Desidereranno molti di sapere, dice il Diemerbroeck, come io mi sia regolato, durante questa pestilenza, e come abbia potuto preservarmi dalla malignità di sì fiero contagio, mentre che io usava in tutte le case infette, e visitava indistintamente qualunque malato, trattenutomi in somma per tanto tempo in mezzo di tanto grande corruzione pestilenziale. Passa egli quindi a descrivere divisatamente il metodo di vita da esso tenuto con felice successo, e di quali mezzi preservativi siasi pur esso giovato. Nè sarà forse discaro a' lettori saper cosa, che potrebbe anco tornare loro, una volta o l'altra, assai utile; ed è, come soggiungo. Cessava egli attentamente ogni violenta commozione dell'animo; viveva intrepido, non però dispregiando i pericoli nè la morte; con eguale franchezza, e coraggio entrava nelle case infette, e nelle non infette, e visitava egualmente volentieri i poveri che i ricchi senza eccitamento di lucro, nè avidità di guadagno. Come cercava di fuggire attentamente la paura, così schivava la collera, e la tristezza. Che se accorgevasi di essere conturbato (il che era facile ad avvenire in que' tristissimi tempi) procurava di esilarare lo spirito, e di confortare il cuore, usando di poco e di generoso vino; perchè tosto ne dissipava da se ogni tristo umor melanconico. E quantunque avesse egli proibito agli altri il sonno meridiano, pure, essendo egli stanco del continuo moto e delle molte sue fatiche, dopo il pranzo dormiva un sonno di un'ora. Riguardo al vitto usava di buoni cibi leggieri, di facile digestione, esattamente astenendosi da quelli, che aveva in altri riconosciuti nocivi, quali erano le carni del porco, e quelle del pesce acciuga. La birra ordinaria, il vino bianco, tenue, o mediocre, erano la sua bevanda, e ne usava talor sino al sentire in se ilarità, non mai ubbriacchezza; si guardava da ogni pienezza di ventre, non però scorrevole, sì che gli bastava andare non più di una, o due volte il dì. Nell'intervallo della settimana, prima di coricarsi prendeva una delle pillole, che dicevansi antipestilenziali, composte di aloe (part. iij.) di mirra (part. ij.) di croco (part. j.) impastate col vino aromatico. Anche giovavasi d'altre pillole, le quali, oltre degli accennati ingredienti, d'altrettali, e assaissimi eran composte. Di buon'ora visitava i malati non potendo per debolezza dello stomaco prender cibo, nè bevanda; ed usava solo di masticare alcun poco di cannella. Due ore dopo, cioè circa alle 6 del mattino, prendeva in picciola dose triaca, o diascordio, o un po' di corteccia d'arancio condita, e per lo più mangiava alcuni pezzi di radice pur condita d'elenio. Alle otto incirca faceva colezione di burro fresco, formaggio, e pane, soprabbevendovi della birra. Verso le nove beevasi un bicchiere di buon vino, nè ciò ogni dì; e alle dieci incirca usava d'una dose del fumo di tabacco, di due o di tre subito dopo il pranzo, e a un dipresso così faceva dopo la cena, e altre volte ancora secondo occasione. E ciò era egli solito di fare per assoluto, tosto che entrato ad un infermo di peste, o in qualsiasi stanza, ne sentiva alterazion di fetore: dappoichè egli teneva il buon tabacco, sì come uno de' più principali preservativi contra il contagio, per modo ch'egli, al tutto fidando nell'efficacia del tabacco, non usò mai d'altri preservativi. Cessato il bisogno, ne abbandonò l'uso[27],

Negli stessi anni 1636-37 v'ebbe pur fiera peste nel Brandemburghese, e in varie terre e paesi del regno, dove, per la copiosa quantità de' morti restando insepolti d'assai cadaveri, narra lo storico esserne andati consunti dalle fiere (Lebenswaldt; Adami, op. cit.).

Oltracciò a que' tempi crudissima fame desolava Francfort e le Provincie Renane; a tale che è incerto, se più dalla fame o dalla peste sieno periti quegl'infelici abitanti (Eman. Gomez de Pestilent. Plemp. Vopisc. Fortunat. de Fundament. Medicinae etc.).

Nel 1636-37. In Londra v'ebbe pur fiera e desolatrice pestilenza, secondo il Papon, ed il Lebenswaldt (Op. cit.).

A. dell'E. C. 1638. In quest'anno fu peste nella Livonia; ma pur ancora è incerto, s'ella sia stata vera peste, o sì veramente una malattia epidemica, a cui avesse dato cagione l'estrema fame, donde allora andò afflitta quella provincia, originata da un'immensa copia di vermi di specie particolare, che distrusser le biade. (Lebenswaldt, ec.; Adami, op. cit.; Hering, Honor. de Peste).

A. dell'E. C. 1640. Peste in quest'anno a Marsiglia, ed in altri luoghi della Provenza (Murat. Gov. ec; P. Maurizio da Tolone, Tratt. Polit. da praticarsi in tempo di peste, ec.).

A. dell'E. C. 1644. In quest'anno la peste maltrattò fieramente la città di Vienna; perchè vi si videro rinnovate quelle terribili sciagure di danno, e di orrore, che sono le solite conseguenze di questo flagello (Managetta, e de Sorbait Pestbeschreibung, und Infecktions Ordnung p. 18. Ed. an. 1763.).

Nel successivo anno 1645 si propagò la peste in più luoghi confinanti coll'Austria; fra' quali alcuni della Stiria, dove fece di orrendi guasti. In tale occasione si pubblicò il rinomato Regolamento intorno la peste: Constitutio Edictalis Ferdinandi III.

A. dell'E. C. 1647-48. Nel mille seicento quarantasette un bastimento carico di cuoj, e di altre pelli, proveniente da Algeri, portò la peste in Valenza, città della Spagna, celebre a quel tempo pel suo commercio. Da principio il contagio non si manifestò che fra i calzolaj, indi fra quegl'individui, i quali con essi avevano traffico, finalmente si diffuse in tutta la città, e nella provincia; a tal che Valenza fu ridotta ad uno stato di compassionevole disertamento. Vive ancora tra' Casigliani la memoria di tanto grande sciagura.

Il feroce desolator contagio dopo aver tutto devastato il territorio di Valenza, durante il 1647, s'insinuò l'anno vegnente 1648 verso l'Occidente, ed invase da prima nello stesso regno di Valenza la città di Elche, la quale s'era fin allor preservata. Quindi si propagò ad Orihuela, in Alicante, a Mesquinenzia, a Cartagena, a Siviglia, e a Cadice. Da Cadice passò colla flotta Spagnuola all'Indie Occidentali. Dalla parte d'Oriente si propagò a Tortosa, a Barcellona, a Girona, ed in tutta quasi la gran provincia di Catalogna, dove unita alla guerra fece particolarmente grandissima strage. Si conserva ancora vivissima tra quelle popolazioni la dolorosa memoria di così fiera calamità, la quale importò alla Spagna la perdita di più di 200,000 persone, parte vittima del pestilenziale flagello, che, dove più, e dove meno, imperversò per tutto quel regno, parte dalla carestia, che le susseguitò (Gastaldi de avertenda et profliganda peste; de Burgos Alonzo de la peste, Corduba 1631; Villalba, épidémiologie d'Espagne; Romani, Ricordi sulla Peste, ec.).