A. dell'E. C. 1752-53. Nel mille settecento cinquantadue la peste fu portata in Algeri dalle Provincie Occidentali di quel regno, dove infieriva da varj mesi, col mezzo di alcune persone infette, che, secondo il costume di que' paesi, vi sono state liberamente introdotte. Serpeggiò occulta da principio per qualche tempo sotto colore di altre malattie comuni, finchè al soffiare di venti meridionali umidi e soffocanti per varj giorni seguitamente, si appalesò in Giugno con generale incendio della città. I Consoli delle varie Nazioni, ed i mercanti Europei si chiusero tosto nelle lor case, muniti di tutto ciò, che è opportuno in simili circostanze per preservarsi contro gli attacchi del male non solo, ma contro la fame eziandio, ed altri disordini, che sogliono essere della peste compagni. Infatti alcuni giorni appresso, intimoriti i Kabaili (ossia Montanari), ed i Piskari, (confinanti col deserto, per convenzione destinati a servire sotto un suo capo ai bisogni pubblici della città di Algeri) fuggirono tutti; quindi mancarono le necessarie provvigioni per la città, non avendovi più chi volesse trasportarle. Il Governo fece intimare la forca ai fuggiaschi, e con pari minaccia obbligò le genti di campagna a vendere al solito, benchè più care, le loro derrate. Questo provvedimento portò l'effetto desiderato; ma sparse di siffatta guisa la pestilenza, tanto ne' vicini, che ne' rimoti villaggi, che la desolazione è divenuta poco meno che universale.

La maggior parte de' Mori, cittadini di Algeri, si è rifugiata nelle proprie ville, che sono ne' contorni della città abbondantissime; ma con poco effetto; mentre, comunicando eglino nel tempo stesso con la città, ne son morti alla campagna in numero forse maggiore, che dentro alle case di Algeri, ove perirono in quell'anno da oltre cinque mille persone.

Il caldo della stagione mostrò di contribuire all'aumento del male, essendosi osservato che, secondo che crescevano i gradi del calore, la forza pur del male aumentavasi, misurata dal numero degl'infetti. Però la temperatura in Algeri non si vide mai montare oltre il 28.º grado del termometro del Farenheit; ed a questa circostanza alcuni attribuirono la mediocrità della strage, la quale invece nelle interne mediterranee pianure, ove il calore è molto più forte, fu molto più formidabile. Si è pur notato, che nelle case all'aperto il numero dei morti e stato solo un terzo di quello degl'infetti, laddove nel R. Spedale Spagnuolo, che si trova chiuso fra altri fabbricati, malgrado tutte le possibili assistenze, appena un terzo degli schiavi attaccati salvossi. Un altro fenomeno s'è pur notato, che dal volgo venne attribuito a un prodigio, e fu quello, che il Palazzo Reale, abitato da molta gente, e frequentato giornalmente da ogni sorta di persone, e stato immune dal contagio, sì che non vi si attaccarono che due soli schiavi che assistevano alla cucina reale. Lo stesso fenomeno pure osservossi nell'ultima peste triennale di Algeri, nella quale andò distrutto un terzo degli abitanti della città[46]. Qui è da osservarsi che il detto R. Palazzo è l'abitazione più vasta, che siavi in Algeri, la più ventilata, quella che gode del privilegio delle finestre esteriori, e la più fresca ancora per l'abbondanza delle Fontane perenni, che la bagnano, le quali formano la più gentile e la più stimabile fra le Turche delizie.

Fu notabile altresì, che questa peste ha attaccato per lo più i fanciulli e gli adolescenti, e fra questi, come dicesi, i novelli sposi; e che le giovanette infette sono state in maggior numero dei maschi.

I Negri, per effetto del clima natio quasi tutti di ardente temperamento, ed astretti per la loro schiavitù agli ufficj più penosi delle famiglie, sono stati i primi, ed i più maltrattati dal morbo; come appunto suol avvenire in Costantinopoli, nel Gran Cairo, e generalmente in tutto il Levante.

Gli Ebrei, non che gli schiavi Cristiani, sono stati pur assai maltrattati dal contagio. Sì gli uni, e sì gli altri di questi infelici si nutriscono di cibi poco salubri, e vivono affollati in luoghi angusti e poco ventilati.

La peste, che aveva fatto strage, durante la state del 1752, venne mitigata dalle fresche piogge autunnali, ma non estinta, come pur si sperava. Essa mantennesi qua e là vagante ed incerta tutto quel verno, finchè nell'Aprile del seguente anno 1753. ripullulò con grande spavento di quegli abitanti. Acquistando essa ogni dì nuovo vigore, distrusse nello spazio di tre mesi non meno di oltre a cinque mila persone nella sola città di Algeri. Verso la fine di Agosto del detto anno 1753 il contagio si dissipò e cessò interamente su tutti i punti.

Varj al solito ed irregolari sono stati i sintomi, che accompagnarono questa malattia, e la maniera de' suoi attacchi. L'uno credeva d'essere stato attaccato per contatto immediato d'infetta materia, l'altro per il respiro di fetido alito pestilenziale; non sapevan altri a qual principio attribuire l'incontrata malattia. Chi sentiasi subitamente sorpreso dal morbo, e chi gradatamente ne distingueva il suo ingresso. A taluno si appalesava per mezzo di dolore di capo insofferibile, a tal altro con fastidiosa nausea. Chi di vomito violento, chi di languida vertigine, chi d'involontario tremore allo scoppiar del morbo lagnavasi: e chi finalmente da acutissima improvvisa puntura facevasi accorto dell'imminente comparsa del bubone pestilenziale; sintomi, che bene spesso si sono trovati tutti congiunti in uno stesso corpo appestato.

I buboni, i carbonchi, le petecchie, e le verghe rosse, pallide, o nere, accompagnavano la malattia. Il bubone era sintonia il più frequente, e, come dicesi, caratteristico. La febbre, che accompagnava il bubone, soleva essere veementissima, e il più delle volte congiunta al delirio. Essa per ordinario aveva un periodo di due giorni. Quando la malattia prendeva una buona piega, passati i due primi giorni, cominciava a declinare, ed in proporzione diminuiva la smania, calmavasi il delirio e la veglia, andavasi a poco a poco ristabilendo la perduta appetenza, e con essa le forze. Frattanto il tumore si maturava, e rotto, purgavasi, e l'infermo ricuperava la sanità. Il bubone al suo comparir dava segni quasi sicuri del grado di malignità a cui dovea montare la malattia. Infatti, secondo l'esperienza, se esso era mobile, vigoroso, turgido, acceso, e grosso (per esempio come una grossa cipolla), era probabilissimo che men grave ne doveva essere la malattia, e che l'infermo n'andava salvo; all'incontro, laddove fisso, debole, arido, oscuro, e picciolo era il bubone, ben presto ne susseguitava la morte.

Le verghe rosse, pallide, o nere, che comparivan sul collo, o al petto, erano indizio quasi sicuro di morte vicina. I disordini nella dieta, e le commozioni violente delle passioni, e specialmente della collera, esacerbavano la malattia, ed affrettavan la morte.