A. dell'E. C. 1707. Negli atti degli Eruditi di Lipsia (an. 1710 vol. IV) si legge la seguente descrizione intorno la peste della Polonia, desunta dall'Opera di Gio. Bernardo Sthaar (de febre pestilenti Cracoviae an. 1707).
Nel 1707 al tempo della Canicola la peste si spiegò in Cracovia, ed in diverse altre parti della Polonia. Essa vi fu recata da alcuni mercanti ebrei, provenienti da Lemberg, dove questa malattia regnava da oltre due anni. Si enunciava essa con alcuni fenomeni insidiosi; cioè ora con una febbre continua, accompagnata da gran calore universale, e da frequenti brividi irregolari intercorrenti, ora con la così detta febbre lipiria, cioè congiunta a grande ansietà precordiale, tristezza, abbattimento, vomito di materie gialle o verdi, e viscose, spontanea lassezza, e sommo abbattimento di forze, pestamento delle membra, fiero dolor di testa, fisonomia cadaverica, delirio, inquietudine continua. Le donne fuggivan nude di casa, e nude correvano per le strade e le piazze; i piedi e le gambe eran tremanti, ed affetti da contorcimenti convulsivi; succedevano crudeli coliche; l'urina si faceva sanguigna, il polso picciolo, languido, ineguale; nulla la sete o inestinguibile; comparivano i buboni agl'inguini, alle ascelle; il corpo si copriva di petecchie, o di stimmate, o neri suggellamenti. Questo sintoma però non era generale. Succedeva la morte il terzo, il quinto, o il nono giorno al più tardi, dopo un delirio furioso. Altri malati cadevano in uno stato di sopore, e trovavansi morti in sulle strade colle membra sfracellate. Avendo i magistrati, le persone ricche ed agiate, ed anche i medici abbandonato la città, vi s'introdusse ben presto il più gran disordine, e col disordine il terrore, lo spavento, la disperazione, e questi mali mettevano il colmo a tutti gli orrori di sì grave flagello.
L'emetico, somministrato nel principio della malattia fu trovato il miglior rimedio per le sperienze del dott. Schomberg, medico del Governo, il quale, quantunque obbligato a restarsene a letto per la molta sua età, e per la gotta, nullostante guarì più di trecento appestati con questo rimedio, e col suo elisire antipestilenziale, composto della tintura di bezoar, di genziana, e d'essenza canforata a parti eguali; del qual elisire esso medesimo somministrava dalle quaranta alle sessanta gocce infuse in calda birra. La bevanda ordinaria era limonata. Quindi provocava all'infermo il sudore, e cercava di ravvivare la circolazione con le unzioni d'olio aromatico e di spirito di vino canforato su lo scrobicolo del cuore, facendo prendere fino ad otto gocce di questo stesso liquore in un giallo d'uovo. Alcuni malati presero l'aceto teriacale. I nitrati e gli alcali provocavano l'estinzion delle forze, ed una diarrea mortale in poche ore.
Questa peste durò nel suo forte a Cracovia cinque mesi; nel qual periodo tolse di vita da circa 18,000 persone. Cominciò a diminuirsi nel mese di Novembre, non morendo per contagio più che sette od otto persone al giorno. Nel Gennajo i malati, che arrivavano al nono o al più all'undecimo giorno, guarivano quasi tutti. La peste non aveva più che l'apparenza di una febbre maligna. Nel Febbrajo non era più che una febbre quotidiana; e pochissimi ne perivano. La notte del dì 21 Maggio 1708 v'ebbe una brina copiosissima, dopo la quale morirono alcuni individui con sintomi pestilenziali. Quindi la malattia scomparve interamente, e gran numero di cittadini, che nel timor della peste avevano abbandonato la città, ritornarono alle loro case.
Nel medesimo anno 1707, a Rosenberg nella Slesia si spiegò lo stesso pestilenziale contagio, il quale vi fu portato da alcuni mercanti Armeni, che lo comunicarono a qualche ebreo col mezzo di una partita di lana infetta, da loro acquistata a Thorn nel Palatinato di Culm nella Prussia occidentale, infestata allora dalla peste. La malattia non tardò molto a propagarsi a Würtemberg coi sintomi più spaventosi. Questa peste uccideva da principio i malati nello spazio di 24 ore, ed in seguito il terzo, quarto, quinto, o al più il sesto giorno. I cadaveri ne diventavano subitamente lividi. In questo corso di pestilenza non erano molto frequenti i buboni; e per lo contrario sopravvenivano dei carbonchi di un'enorme vastità alle braccia, all'addome, alle cosce, alle gambe, i quali degeneravano prestamente in isfacello. Il polso variava, secondo il grado del caldo o del freddo; e nel maggior numero de' mali era pur esso naturale, come naturali apparivan le urine. Se queste diventavan nere, già n'era prossima la morte.
Il timore, l'immaginazione, colpita dal terrore, l'avarizia, che faceva acquistare le robe e le masserizie de' morti appestati, produssero gravissimi mali, ed ampliarono grandemente le conquiste, e le devastazioni della peste.
Quelli, che alla prima invasione della malattia usavano i convenienti rimedj, e che osservavano una dieta rigorosa dopo gli abbondanti sudori, d'ordinario si salvavano, come pur quelli, ai quali i buboni venivano presto a suppurazione, e s'aprivan da se, ovvero i cui carbonchi si circoscrivevano sollecitamente.
I rimedj, che meglio corrisposero alla cura, furono i diaforetici, i balsamici, la teriaca i cordiali, e i così detti annaleptici. Quando comparivano i buboni, veniva raccomandato ai malati di guardarsi ben dal sudare, e tostochè eran maturi, s'aprivano. Si usavan pure ai carbonchi le incisioni, che si medicavano poi coll'unguento magnetico. I vescicanti furono riconosciuti nocivi.
Il coraggio, la tranquillità dell'animo, la regolarità del metodo di vivere, il vino, la birra, le tinture balsamiche, la teriaca, e soprattutto lo schivare qualunque contatto coi malati, e con qualsivoglia cosa, che ad essi fosse appartenuta, era il miglior metodo, nell'arte detto profilatico; e questo giovava per garantirsi dall'infezione. (Hetwick Christian, von der Pest; Grassi Samuel, Historia Pestis in Confiniis Silesiae grassantis; Ephemerid. Curiosor. Naturae Cent. I. II. Obs. 143).
Nel 1707 regnava a Thorn la peste, come si è detto. Vi durò tre anni, cioè fino al 1710: e per essa quella popolazione ne andò quasi intieramente distrutta. (Büsching, Ant. Frid. Neue Erdbeschreib. 1. Th. 2. B. Königr. Preuss. p. 1167).