A Jassy e a Cozim a detta epoca avvenne a un di presso lo stesso.

Anche nella memorabil peste di Mosca degli anni 1770-71-72 si è osservato avverarsi siffatto destino, che viene affermato dalla storia aver luogo in quasi tutte le pesti, cioè l'errore di alcuni medici nella diagnosi della malattia, la loro ostinazione nel continuare a negarla, a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, e l'opinione di altri dotti e sperimentati che costantemente l'affermano. Avvenne in fatti in quella terribile pestilenza, che, scoppiata la malattia in Novembre 1770 nel grande Ospedale militare di Mosca ed in alcune separate casuccie ad esso vicine, ove abitavano i custodi colle loro famiglie, e morte circa venti persone con manifesti indizj di peste, tanto il primario medico di quell'Ospedale, Dott. Schafonshy, che altri undici medici chiamati a consiglio, non esitarono a dichiarare che quei morbi erano vera peste pur troppo. A questa opinione però si è opposto il primo fisico della città, Dott. Rinder, il quale ad appoggio della sua incredulità non dubitò di accampare il solito falso argomento — che se peste fossero stati que' morbi, ne sarebbero senz'altro già andate infette molte altre persone, e segnatamente i medici che assistettero i malati, i serventi e i circostanti coi quali vissero in comunicazione, quando invece essi tutti si mantenevano sani. — La qual'opinione, sebbene in sulle prime non abbia prevalso, e l'Ospedale fosse stato tosto circondato da guardie ed accuratamente segregato dalla città; pure per fatalissima combinazione essendosi minorato il numero degli ammalati sospetti nell'Ospedale, e scorse sei settimane senza che si sentisse parlare di peste nella città, al primo spavento successe fatalmente una piena sicurezza; e l'opinione del fisico della città, sostenuta non solo dal volgo, solito a giudicare le cose dagli effetti che lo colpiscono, ma eziandio da un gran numero di notabili di quella capitale, prevalse così, che vennero trascurate tutte le cautele di sanità e lasciato libero il campo all'insidioso contagio, il quale, manifestatosi in Marzo 1771 nell'amplissima casa ad uso di fabbrica di panni situata nel centro della città ed abitata da circa tremila operai, non tardò molto a divampare in incendio, in guisa che non fu più possibile di arrestarlo, e Mosca perdette per quella pestilenza circa centotredicimila persone (Vedi Mertens De peste, Oreus, Semoilowitz, ecc.).

Nella peste di Spalatro del 1784 si à verificato eziandio il medesimo scandalo. Morto essendo in uno dei sobborghi della città un individuo, che aveva servito nel Lazzeretto al maneggio di alcune merci sospette provenienti dalla vicina Turchia, e ch'era uscito poco prima dal detto Stabilimento e morti in appresso parecchi altri individui, egualmente che il primo dopo breve decubito e con manifesti segnali di peste, alcuni medici, e tra questi fatalmente uno per l'ufficio suo molto influente, non la riconobbero, e continuarono ostinatamente a negarla, a malgrado la contraria opinione di altri abili e sperimentati (tra' quali il riputatissimo Dott. Bajamonti) che per tale fermamente la dichiararono. Sicchè, trascurati que' provvedimenti, che opportunamente attivati avrebbero impedita la dilatazione del contagio e salvate quelle popolazioni, venne in vece, per soverchia credulità de' Magistrati a quelle false opinioni, lasciato aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, che ridusse la città di Spalatro alle più grandi estremità di sventure; di poco o nessun giovamento essendo riuscite le misure sanitarie prese con molta fretta allorchè moltiplicate le morti ebbero queste a dissipare i dubbii sulla natura del male; e la città di Spalatro perdette per quella pestilenza più di un terzo de' suoi abitanti, e molti pure ne perdettero i luoghi vicini (Vedi Bajamonti Storia della peste di Spalatro degli anni 1783-84. P. Fedele da Zara Cappuccino. Della peste di Spalatro Op. ined.).

Anche nell'ultima peste di Malta del 1813 le opinioni de' medici furono discordi sopra la qualità della malattia, che si ritenne generalmente essere stata introdotta in quell'Isola da un bastimento inglese proveniente da Alessandria d'Egitto con carico di merci suscettibili, sul quale erano morti di peste per via parecchi uomini dell'equipaggio. I medici inglesi affermavano che fosse peste: i maltesi negavanlo ostinatamente (tranne alcuni pochi), sostenendo che fosse in vece una malattia maligna propria di quelle località. Il perchè, il popolo di Malta lusingato da quelle false opinioni, non volle credere all'esistenza del contagio se non allorquando s'era già molto avanzato. Continuava ad ammassarsi nelle Chiese, far processioni, i parenti e gli amici continuavano a visitare i malati senza scrupolo e senza precauzioni, si nascondevano per quanto potevasi alla vigilanza della polizia le vittime del contagio che si andava ogni dì più estendendo, non solo nella città capitale detta La-Vallette; ma eziandio nella maggior parte dei villaggi vicini, prima che una possente autorità protettrice avesse potuto opporsi ai di lui progressi.

Quel Comitato di Sanità, di concerto col Lord Alto Commissario Governatore civile dell'Isola, conoscendo quanto fosse fatale quello stato d'incertezza e d'indecisione, pubblicò un Avviso, col quale venne dichiarato essere stato positivamente riconosciuto dal Collegio medico nella sua sessione del giorno 12 Maggio di quell'anno, che le malattie correnti erano vera peste, e che sarebbe stato severamente punito chiunque avesse tentato di far credere diversamente, cioè quelle non esser peste; e veniva promesso un generoso premio in denaro a quelli che avessero indicati gli autori di tali voci contrarie al fatto. Nel medesimo senso il Governatore emanò un'altra Notificazione in data 24 Maggio, nella quale era riportato il voto medico sulla natura di que' mali, sottoscritto dal protomedico del luogo, Dott. Luigi Caruana, e da altri dodici medici maltesi e tre inglesi; e nessuna controversia ebbe luogo dappoi. Frattanto però il contagio aveva avuto il tempo di dilatarsi e moltiplicare le sue conquiste in modo che non fu più possibile di circoscriverlo a malgrado le più saggie e provvide cure di quelle autorità. Si estese fino a Gozzo, e l'Isola di Malta venne per più mesi desolata da questo flagello, che le fece soffrire la perdita di circa ottomila de' suoi abitanti, avendo attaccato segnatamente gl'indigeni. I turchi, i greci che abitavano nella capitale, vennero risparmiati, e più particolarmente ancora ne andarono esenti gl'inglesi, ciò che era per gli abitanti un incomprensibile mistero (Skiner Joseph. On the Late Plague ecc. Rapporto del Prefetto del Mediterraneo al Ministro dell'Interno 11 Giugno 1813).

I medesimi errori, la stessa imperizia medica nel conoscere la malattia ebbero luogo anche nella peste di Bukarest agli stessi anni 1813-14. Introdotta, per quanto sembra, da Costantinopoli nella Valacchia col mezzo dei greci ch'erano del numeroso seguito del principe Caradscha, il quale proveniente da Costantinopoli giunse a Bukarest in Febbrajo 1813, ed essendo morti per via alcuni di essi ne' Casali posti sulla strada che conduce a Bukarest, la peste vi serpeggiò occulta e sconosciuta per qualche tempo. Di tratto in tratto al giungere di avvisi allarmanti di malattie sospette che regnavano nei dintorni della capitale, venivano spediti dei medici nei villaggi vicini ad oggetto di riconoscere la natura di essi mali, che sotto il nome di febbri maligne traevano al sepolcro molte persone. Detti medici però al loro ritorno riferivano, che si trattava di una febbre maligna, ovveramente di una malattia particolare a cui non sapevano qual nome potersi attribuire. In Giugno di quell'anno scoppiò la peste nella stessa città di Bukarest. Ivi pure non fu conosciuta e si ebbe a commettere dai medici lo stesso errore, il medesimo sbaglio nella diagnosi. Uno di essi (Dott. Mesitsch) che vide il vero, e che per più accurata osservazione fatta ebbe a dichiarare que' morbi essere vera peste, non fu creduto, e nessun peso si diede alle di lui opinioni. Non fu riconosciuto esservi la peste nella città se non allorquando il micidiale contagio aveva già attaccato quasi contemporaneamente un gran numero di famiglie, s'era mostrato in tutto il suo formidabile aspetto, ed aveva ucciso moltissime persone. Di ottantamila abitanti che componevano la popolazione di Bukarest, ne sono morti per quella pestilenza in undici mesi, cioè da Giugno 1813 a Maggio 1814, da venticinque a trentamila, senza contare quelli che sono periti nei villaggi vicini (V. Grohmann Beobachtungen ueber die im Jahr 1813 Herschende Pest zu Bucharest).

Lo stesso finalmente avvenne nella peste di Noja (città del Regno di Napoli a quattro leghe da Bari) nel 1815. Ai primi di Dicembre di quell'anno (1815) morti a Noja quasi contemporaneamente alcuni individui con petecchie e piccioli tumoretti all'inguinaja, quelle autorità si sono messe tosto in allarme. Ond'è, che convocati i medici del luogo e fatti venire da Bari alcuni altri dei più accreditati, si tenne consiglio per conoscere col fondamento delle loro opinioni la natura di quelle malattie. Fu assicurato da quel consiglio non trattarsi che di un tifo o febbre putrida esantematica che non diveniva mortale se non per la miseria delle persone affette, e che non vi aveva alcun fondamento per temere di peste. Queste assicurazioni però non tranquillizzarono interamente le autorità; molto più che d'altra parte pervenivano ad esse avvisi, che a Noja si era sviluppato un contagio con buboni. Si convocarono quindi di nuovo i medici, coll'intervento anche di un chirurgo, e fatti venire da Bari li stessi due professori che primi avevano dato giudizio sulla natura di que' mali divenuti ancor più sospetti, vennero invitati a meglio esaminarli e dare su di essi un definitivo giudizio. Ma fatalmente dopo molti dialoghi ed inutili digressioni sui sintomi e sull'andamento della malattia, proposero, fosse pubblicato in Noja che la malattia altro non era che una febbre maligna contagiosa prodotta dalla miseria e dai cattivi alimenti. Questa relazione vaga ed incompleta, mentre da un lato servì ad inspirare al popolo una fatale fidanza, per cui credette poter impunemente trascurare le necessarie precauzioni e cautele di sanità, accrebbe dall'altro i dubbii concepiti dalle autorità; le quali avendo fatto riflesso, che «i primi rapporti in fatto di peste sono sempre dubbii o equivoci, per effetto dell'astuzia del morbo, o dell'imperizia dei medici nel ravvisarlo, non già per mancanza di abilità o per mal talento, ma per non aver avuto l'opportunità di vederla altra volta, e della lusinga che concepisce il paese infetto nel crederla piuttosto di altra natura»; che quella medica relazione, mentre lasciava tuttavia incerte le autorità sulla vera natura del male, ondeggianti in una fatale incertezza, impediva loro di prendere quegli energici provvedimenti, che per tutelare la pubblica salute ed ovviare ai maggiori mali avrebbero potuto esser creduti necessarii nel caso di vera pestilenza; che siffatto ordine di cose poteva compromettere la loro responsabilità e nuocere sommamente agl'interessi di quella popolazione ed alla salute del Regno, decisero d'invitare i medici a rispondere brevemente ed immediatamente se la malattia da essi osservata in Noja fosse o no peste, prevenendoli, che qualunque risposta estranea a questo dilemma militare, sarebbe stata inutile, ed avrebbe impegnata la personale loro responsabilità. — Dopo seria discussione, fu dai medici conchiuso trattarsi di febbre pestilenziale, e se ne espose il parere in iscritto, scusandosi di non averla chiamata tale nel principio per non confermare l'allarme prima di assicurarsene all'evidenza. Dietro ciò sono state prese indilatamente e con molta fretta tutte quelle altre più rigorose misure e precauzioni di sanità che potevano essere suggerite dalla circostanza, sì per impedire la dilatazione del contagio negli altri paesi del Regno, e sì per arrestarlo nel comune di Noja ed a sollievo degl'infelici Nojani. Ma fatalmente era omai troppo tardi perchè sperar si potesse di ottenere da que' provvedimenti vantaggi decisivi, i quali si sarebbero probabilmente conseguiti ove misure pronte ed efficaci fossero state attivate. Ma nessun freno essendo stato posto in sulle prime al contagio, egli aveva già avuto fatalmente il tempo di propagarsi in un gran numero di famiglie, ed allorchè fu riconosciuto e dichiarato dai medici, non era più possibile di circoscriverlo ed estinguerlo con pochi danni. Di 5300 abitanti che costituivano la popolazione di Noja, nello spazio di sei mesi la peste ne colpì 938, dei quali sono morti 716 e 212 sono guariti (V. Morèa Vitangelo Storia della peste di Noja. Napoli 1817).

Questi fatti storici, nella maggior parte già descritti a suo luogo, allorchè ebbi a far menzione delle varie pestilenze a cui si riferiscono, ho creduto di dover qui riportare uniti e presentarli alla vista e alle meditazioni del saggio, raccolti come in un quadro, onde i Magistrati e i Governi cui incombe il dovere della tutela della pubblica salute, possano averli presenti nelle gravi e difficili circostanze di peste e di altre malattie popolari a contagio specifico, a dovuto lume e regola delle lor direzioni, perchè non abbiano a lasciarsi illudere per soverchia deferenza alle opinioni di que' medici che ne' casi dubbii di peste si sollevano a paladini oppugnatori del contagio, e non trascurino di prendere quelle caute precauzioni che valgano a guarentire la pubblica sicurezza restando inoperosi per attendere la decisione delle mediche controversie, le quali, come ho già soprattocco, per un fatale destino s'incontrano quasi sempre nei casi di peste, specialmente nelle città, e furon pur troppo tante volte cagione d'inenarrabili sciagure, d'irreparabili danni e perdite dolorosissime alla misera umanità. Sicchè fatti accorti dall'esperienza; sieno al caso di evitare cautamente quegli errori fatali di soverchia credulità, d'inoperosa incertezza, i quali impressero indelebili macchie alle più belle pagine della storia di Magistrati d'altronde riputatissimi e delle migliori intenzioni, di uomini illustri e per ogni altro riguardo stimabilissimi.

Mi si chiederà forse; — donde deriva questo singolare fenomeno, quasi costante nelle congiunture di peste; questo sì frequente ingannarsi de' medici nel riconoscere quella malattia; tante ostinate quistioni, tanta insistenza nel negarla a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, tante acerrime liti e contese allorchè si tratta di dar un concreto giudizio sulla vera natura di morbi resi sospetti di peste, e determinare ai primi attacchi l'indole loro, il loro carattere: in somma, qual è la vera causa di questo fatalissimo destino che non si osserva in alcun'altra malattia ed in vece ha luogo quasi sempre allorchè si tratta della peste? Come mai può ciò avverarsi, mentre sono già i primi medici di ciascun paese, i più accreditati, quelli che per tali riconoscimenti vengono chiamati a consiglio?

Se della massima importanza e sommamente decisivo è il pronto riconoscere e l'esatto determinare l'esistenza di questo fierissimo morbo, della peste cioè, ed il leale e franco dichiararlo alle autorità allorchè viene riconosciuto, onde non siano ritardati gli opportuni provvedimenti e quelle robuste e saggie misure sanitarie che sole possono salvare il paese, altrettanto difficile (è forza confessarlo) riesce tale riconoscimento specialmente nei primi attacchi, sì perchè la peste è una malattia insidiosissima e suol presentarsi per lo più sotto ingannevole aspetto, procede con rapido corso, nè dà tempo di bene esaminarla, sì perchè, subdola e proteiforme di sua natura, mente d'ordinario nel principio un'altra malattia, e più comunemente suol comparire sotto le sembianze di tifo o febbre maligna, nervosa, ovvero con sintomi che molto alla febbre nervosa o tifoidea si assomigliano, ed in qualche raro caso eziandio sotto le apparenze di una febbre intermittente perniciosa subcontinua; e comunque dotto ed istrutto sia il medico, è assai facile che resti ingannato e prenda abbaglio nella diagnosi della peste, specialmente se non l'ha mai veduta coi proprii occhi e non fu mai al caso d'instituire confronti, fare su di essa osservazioni od esperienze, e deve parlare, scrivere e dar giudizio su ciò che non ha mai veduto se non cogli occhi degli altri, se non dietro conoscenze imprestate dagli altri, imbrattate forse dalla pece di sistema, dettate dall'entusiasmo o dalla prevenzione.