2.º In mezzo a sì estesa dilatazione del morbo, e ad una strage pressochè universale, i conventi delle Monache soggetti a clausura si sono preservati illesi quasi tutti, sebbene fossero 14, contenenti in complesso più di 600 persone. Non così quelli dei Frati, e d'altri Sacerdoti claustrali.

3.º I guariti dal contagio non furono più attaccati da esso, quantunque servissero ed assistessero continuamente gli ammorbati, e maneggiassero eziandio senza riserva le robe loro, tranne però due casi di persone, che servivano gl'infetti nello spedale, e che riattaccarono la peste, forse perchè non erano bene guariti.

Avendo il Re mandato in Messina in tempo del contagio quattro schiavi barbareschi, che patito avevano la peste in Levante, impiegativi ne' più pericolosi servigj in tempo, che il morbo durava più vigoroso, niuno di loro ne fu attaccato, e vissero sani. Lo stesso avvenne di una donna, che superato aveva la peste in Marsiglia nell'anno 1721.

Il Senato, volendo togliersi dal pericolo della sussistenza di ogni fomite contagioso, fece istanza, perchè fosse data mano all'espurgo. Ma il Re disposto avendo che venissero da Venezia persone capaci e pratiche per eseguirlo, d'uopo fu aspettarne l'arrivo, che poi successe nel Dicembre 1743. Da Venezia furono spediti all'effetto il D.r Pietro Polacco, un Coadiutore, tre Guardiani, e due Bastazzi.

Si cominciò spurgare in primo luogo l'antico Lazzeretto nel braccio di S. Raineri. Indi si pubblicò bando penale con le disposizioni preliminari dell'espurgo generale. Consistevano queste «in dover ciascuno nettar di stracci e di robe inutili le proprie case, facendoli metter in istrada, ove i condannati ogni giorno con carrette a tal uso assegnate li trasportavano ne' piani per brugiarsi; che si uccidessero gli animali domestici con pelo, che potrebbero da una casa all'altra trasportar il malore, in caso di esistenza nelle case infette, che rimaste erano chiuse ed abbandonate dopo la morte degli abitatori; e che in ogni quartiere i più assennati cittadini fossero per deputati, accinti ad eseguir le provvidenze e regole, che dal D.r Polacco doveansi designare.»

In questo frattempo il contagio attaccò nella terra della Scaletta, che fin allora erasi mantenuta illesa, e nell'altra di Calveroso. Ma mercè le cure de' Vicarj Generali di quelle vicinanze, il male non si dilatò; ed in quelle poche case e famiglie, ove si sviluppò, rimase anche estinto.

Il dì 11. Gennajo cominciossi la disinfettazione della città. Vi assistevano personalmente il Sig. General Governatore, l'Ispettore, il D.r Polacco, ed altri ragguardevoli soggetti.

I Guardiani e i Bastazzi, con sufficiente numero d'inservienti divisi in squadriglie, visitavano le case, togliendone fuori le robe suscettibili, che trasportavansi nel Lazzeretto, le inutili si bruciavano, e le non suscettibili si lasciavano alla ventilazione entro alle case stesse, le quali si facevano bene scopare e pulire, barricando poscia le porte, che si segnavan di rosso, onde riconoscere per visitate e spurgate.

Prima di entrar in esse vi si facevan profumi violenti di pece, antimonio, zolfo, orpimento, nitro, e canfora. Ad ogni squadriglia di spurgatori assistevano due Ecclesiastici incaricati di formar gl'inventarj di tutte le robe, che si passavano al Lazzeretto. Nel tempo degli espurghi furono attaccate dal contagio diciassette persone in alcuni casali, contigui alla città, delle quali nove morirono. Prese all'istante le opportune precauzioni, il male non si dilatò. Continuossi con buon ordine la disinfettazione in città, e nello spazio di 26 giorni vi si condusse a termine. Quindi si proseguì nel territorio; ma verso la metà del Marzo si seppe esservi in Pezzólo la peste, colà introdotta col mezzo di robe infette portate clandestinamente. Undici persone appartenenti a tre famiglie ne furon colte. Interdetta ogni comunicazione, e stabilito rigoroso sequestro delle case infette, con doppia linea di guardie, se ne continuaron gli espurghi, nè altri tristi accidenti sono accaduti in Pezzólo. Condotti felicemente a termine in ogni luogo gli espurghi, li 29. Maggio 1744. Messina fu dichiarata libera e sana, riaperte tutte le comunicazioni, e ristabilito in ogni sua parte il commercio colle altre città del Regno e coll'estere Nazioni. (Turriano, Memoria istorica del Contagio della città di Messina.)

A. dell'E. C. 1745. In una villa del contado di Zara (Dobropoglie) presso Ostravizza s'introdusse in quest'anno la peste, che distrusse la maggior parte di quegli abitanti. Un Morlacco, fuggito da Travnick, città della Bossina, ve la recò. Nei primi giorni del morbo tre individui del succennato villaggio infetto si trasferirono a Zara, e fra numeroso popolo affollato entrarono in chiesa per baciar l'arca di s. Simeone, secondo il costume di quel paese. Terminati i loro affari in città se ne ritornavano alle case loro, quando poco lontano da Zara cadettero morti con buboni ed altri segnali di peste, che si riscontrarono al momento dell'ispezione fatta sui loro cadaveri. Nessuno sviluppo di contagio è accaduto in Zara, e senza altre conseguenze vi si estinse pur anco nel summenzionato villaggio, essendosi dato il fuoco alle case infette d'ordine del colonnello del contado co. Possedaria (In Actib. Offit. Salut. Iadrens.)