«Non meno nella Metropoli che nell'altre province del Regno accadevano sì funeste e crudeli stragi. Toltone le province di Otranto e di Calabria ulteriore, tutte le altre rimasero disolate. Delle città e terre, narrasi, che solamente Gaeta, Sorrento, Paola, Belvedere e qualche altro luogo rimaser preservate».
«Ma ridotte le cose in questo infelicissimo stato, verso la metà d'Agosto, una impetuosa ed abbondante pioggia, temperò alquanto la furia del malore: cominciò il mortifero veleno a cessare; niuno più s'ammalò di tal morbo, e coloro, che n'eran tocchi, guarivano; in guisa che alla fine del seguente mese di settembre, non si numerarono più infermi in Napoli, che soli cinquecento. Si ripigliarono per tanto dalla Deputazione i provvedimenti e furono da quella dati vari ordini per purgar le robe di quelle case, dove era stata la contagione, ed altre istruzioni e metodi, affinchè non ripullulasse il male. Passarono due altri mesi, e non s'intese altro sinistro accidente, onde ragunatisi alquanti medici, ch'eran scampati dal comune eccidio, fu a' 8 decembre su la testimonianza de' medesimi, solennemente dichiarata Napoli libera da ogni sospetto».
«Nelle province s'andava ancora tuttavia scemando il malore, ma perchè doveva esser opera di più mesi convenne mantener li rastelli alle Porte della città e le guardie per evitar l'entrata a quelli, che venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo fine sottoscrisse un rigoroso Editto, col quale comandò sotto gravissime pene, che niun forestiero fosse ammesso nella città senz'espressa sua licenza, da darsi precedente visita, e parere dalla Deputazione. La corte Arcivescovile di Napoli, a richiesta del Vicerè, sottopose alle censure Ecclesiastiche tutti coloro, che avessero occultate robe infette o sospette di pestilenza, se non l'avessero fra certo tempo rivelate e fatte purgare. Ma non mancò l'Arcivescovo, profittandosi di queste confusioni, di avanzar un passo, e mescolarsi anch'egli in queste providenze, poichè si fece lecito di pubblicare un altro Editto consimile a quello del Vicerè, come se questo non bastasse per obbligar anche gli Ecclesiastici all'osservanza, col quale comandava, che niuno Ecclesiastico osasse entrare in Napoli senza sua licenza in iscritto. Il Vicerè, per reprimere un così pernizioso attentato, immantenente diede fuori un rigoroso comandamento, col quale ordinò, che non s'ammettessero altre licenze, che quelle de' Ministri del Re. Per la qual cosa, essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe, con stabilirsi, che tutti gli ecclesiastici, ch'entravano nella città, avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti alle diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero andati a presentarsi ne' loro Tribunali. In cotal maniera si continuò a praticare fino al mese di novembre del seguente anno 1658, nel qual tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione le città di Roma e di Genova, fu aperto generalmente il commerzio, e tolti i rastelli e le guardie».
«Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città e del Regno: a provveder l'Annona ed a reprimere l'ingordigia degli artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed arricchiti col patrimonio de' morti, o con difficoltà si riducevano a ripigliar il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne' lavori, restituendo i prezzi e le mercedi, siccom'eran prima della contagione. Si applicò poscia il Conte a sollevare le Comunità del Regno, ordinando, che quelle, ch'erano state tocche dalla pestilenza, non fossero molestate per li pagamenti fiscali, ne' quali rimanevan debitrici per tutto aprile 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuita la quarta parte meno di quello, che stavano tassate nell'antica numerazione del Regno. Si resero da poi pubbliche e solenni grazie a Dio ed a' Santi: su le Porte della città furon dipinte dal famoso pennello del Cavalier Calabrese le immagini de' Santi Tutelari, ed al B. Gaetano Tiene innalzate statue; ed allora nella piazza di S. Lorenzo s'erse a questo Santo quella piramide, con sua statua di metallo ed iscrizione, che ora si vede».
Da Napoli la peste si fece a invadere lo Stato Ecclesiastico, non ostante le severe precauzioni di Sanità, al primo avviso della peste in Napoli adottate dalla Sacra Congregazione, e dai prelati, che in qualità di Commissarj di quell'ufizio furono ordinati con ample facoltà sui diversi luoghi di confine. Il contagio si manifestò da prima a Rieti nel ducato di Spoleto; poi si propagò a Nettuno, picciola città della Campagna Romana; finalmente a Civitavecchia, e 'l dì 8 Giugno 1656 si è sviluppato nella stessa Roma.
La malattia si mostrava con certo calore ai precordj sì violento, che i malati mandavano spaventevoli grida, come se ad essi venissero strappate le viscere; indi succedeva il vomito, ardente febbre e continua, delirio furioso, a cui seguiva grande prostrazione di forze, convulsioni, sete inestinguibile, lingua biancocinericcia, e poi nera, orine torbide e sanguigne, atroce dolor di testa. Dietro le quali cose i carbonchi ed i buboni non tardavano a comparire, come pur le petecchie nere, segnali di vicina morte. Alcuni cadevano morti improvvisamente, e senza alcun segno manifesto di contagio.
Questa peste ebbe di particolare, che fu molto più funesta agli uomini, che alle donne e ai fanciulli; a differenza di varie altre, in cui s'è osservato il contrario. I vecchi morivano tutti; e le donne, i fanciulli, ed i giovani di temperamento sanguigno e bilioso ne furono men maltrattati.
Si usava bruciare e scarificare i carbonchi, che si medicavano poi coll'unguento di mercurio precipitato rosso, od egiziaco. Sopra i buboni applicavansi gli emollienti, le ventose, ed anco i vescicatorj, non però sovr'essi il cauterio attuale, ch'era stato riconosciuto pericoloso. Ma riguardo ai cauterj, o fontanelle, il P. Kirchero, il quale, durante questo contagio, trovavasi a Roma, assicura che niuno segnato da essi cauterj fu invaso dalla peste tranne alcuni di vita epicurea.
L'emissione del sangue era assolutamente seguita dalla morte, e al più s'impiegavano le ventose scarificate. Si usavano i clisteri purganti o alessifarmaci; e siccome la prostrazion delle forze era estrema, così giovavansi gli ammalati con brodi, renduti più eccitanti dalla pimpinella, dalla scabbiosa, dallo scordio, acetosella, semi di cedro, e simili, con alcune gocce di acido solforico. Si somministravano parimenti l'acqua teriacale, i sudoriferi, ed il vino. Tornavan nocivi i medicamenti troppo riscaldanti. La decozione d'orzo, acidulata coll'aceto, era la bibita ordinaria.
In tal disordine di cose si stabilirono in Roma non pochi spedali e lazzeretti; e si fecero espurghi, erettevi all'uopo alcune macchine. Quindi la città si divise in quartieri, e ad ogni quartiere fu assegnato il respettivo Commissario, i suoi medici, chirurghi, e confessori. Molte provvide discipline venner del pari ordinate, specialmente sopra obbietti annonarj, ed altri di eguale necessità, senza guardare a spesa, e senza altri particolari riguardi.