Giusta lo stesso autore nel medesimo anno 1662 la peste fece strage a Costantinopoli.
A. dell'E. C. 1664. In quest'anno fierissima pestilenza desolò l'isola di Candia al sud dell'Arcipelago, regno una volta, come ognun sa, della Repubblica Veneta (Lebenswaldt; Adami, op. cit.).
In questo stesso anno 1664 ricordasi esservi stata la peste a Tolone, ed a Cuers, picciola città di Francia nella bassa Provenza. Gli storici però non indicano, quanti, e quali ne sieno stati i suoi mali effetti (Papon. op. cit.).
A. dell'E. C. 1665-66. In Londra a quest'anni si è sparsa fierissima la peste, una delle più celebri della Storia, già descritta dall'Hodges e dal Sydenham, rinomatissimi medici, che vi si trovavano a quel tempo, e che perciò ne furono testimoni oculari. Per essa in meno d'un anno morirono in Londra 90,306 persone. L'inverno del 1664 fu freddissimo in Inghilterra, ed un gielo secco vi durò fino alla primavera. All'improvviso disciogliersi di quel gielo, ed al principiare del nuovo anno 1665, secondo il computo inglese, si manifestarono di assai peripneumoníe, pleuritidi, angine, ed altre malattie inflammatorie, che recarono gravissima mortalità. A queste venne dietro una febbre continua epidemica, ben differente da quella, che regnava sotto la precedente costituzione. Questa febbre era accompagnata da cefalalgía la più intensa, da vomiti, e da diarréa, che la sola emissione di sangue poteva calmare, provocando il sudore; mentre la pelle era secca ed ardente. Inoltrandosi l'anno, la peste si manifestò a Londra, accompagnata da tutti i suoi segnali patognomonici, cioè buboni, carbonchi, ec., e sì rapidamente si propagò, che circa l'equinozio di autunno in una sola settimana ebbe ucciso più di otto mila persone; ancorchè da due terzi almeno degli abitanti per timor del contagio si fossero rifugiati alle ville. Continuò il male con minore ferocia tutto l'inverno vegnente, nè cessò che all'aprirsi della primavera, dando luogo all'epidemia, che l'avea preceduta. S'annunciava il reo morbo con brividi di freddo, come avvien negli accessi d'una febbre intermittente. Gli sopravvenivano in seguito vomiti crudeli, e un dolor compressivo violento lacerava agl'infermi la region precordiale; e la febbre era ardente e continua fin alla morte, o sino al comparir dei buboni agl'inguini, alle ascelle, o alle parotidi, i quali, quando venivano alla suppurazione, indicavano i malati già fuori d'ogni pericolo. Le macchie purpuracee o livide eran foriere di vicina e sicura morte. Un delirio spaventevole d'ordinario non solo accompagnava la malattia, ma sovente la precedeva, senza alcun segno da far creder vicina la comparsa di questo orribile sintoma. Molti venivano presi da questo fiero delirio all'improvviso, e in sulle strade, usciti di casa senza nessuno incomodo, perdevano immediate la vista e la ragione. Parecchi di questi infelici andavano errando, e barcolando per le strade senza sapere nè dove andassero, nè che cosa si facessero, e quindi cadevano a terra, come uom che cade ubbriaco, nè più se ne riavevano. Se taluno avvicinavasi ad essi per soccorrerli, non ne aveva da loro che qualche parola male articolata, e fuor di senno. Venivano altri presi da un sudore espressivo, copiosissimo, che esauriva le forze della natura senza sollevarla punto di quel suo male.
La cura, usata dal Sydenham in questa pestilenza, fu la cavata di sangue ripetuta, ma sempre moderatamente. Egli aveva osservato che il sangue estratto era coperto da una crosta pleuritica, e che ad alcuni cadaveri, seguitane appena la morte, usciva in copia del naso. Cavato sangue, soleva egli prescrivere i diaforetici, poi l'emetico, indi la triaca, l'acqua di cardo santo, le infusioni di scordio, e di salvia, quella di macis nella birra per promuovere il sudore. Dopo ventiquattro ore, durante il qual periodo faceva continuare le stesse bevande, dava un catartico. Guardavasi però egli dal far aprir la vena, comparsi i buboni.
Il Sydenham fonda il suo metodo del cavar sangue nella peste sull'opinione di un considerevole numero di autori, che sulla peste versarono, e particolarmente di Lodovico Mercato, di Niccolò Massa, del Settala, del Trincavelli, del Foresto, del Mercuriale, dell'Altomari, del Pascasio, del Pereza, dell'Herrera, di Zacuto Lusitano, del Fonseca, di Leonardo Botalo, e d'altri ancora. Ma sopra questo argomento tratterò nelle altre parti di quest'opera (Sydenham op. med. Sect. II. cap. I et II. Hodges Nathanael Loimologia, sive Pestis nuperae apud Populum Londinensem grassantis hist. narratio; The History of the great Plague in London, in the year 1665.).
Negli stessi anni 1665 e 66, e a pari tempo che a Londra, la peste faceva strazio orrendo in Olanda. Nella sola città d'Amsterdam di questa pestilenza morirono 24,148 persone. Secondo alcuni autori il morbo continuò in Olanda con alcuni intervalli anco ne' successivi anni, a tale che nel 1669 spopolò la città di Leiden (Lebenswaldt; Adami, op. cit.; Barbette Paul. Tract. de Peste cum notis Francisci Deckeri Lugd. Batav. 1667; Roet, Pestis Adumbr. Guid. Fanois, Dis. de morb. epid. hactenus inaudito, an. 1669. Leidae grassante; Sylv. de la Boe, Orat. de Affect. Epid. ann. 1669 Leyd. depopulantis).
A. dell'E. C. 1670. Lo Scheffer nella sua Opera, intitolata Laponia, riferisce che nel 1670 la peste si manifestò nella Laponia, trasportatavi da Riga per alcune balle di canape. Soggiunge egli pure che non s'appiccò il contagio, se non che a quelle donne, le quali erano impiegate alla filatura del detto canape infetto. Ma il freddo di quel paese estinse prontamente la malattia.
A. dell'E. C. 1676. In quest'anno fierissima peste travagliò di sì fatta maniera l'isola di Malta, che ne rimase quasi affatto deserta, non essendovi restate superstiti, che dieci mila persone. Anche in questo caso di pestilenza i gravi dispareri insorti fra i medici sulla vera natura del male lasciarono al contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione. (Briet. An. Mund. Contin. p. 937. Ad. Bibl. Loim.)
A. dell'E. C. 1678-79. In sul principiar del mille seicento settantotto il contagio ritoccò nelle terre della Dalmazia, trasportatovi dalla vicina Turchia per alcuni arnesi rubati dai Morlachi della villa Culla posta sopra Scardona; la quale fu poscia d'ordine del Provveditor generale incendiata. Di là si propagò a Brevilacqua, ed in altri villaggi del territorio di Zara, poscia introdotto anche in Zara per lo stesso modo di robe infette, portatevi clandestinamente, vi fece di gravissimi danni. In quella circostanza il convento di s. Paolo, primo Eremita, nello scoglietto, denominato Galovaz, fu convertito in Lazzaretto, obbligati que' Religiosi a ritirarsi in città. Nell'archivio di detto convento sussiste un manoscritto, contenente la memoria di questa pestilenza, ed alcune particolarità, da cui fu contraddistinta. Terminò essa nel Febbrajo del 1679 (MS. succit.; Tazlinger in suis Memoriis, etc.).