Il pontefice Alessandro VII, e molti cardinali non partirono mai da Roma, durante il contagio. Il celebre cardinal Gastaldi, eletto Commissario generale di Sanità, si distinse per la saviezza, vigilanza, e 'l mantenimento delle discipline, adottate a precauzione contro la propagazione del morbo. A queste, e ad un saggio rigore usato indistintamente verso ogni classe di persone dee la città di Roma principalmente la salvezza di un gran numero de' suoi cittadini[31]. Infatti per merito di un buon governo non sono perite a Roma in quella circostanza che 14,500 persone; mentre Napoli ne perdette 280,000 (che che dica il Giannone esserne andate estinte 400,000), e Genova presso a 70,000. Parecchie città e paesi dello Stato Romano sono stati preservati, come pure alcune contrade stesse di Roma. Anco in questa pestilenza la maggior parte de' conventi di monache ne restò illesa.
Il sullodato Cardinal Gastaldi ci lasciò la storia di questa pestilenza, ed una copia fedele di tutti gli editti, bandi, notificazioni, istruzioni, ec. pubblicati in Roma in tal congiuntura nella voluminosa sua opera de avertenda et profliganda peste, etc.
Il contagio si diminuì a poco a poco, e cessò intieramente a Rieti nel Gennaro 1657, a Roma nel Marzo dello stesso anno. Succeduti poi in Roma nuovi casi, si rinovarono le diligenze, e il male cessò affatto in sui primi di Agosto del detto anno 1657. Solo però nel principio del 1658 si rendettero interamente libere tutte le comunicazioni.
Nello stesso tempo, che infuriava la peste, un'epizoozia crudele faceva perire la maggior parte de' buoi e delle pecore (V. Gastaldi op. cit.).
A Genova, quasi altrettale che a Napoli, avuto riguardo al numero minore della popolazione, fece strazio orrendo questo stesso contagio. Offeriva quella città miserando spettacolo di miseria e di stragi, che per la confusione e lo spavento, che regnavano a que' tempi colà, diventava ogni giorno più tristo, e più desolante. Anche a Genova in sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità e gli argomenti, che all'improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settanta mille persone. Non bastando più i vivi a dar sepoltura ai morti, vennero eretti in quasi tutte le strade, e sulle piazze dei roghi, ove immensa quantità di cadaveri fu abbruciata. Sì a Napoli che a Genova la malattia presentava a un incirca li medesimi sintomi. Dichiaravasi per ordinario il male con un acutissimo dolor di testa, viso rosso, occhi infiammati, sete inestinguibile, lingua secca, calore bruciante a la region de' precordj, buboni agli inguini, e alle ascelle, carbonchi e antraci sul petto, e agl'ippocondrj. Nelle persone cachettiche la febbre era meno intensa; vomiti di una bile pallida, mista di pituita; cardialgía, ossia dolor di stomaco, pallore orribile della faccia, occhi profondati nell'orbita, sudor freddo alla fronte seguìto da buboni, antraci, o dalla morte. Presso altri la comparsa dei buboni e degli antraci era preceduta da una febbre insensibile, accompagnata però da turbamento, e alterazione delle facoltà vitali e animali. In alcuni altri la febbre era moderata e lenta senza buboni, salvo che ne appariva un picciolo carbonchio; e nel quarto giorno si manifestavano inaspettatamente quasi ad un medesimo istante i sintomi più terribili. I buboni, non molti, e gli antraci in copia comparivano accompagnati da dolori atroci, e ne succedeva la morte in poche ore fra gravi assalti di convulsione.
Apertisi alcuni cadaveri, vi si trovaron le viscere sfracellate; il cuore, il polmone, ed il fegato coperti di macchie nere gangrenose; la vescichetta del fiele piena di una bile nera, viscosa, e sì densa, che duravasi fatica a staccarla, i vasi sanguigni ingorgati di sangue nero e grumoso. Vi si usarono le bevande cordiali, la teriaca, i sudoriferi, l'olio di scorpione internamente, esternamente l'olio del Mattioli; ma tutti i rimedj riuscivano inutili. La malattia non cessò, che a poco a poco da se, e come se fosse stata stanca di stragi. Quando la peste era nel suo forte, tutte le altre malattie, sia febbrili o no, casualmente accadute, acquistavano la natura e' segni di vera peste, ossia, come dicevasi, si convertivano in peste, anco in quegli, che tenevansi chiusi nelle proprie case con ogni sorta di riguardo, e, per quanto sapevasi, senza alcuna esterna comunicazione. Ciò però non accadeva nel primo, e nell'ultimo stadio della pestilenza. In sul fine, come suol avvenire in ogni caso di peste, si svilupparono di alcune malattie comuni, d'altra indole. Questo è il segno più sicuro, che l'epidemia pestilenziale sia giunta al suo termine. Moltissime ruberie, spogli di case, orrendi assassinj sono accaduti in quella città nel tempo, che durò il contagio. Per lo che, il trasportarsi d'una famiglia all'altra in un cogli effetti rubati l'infezione fu cagion essenziale della rapida ed estesa sua dilatazione. Morti essendo la maggior parte de' sacerdoti, che avevano la cura spirituale degli ammalati, ed in mezzo alla terribile mortalità non trovandosi più chi assumer volesse sì pericolosi ufici, la Repubblica di Genova chiamò dalla Francia alcuni PP. Cappuccini in soccorso degl'infermi. Quattro d'essi giunsero, allorchè più ardente era il contagio, i quali vi prestarono l'opera loro con eroica carità. Fra loro v'ebbe il celebre P. Maurizio da Tolone, sacerdote molto coraggioso e pio, già trovatosi in più pestilenze, dalle quali tutte n'era uscito illeso felicemente. Usavasi a quel tempo in Genova gittar dalle finestre tutti i mobili ed effetti, che trovavansi nelle stanze de' morti di peste, fossero essi di poco o di molto valore; e tutti abbruciavansi indistintamente, non conoscendosi allora altro mezzo di spurgar la città, che il fuoco. Il detto P. Maurizio da Tolone in tal circostanza introdusse in Genova, con grande utilità e risparmio di molti arredi e masserizie preziose, il suo metodo de' profumi per ispurgarne le robe e le case infette, e, giusta quanto egli ne assicurò, la più costante sperienza gli ha fatto conoscere di tai profumi mirabile effetto, vale a dire la sicura qualità del disinfettare, come copiosamente si fa egli a provare nel suo Trattato politico; ec. Con questi profumi, ch'egli spaccia di sua invenzione, spurgò in Genova, oltre un'immensa quantità di robe e di case, 430 tombe, piene a ribocco de' cadaveri degli appestati, con un ingegnoso apparato di legno da lui fatto costruire appositamente. Questi profumi sono di tre sorte; la prima per ispurgar le case ed altre suppellettili grosse; la seconda più violenta per purgare i lazzeretti, le sepolture, ed altre robe, che hanno bisogno di un più efficace purgamento; la terza è un profumo più soave, detto della Sanità, per liberar le camere dal puzzo[32]. La base di tutti questi profumi è lo zolfo, la cui celebre dote del disinfettare è antichissima, quasi quanto è l'uso de' profumi in tempo di peste, come vedremo a suo luogo; adoperato, dico il zolfo, più o meno confusamente in un gran numero di pestilenze; e, a dir vero, in alcuni casi con evidente utilità. (Gastaldi Hieronymus Card. de avertenda et profliganda peste; a Castro Petrus, Veronensis, Pestis Neapolitana, Romana, Genevensis annorum 1656-1658; Juvellin. Bernard. Hist. Pestis, Romae 1656; P. Maurizio da Tolone, Trattato politico; ec. P. Kirchero Scrutin. Pestis; Papon; Lebenswaldt; Muratori op. cit.)
A. dell'E. C. 1657. In quest'anno vi ebbe peste nel ducato di Brema nella Bassa Sassonia, ed a Brunswich residenza del principe di questo nome. Lorenzo Gislero, medico di Osteroode, rapporta duecento e tre storie particolari della peste, che si spiegò a Brunswich nel 1657. Vi durò essa sei mesi. Questa peste era particolarizzata dai sintomi seguenti; ansietà ai precordj, calore ardente interno, veglia, cefalalgía intensa, stitichezza di ventre, polso pressochè naturale, delirio, esantema petecchiale, buboni, carbonchi, somma prostrazione di forze, ec. Il contagio sviluppossi da prima a Brema, e da di là fu portato a Brunswich da alcuni Brunswicesi, che ne fuggirono, venuti a rifugiarsi in patria, dove morirono in casa di una vecchia femmina lor parente, che ve gli accolse, contrattone pur essa il malore (Laurent. Gisler Observat. Medicae de Peste Brunswicensi an. 1657.).
A. dell'E. C. 1659. Peste in quest'anno nella Svezia, e principalmente nella città e fortezza di Hollen sulla costa meridionale dell'isola di Aland (Lebenswaldt; Adami op. cit.).
A. dell'E. C. 1660. Alcuni autori accennano esservi stata peste nel mille seicento sessanta in parecchi luoghi della Germania, la quale attaccava più particolarmente gli uomini, soprattutto i robusti, fatto poco danno alle donne, e meno ancora ai fanciulli; ben diversa in ciò da quella, che afflisse Roma sotto il regno di Tarquinio il Superbo, la quale, secondo Dionigi d'Alicarnasso, colpì a preferenza le giovani fanciulle e le vedove (Papon, Ozanam. op. cit.).
Nell'anno 1662, secondo il Lebenswaldt, il contagio turbò la Polonia. Di questa peste però non trovai negli storici da me veduti alcuna particolar descrizione.