancor colla morte, venivano da' ladri spogliati d'ogni lor masserizia e danaro. Se le più autorevoli storie nol ci confermassero, appena uom crederebbe la natura e moltiplicità de' misfatti, che in sì trista calamità si commettevano. Un testimonio oculare sia suggello al mio dire. Egli assicura che gli eccessi giunsero a tanto che v'ebbero da trovarsi a Lione e a Milano, e in altri luoghi cotanto perversi uomini, che coll'opera loro procuravano di propagare essi stessi la peste, infettandone le case e le persone sane. A tanto giugne l'umana malvagità pur sotto il flagello! Alcuni gittati semivivi nelle fosse coi morti se ne traevano il giorno appresso ancor vivi[19]. Altri sentendo vicina l'ultima ora avvolgevansi in un lenzuolo per menomarsi l'orrore d'esser nudi sepolti; altri scavatasi la propria fossa, vi si coricavano presso di maniera, che speravano potervi dentro cadere senza lasciarne sì tristo ufizio a' suoi col pericolo di andarne pur essi infetti. È degno di considerazione, come i più di leggieri venivano dimenticati, e come in tante sciagure si passava poi dalla tristezza alla consolazione; come si si abbandonava alle passioni, a' piaceri, manifestando somma indifferenza sugli altrui mali. Risonavano le taverne notte e dì di grida, e di suoni, di bestemmie, e di smodati cantari. Si vide pur anche chi accompagnava i funebri carri, ir cantando e saltando; e parecchi maritarsi fino a tre volte. Una donna fra l'altre si sposò successivamente a sei mariti in poco di tempo, e li seppellì tutti e sei, senza averne preso la peste. È pur considerevole, che in questo corso di pestilenza gli sterquilinj, e le case d'immondezza ripiene fossero luoghi di maggior sicurezza, che non erano le case ventilate e pulite. La peste cominciò a diminuirsi nel mese di marzo 1729; e fu pressochè estinta ne' mesi di Giugno e di Luglio. Se ne riaccesero le scintille in Agosto; ma in Settembre terminò affatto. La peste lasciò quasi in tutti quelli, che ne sono guariti, assai triste conseguenze e reliquie, rimasti tutti più o meno infermicci. Chi ne andò cieco, chi sordo, e chi muto; ed i più mal fermi delle gambe. Non è conforme tra gli storici il numero de' morti. Danno i più, che di tal peste sieno periti da circa 70 mila persone; il che è pur verisimile, atteso il sommo disordine nella cura e nel corso di tal malattia. Di gravissimi falli si accusano i Magistrati municipali di Lione. Dal soprattocco abbandono grandi sconvenevolezze ne derivarono, anche per riguardo alla legittima successione delle famiglie, perchè insorsero di lunghissime liti, e rovinose (Theoph. Reyn. de Mart, pro pest. p. 451. Papon. T. I. pag. 165.).
A. dell'E. C. 1629. Nel mese di Luglio del mille seicento ventinove un Cappuccino, infetto di quattro carbonchj e di due buboni, giunse a Montpellier da Tolosa. I medici, secondo lor uso, disputavan fra loro sull'indole di quella malattia. Alcuni tenevano che fosse peste, altri il negavano. Il Cappuccino intanto morì fra brevissimo spazio di tempo; ma non perciò la quistion terminò. Due dì appresso morì altra persona co' medesimi sintomi; ed anzichè conchiuderne la cagione, si riaccese la disputa sempre più viva; per modo che i medici disputavano co' sillogismi, e la peste la finiva col fatto, assalendo qua e là le persone indifferentemente. Si occultarono colla maggior gelosia questi nuovi accidenti; il che impedì agli officiali del Municipio, sotto la presidenza del celebre medico Ranchin, di prendere le necessarie precauzioni per arrestare i progressi del male. E di vero, per alcuni giorni non si sentì più parlare d'infortunj, nè di morte. In questo mezzo arrivò a Montpellier il cardinal Richelieu; vi giunse il Re poco appresso con numerosa corte, e porzion dell'armata, che faceva la guerra ai Calvinisti. Non appena e' vi giunse, che il male, che covava occulto, apertamente scoppiò ad un tratto in più contrade della città, e vi sparse il terrore. Il Re fugge, l'armata se ne ritira, gli abitanti smarriti fanno loro fardelli e bagagli; chi fugge da una parte e chi dall'altra. Le strade ne van piene di fuggitivi, non sicuri nè anche di trovare asilo. I consoli o provveditori della città, riavutisi dal loro sbigottimento, s'occuparono seriamente della salute de' cittadini; ma in vano, perchè troppo tardi. Tra i diversi provvedimenti creano un Consiglio di Sanità; ma della paura ne fuggirono gli eletti. Questa peste aveva a un incirca i medesimi segni delle altre. Spiegò essa la maggior sua violenza nell'autunno del 1629; andò quindi declinando per gradi fino all'Aprile del 1630, in cui fu estinta; ma di essa in questo spazio perirono nella città di Montpellier da circa cinque mille persone, cioè a dire la metà di quanti eran rimasti in città. Fra' morti si contò gran numero di religiosi e di chirurghi impiegati all'assistenza degl'infermi. Terminò in Aprile, e gli abitanti fuggiti vi ritornarono senza pericolo La municipalità, durante il contagio, mantenne certo ordine d'amministrazione, e tra le misure migliori quella si fu di far trasportare i malati fuori della città. I latrocinj nel tempo di questa peste non furon meno frequenti, che negli altri luoghi. A Montpellier si ebbe singolare altra specie di furfanteria; questa è, che i serventi degli ammalati nelle case e negli spedali s'accordavan fra loro, inducendo gl'infermi a far testamento reciprocamente a loro favore. Nè anche il terribil cospetto della morte tiene in freno la sozza e cieca passione dell'avarizia, e della frode.
La città di Digne nella Provenza fu pur in quest'anno 1629 travagliata fino agli estremi dalla peste. Essa presentò questa volta dei singolari fenomeni. Gl'individui, che ne furon presi, vennero tormentati da sete ardentissima, da veglia, da gravezza di capo, stanchezza e sfinimento di forze, debolezza e mancamento della voce, nausee, vomiti, ardori d'urina, sputi misti di sangue, copiosi sudori, brividi, convulsioni, delirio, frenesie. Oltre di ciò buboni, or uno, or più, della grossezza di un'amandorla o di un uovo con dolori violenti, e senza infiammagione. Non di rado si risolvevano, ma per lo più suppuravano e s'aprivano, ed allora i dolori diventavano insofferibili; spessissimo carbonchi, de' quali se ne osservavano tal volta fino a dodici, in un solo individuo, ora lividi, ora purpurei, accompagnati da ardori vivissimi, e da pustole, che rodevano le carni. La maggior parte de' malati divenivano gonfi; e molti ne morivano improvvisamente senza aver dato alcun segno di malattia. I cadaveri erano orribili a vedere; avevano il viso storto, sghembo, le membra rigide, e ordinariamente contratte.
In questa pestilenza, secondo il Papon e il Gassendi, che la descrissero, intervennero particolari fenomeni. Tra gli altri si vide un malato uscir repentinamente dal letto, arrampicarsi per le mura della casa, salire in sul tetto, e gittarne le tegole in sulla strada. Altri, salito sopra un tetto col mezzo di una scala, danzarvi qualche tempo; disceso quindi darsi a correre per la città, finchè presentatosi a un corpo di guardia ne venne ucciso con un colpo di fucile. Tale dallo spedal si fuggì, corse alla sua moglie, ch'ebbe la debolezza di accondiscendergli, e nell'atto stesso ambedue si morirono. Un altro malato, immaginandosi nel suo delirio di poter volare, prese il volo da un sito elevato; ma caduto, si fracassò; ed altro, credendo di essere in una nave agitata dalla tempesta, gittò le sue masserizie in sulla strada, avvisando di menomare il peso delle mercanzie, onde salvare il naviglio dal naufragio. Uno sventurato padre, in istato di delirio, gittò dalla finestra il suo figlio ancora in fasce. Una giovane di vent'anni riebbesi del suo letargo nell'atto, che fu gittata sopra un mucchio di morti. Un'altra di 25 anni, caduta per quella malattia in una fossa, vi restò tre giorni senza segni di vita, il quarto, destatasi dal dolore cagionatole dallo scoppio di un bubone, risanò. Una vedova malata, priva d'ogni soccorso, restò sei dì nella sua stanza, senza mangiare nè bere, e dopo tanta inedia si guarì. Un uomo, preso dalla peste, e rimasto senza dar alcun segno di vita, sua moglie, che lo credeva morto, gli scavò la fossa, ma non avendo forza bastante di portarvelo, nè strascinarvelo, lo lasciò nel suo letto altri quattro giorni, al termine de' quali si svegliò, alzossi, e uscito di casa diedesi a scorrere per la campagna, profetizzando ed annunziando il giudizio finale, coll'esortar gli uomini alla penitenza, maledicendo quelli, che non si genuflettevano dinanzi da lui; ed altre sì fatte stravaganze; così fece fin che durò il delirio, il quale poco dopo terminò, e terminò pure felicemente la malattia.
Lo spettacolo, che offeriva la peste alla campagna, era altresì il più lagrimevole e spaventoso. Gli abitanti colpiti dalla peste si coricavano in sulla terra, e quivi ben presto esalavano l'anima, privi d'ogni soccorso. Trovaronsi dei fanciulli, che succhiavano il seno della madre già morta; altri che le capre avean preso cura di nutrire. D'ordinario in famiglia i vivi prestavano ai morti gli ultimi uffizj della sepoltura. Il padre seppelliva suo figlio, il figlio scavava la fossa al padre, il marito sotterrava la propria moglie, la moglie rendeva questo ultimo doloroso ufficio al marito; e le fosse erano così poco profonde, che il più leggier vento discopriva le membra livide dei cada veri.
L'arte medica e chirurgica fecero assai poco a pro' di quegli infelici. Appena 500 persone furon soccorse confusamente dall'arte; e di queste la maggior parte morì.
L'immagine della morte era da per tutto a tutti presente. Ciascuno non si occupava più, che di se, e del proprio pericolo, nè pensava a quello degli altri. L'uno l'altro fuggiva. Non si dava più alcuno scambievole soccorso. La desolazione era generale ed estrema.
Il flagello della peste cominciò a Digne il primo giorno di Giugno 1629, e vi durò quattro mesi. Per tutto questo tempo il cielo fu coperto di dense nubi, l'aria esprimeva un calore bruciante, e vi ebbero frequentissimi temporali. Nessun uccello si sentì in tutto quel tempo nè in città nè in campagna. Nessun'altra malattia regnò oltre la peste. Nella prima settimana di Giugno morivano 3 o 4 persone al giorno; verso la metà fino a 15;fino a 40 circa al principio di Luglio; e fino a 100 verso la metà; da 160 alla fine dello stesso mese ed ai primi di Agosto. Alli 15 di Agosto la malattia cominciò declinare. Nel mese di Settembre non vi avevano, che 5, o 6 morti al giorno; in Ottobre terminò intieramente. Fra la città e la campagna non restaron superstiti, che solo mille e cinquecento persone di 10,000, a che montava quella popolazione; sicchè 8,500 perirono, che è a dire, quasi sei settimi di tutti gli abitanti nello spazio di cinque mesi; più uomini che donne, più giovani che vecchi. Fra i 1,500 individui, che sono rimasti, non ve n'erano, che cinque o sei soltanto, i quali non fossero stati presi dalla malattia. La peste ricominciò sei mesi appresso; ma quegli abitanti, che fresca avevano la memoria delle passate disgrazie, se ne fuggirono quasi tutti, e non vi perirono, che cento persone, tutte straniere. Nessuno nuovamente fu preso di quelli, che avevano superata la malattia. Si attribuì cotanta strage all'inesperienza de' medici, allo spavento de' magistrati, alla mancanza di buona polizia Sanitaria, e degli opportuni provvedimenti; alla confusione, e al disordine, che quivi regnò. Un decreto del Parlamento proibì sotto pena di morte agli abitanti di Digne l'uscire della città. Il commissario incaricato dell'esecuzione, quando aveva qualche ordine da notificare agli abitanti, si metteva sul ponte della Bleona, faceva suonar la tromba, e quegli sventurati accorrevano in folla, comunicandosi il contagio l'un l'altro. I paesani de' contorni, che armavano il cordone attorno la città, e custodivano i passaggi, confiscavano e s'appropriavano le poche provisioni, che onorate e liberali persone inviavano a Digne ai loro parenti ed amici. Alcuni barbari monopolisti vendevano a troppo grave prezzo le derrate, che non si potevano aver che da essi. Mille ruberie, incendj, atrocità accrebbero la desolazione e gli strazj di quella sventurata popolazione (Gassendi Notit. Eccles. Diniens. Papon. T. I. p. 194.). Questo medesimo flagello desolava allora Aix, Marsiglia, quasi tutta la Linguadocca, e la Provenza. Ciò riguardo alla Francia.
A. dell'E. C. 1629-30-31. Nell'anno 1628 vi fu gran carestia in Italia, e specialmente nello Stato di Milano, e in alcune terre della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra, che sopraggiunse di maniera che in detto anno 1628, e nel seguente 1629 morì di fame e di stento non poca gente[20].