Ed il più delle volte nemmen questo sta in soccorso del medico, mentre fra tanti diligenti e studiosi giovani che frequentarono assidui e frequentano le Università, non saprei dire se vi sia alcuno che abbia inteso un corso regolare di lezioni sulla peste, ed abbia potuto formarsi per esse un'idea giusta di questa terribile malattia. Ed è pur doloroso il dover osservare, che in generale anche dai più studiosi e dotti medici pratici si coltiva assai poco questa partita, quasi fosse uno studio a parte nè occorresse occuparsene, come di cosa lontana che non può gran fatto interessarli, giacchè ravvisano assai remoto il pericolo e quasi ipotetico.

Ma ciò ch'è ancor più doloroso a pensare e può riescire una volta o l'altra grandemente fatale, si è, che nemmen tutti quelli cui per l'officio loro incombe di essere bene istrutti di questa materia e coltivarne assiduamente e premurosamente lo studio, se ne occupano abbastanza, e all'occasione sono costretti mostrarsi così vergognosamente ignari e nudi da destare pietà; fatale imperizia, atta a compromettere più di qualunque altra la sicurezza delle suddite popolazioni, ed alla quale per mala sorte non vi si dà gran pensiero!

Sotto questo punto di vista non posso che sommamente applaudire all'opinione del chiarissimo collega Sig. Consigliere Protomedico Knolz esternata nella sessione della grande società medica di Vienna del 2 Febbrajo 1838, di cui ho parlato disopra, quella cioè di spedire alcuni medici nei paesi del Levante a studiare la peste ed istituire su di essa le più diligenti ricerche, non già come il mezzo più certo, per isciogliere i quesiti più importanti sulla peste e dimostrare siccome le proposizioni del Dott. Bulard non possono servir di base per una riforma, ma, secondo il mio modo di vedere, col solo oggetto di studiare la peste, istruirsi in quella malattia, farne la pratica, vederla cogli occhi proprii, vedere e trattare i pestiferati, fare esperienze, e ritornare in Europa con un buon capitale di cognizioni utili sopra della materia, delle quali i Magistrati e i Governi poter giovarsene all'evenienza de' casi con minor pericolo di compromettere i più preziosi interessi dell'umanità, ed a fin che il giudizio medico da cui le autorità sogliono prender norma e consiglio per basare le loro determinazioni e stabilire i provvedimenti necessarii, aver possa, oltre i suffragi della scienza quelli eziandio di un'illuminata esperienza.

È osservabile che mentre si esigono lunghi studii ed una pratica assidua ed accurata in appositi Stabilimenti scientifici per bene istituire ì giovani medici nella conoscenza e trattamento delle diverse altre malattie, nelle quali, ancorchè pericolose e contagiose, gli errori diagnostici non potrebbero decidere che della vita di pochi, si trascurino poi interamente qualunque pratica, qualunque istituzione ed esperienza riguardo alla malattia che fra tutte le altre è la più difficile a conoscersi, la più pericolosa, ed in cui gli errori diagnostici (ciò che non è di verun'altra) possono riescir fatali ad intere popolazioni, l'incolumità, la prosperità compromettere delle più floride città e d'intere provincie.

Che se per imperizia, per inesperienza o per quelle difficoltà ed incertezze che sono proprie dell'arte, accade che alcuni medici abbiano la mala sorte di commettere simili sbagli e pronunciare un falso giudizio in fatto di peste, non è a sorprendersi se insistono e cercano con tutti i sforzi di sostenere la già esternata opinione a malgrado l'evidenza dei fatti, e quantunque siensi in seguito avveduti del loro errore, in guisa che volontieri tornerebbero indietro se potessero farlo senza vergogna. La nostra superbia c'impedisce di mostrare di esserci ingannati, ed anzichè confessare generosamente di aver torto, cerchiamo sovente di occultare l'errore fino a noi medesimi. Per ciò appunto alcune volte si grida alto per far tacere fino il sentimento della propria coscienza e trarre gli altri in inganno sul conto nostro. Per saper tornar indietro e non lasciarsi intimidire dai riguardi occorrono una certa forza e superiorità di carattere, un intimo amore di verità e di giustizia; ciò che non è che di pochi.

Vi sono poi anche degli ostinati e duri, che non sono capaci nè di conoscere i proprii errori, nè di pentirsi, nè di tornar indietro.

Ma non sempre l'imperizia, l'inesperienza, o le difficoltà dell'arte sono le cagioni dei falsi giudizii che vengono pronunciati dai medici in siffatte gravi congiunture. Talvolta l'adulazione, la soggezione, i riguardi, il timor di affrontare un'opinione autorevole, un partito possente; d'incorrere nello sfavore e nel risentimento dei grandi e di aver a provarne in seguito le terribili conseguenze; l'amor della propria pace, un naturale inchinevole facile a piegarsi all'altrui volontà ed a cedere per timidezza alle prepotenti opinioni contrarie a malgrado il proprio interno convincimento, e cose simili, hanno non di rado una parte considerevole in siffatti decisivi giudizii. I grandi, i ricchi, i potenti, sogliono odiare le cose tristi e lugubri, evitarne per fino la vista, e male accolgono solitamente le melanconiche voci, i mesti annunzii di calamità e di sciagure, e molti sono quelli che hanno gran premura di non dispiacere ai grandi e potenti e di non incorrere nel loro sfavore. Il popolo ama darsi bel tempo e vivere spensieratamente. Egli attacca, per ordinario, una certa odiosità a coloro che gli annunziano disgrazie e per cui teme veder troncato il corso a' suoi piccioli guadagni, li morde, li maledice, e con grande facilità si fa strumento delle secrete manovre dei tristi e dei scaltri; la numerosa e possente classe dei negozianti e tutti quelli che dipendono da essa e vivono del commercio, temono lo sviamento, l'arrenamento, la sospensione dei loro affari, ed hanno tutto l'interesse di smentire e far cessare le allarmanti voci di peste e la susseguente necessità delle restrizioni sanitarie. Le autorità temono lo scompiglio, il tumulto del popolo, le conseguenze di un allarme sparso fra la popolazione: temono di compromettere la propria responsabilità e d'incorrere nella Superiore disapprovazione. Scorgono tutta l'estesa e la grande entità de' bisogni cui dovrebbero provvedere immediatamente, le robuste e rigorose misure che sarebbero tenuti di porre in pratica qualora i dubbii fossero convertiti in certezza. L'infortunio le ha colte all'impensata; mancano spesso di mezzi e di facoltà; sicchè sarebbero assai contente poter ischivare tante spese tanti imbarazzi. Il perchè, sebbene penetrate dalle più pure intenzioni e della miglior volontà, non possono che parteggiare per l'opinione di chi nega l'esistenza del contagio, siccome quella che ha l'apparenza di favorire tutti gl'interessi, desiderar che prevalga; e quasi per naturale istinto, per amore del bene, sono disposte, a far bella ciera e buona accoglienza piuttosto agli oppugnatori che ai sostenitori della peste.

Ecco come tutto concorre a traviare l'opinione e il giudizio dei medici allorchè si tratta di decidere ai primi attacchi di un morbo sospetto se esso sia o no vera e real pestilenza. Ecco come, oltre alle naturali difficoltà dell'arte ed al solito insidioso andamento del morbo, al suo tacito insinuarsi sotto mentite forme, al suo lento e ingannevole avanzarsi nel principio, alla tregua apparente, alla temporaria sospensione de' suoi attacchi con cui usa talvolta deludere la pubblica vigilanza ed imbaldanzire il partito degli oppositori inesperti, un concorso fatale di circostanze si combina a traviare la pubblica opinione in circostanze di peste, ad impedire di veder chiaro: in somma a far sì che vengano trascurate o neglette quelle robuste misure di salvezza che sole possono aver buon effetto e preservare il paese dal minacciante pericolo; giacchè soltanto allora si può sperar d'arrestare il corso al contagio ed annientarlo con pochi danni, quando viene sollecitamente conosciuto e combattuto, e le autorità s'adoprano senza perdita di tempo robustamente al riparo con misure energiche, pronte, e adattate alla circostanza, senza lasciarsi intimidire dai riguardi, arrestare da meschine viste di economia o da altri motivi di secondo ordine, ma coraggiose e sollecite marciano con piede franco e sicuro innanzi al nemico a null'altro mirando che alla salute del popolo e a rendersi benemerite dell'umanità, della salvezza di tante vittime, che, trascurato il riparo, perirebbero sotto il flagello.

Dal che chiaro apparisce essere la parte che risguarda la diagnosi della peste incontrastabilmente la più necessaria a studiarsi, la più utile a sapersi, la più importante per l'umanità, e quella la cui ignoranza suol riescire la più fatale. Il perchè, tutti i giovani medici che calcano la via degl'impieghi, sia nella Sanità propriamente detta, o nei Dicasteri politico-amministrativi, ovveramente aspirano a diventar Condotti dai comuni popolosi delle Regie città, dovrebbero esser tenuti a conoscerla almeno in teoria, rendendosi familiari le osservazioni ed avvertenze pratiche di quegli autori più accreditati che scrissero le loro Opere dopo essere stati testimonii oculari di qualche epidemia di peste, e fecero le loro osservazioni sul campo stesso della malattia o nei spedali dei pestiferati nei paesi del Levante; mentre le Opere di que' scrittorelli dilettanti di peste ch'ebbero il ticchio di far stampare sopra questa malattia senza mai averla veduta, raccogliendo, rivestendo, spesso sfigurando le osservazioni degli altri, ed impastando, come più loro cade in acconcio, le proprie colle altrui idee, non sono, secondo me, Opere utili, specialmente per giovani medici che hanno bisogno di bene istituirsi nella parte pratica della peste, ed acquistar idee chiare ed esatte sopra la medesima, onde esser in istato di prontamente distinguerla da ogni altra, nei gravi frangenti di malattie popolari o di casi sospetti, poter fondare un giudizio, e non tradire per imperizia i più grandi interessi delle popolazioni e la pubblica fiducia di cui vengono onorati.

Sarei contentissimo poter produrre fin d'oggi un corpo di osservazioni ed avvertenze pratiche sopra questo suggetto ch'io ravviso di un'importanza superiore a qualunque altro; ma non essendo questo il luogo, nè avendo il tempo necessario per farlo, molto più che mi conviene una volta finirla con queste note divenute ormai troppo lunghe, mi limiterò ad alcune brevi indicazioni ed avvertenze per distinguere la peste dalla febbre nervosa-maligna o tifoidea colla quale suole più frequentemente confondersi, in riserva di trattare diffusamente questo argomento in altro luogo, giusta il Piano dato dell'Opera. Infrattanto, per tutto il resto che risguarda la diagnosi mi riporto alla nota N.º 58 pag. 695 del presente Volume, ed alle altre osservazioni ed avvertenze pratiche che si trovano sparse nel corso delle varie storie che vi sono riferite.