STORIA DEL CONTAGIO DI MESSINA
Cap. X. fac. 29.
«Crescendo ne' successivi giorni a dismisura la strage, e la fatal forza della pestilenza, giunsero allo stato di non essere più in modo alcuno riparabili i disordini, la confusione, e la universale miseria: si ridusse la Città tutta, ed i borghi ad una piscina d'ammorbati. Gli estinti restavano nelle strade, e nelle case senza esservi chi li trasportasse. Ogni giorno contar potevasi a migliaja quei, che cessavano di vivere. I deputati, depositarj, guardiani, subalterni, oggi vivi, dimani o morti, o moribondi osservavansi. Non restarono più fornari, fabbricatori del pane; mancarono affatto i legni per cuocerlo, eziandio per le case, ove taluno adattavasi per farselo; mancarono i Parrochi, i Preti, e gli Ecclesiastici che somministravano i Sagramenti; ed in somma li Senatori, e i Deputati di salute si videro nel più funesto stato di abbandono, e di costernazione, senza ajuto di subalterni, e colle strade seminate di cadaveri, che per la forza del velen pestilente gonfiavano, annegrivano, e divenivano orrido spettacolo d'abbominazione e di spavento. Nondimeno non abbattendosi continuarono personalmente con la forza del danaro a procurare l'assistenza di qualcheduno che aver poteano a sommo stento, per soccorrere di viveri le persone chiuse nelle case, che dalle finestre chiamavano ajuto, e soccorso, per non perire di fame e di sete.
Non poterono però a lungo mantenersi nell'opera suddetta, poichè, attaccati dal morbo, cominciarono a perire; tantochè un solo de' Senatori, ed un altro solo pur de' Deputati di salute sopravvissero.
Sotto li 17 del detto mese di Giugno si scrisse dal Senato al Gran Maestro della Sagra Religione Gerosolimitana, pregandolo di mandare qualche numero di schiavi, ed almeno due medici pratici di Peste, per ajuto di questa città, che periva. Ma la lettera non giunse forse, perchè neppur risposta s'ottenne.
Correndo il dì 20 Giugno, e moltiplicato essendo nella città il numero de' cadaveri insepolti, in guisa che ne' piani ed innanzi le porte delle chiese a catasta marcire vedeansi, mosso a compassione l'Eccellentissimo Signor Generale Governatore, il quale in tutta la lagrimosa serie degli accidenti sovranarrati non lasciò mai di contribuire l'opera sua autorevole a bene della città, fin dove gli fu richiesta dal Magistrato di Salute, a di cui carico era l'operare in tali circostanze, mosso, come dissi, a compassione dello stato infelicissimo della città, aderì alle istanze fattegli di destinare numero 200 di soldati, con vesti impeciate, uncini, pale, ed altri ordigni, per levar i cadaveri, ed in fosse profonde sotterrarli fuori della città. Ma non essendo stato possibile aver carrette per lo trasporto, e molto più che moltissimi cadaveri erano già aperti e corrosi, si pensò far li fossi in città ne' siti più larghi e piani, ove canali d'acqua non s'incontrassero. Ma poco potè in pratica eseguirsi simil provvidenza, poichè non bastanti spazj trovandosi per detti fossi, nè riuscendo questi a proposito per non restar l'aere, e la città contaminata dagli aliti, e dal fetore, oltre il numero successivo, che avanzava de' defonti, si risolse alla fine di bruciargli negli stessi luoghi dove erano, accompagnandoli con pece, zolfo, bitumi, ed altri generi, che facilitassero l'incendio, ed atti fossero a purgar l'aere dalla infezione. Così dal Capitan D. Gennaro Coppola, e dall'Alfiere D. Vito Melorio, ch'ebbero in sorte di sopravvivere a tale incombenza, con amore, e zelo giammai abbastanza lodato, si praticò esattamente, consumandosi quantità incredibile di detti generi, quali neppur bastevoli riusciti essendo, fu necessità di continuar l'incendio con l'ajuto di legna, frasche, tavole, ed altre simili cose eziandio servibili.
Io, che, a servire la Patria, mi trovai presente in tutta la strana disovranarrata tragedia, prima che oltrepassassi, non posso tralasciare di dire, che in quei giorni infelici, quando si bruciavano i cadaveri, era la vita più tormentosa della morte medesima, poichè parea che giunto fosse il dì estremo per Messina, lungi d'ogni riparo. Gli elementi pareano a suo danno congiurati, poichè l'aria da' letali miasmi avvelenata, il fuoco da per tutto acceso, oltre il calor della stagione, togliea quasi il respiro; l'acqua era calda, e di maligni atomi impregnata, più tosto accendeva, che smorzava la sete; la terra tutta piena di schifose corruttele. Rendeasi in somma detestabile il vivere. I sensi tutti pativano. La vista da quegli oggetti lagrimevoli offuscata, e dal fumo intorbidata, pativa tormento, che non è dicibile. L'udito da gemiti, e da sospiri, da moribondi, da voci di miseri deliranti, che per le strade correndo lasciavano di vivere, era funestato. L'odorato dalla puzza de' cadaveri, dal fetore de' bitumi, e dall'aria gonfia di corruzione pativa pena incredibile. La lingua era secca ed arida, col gusto depravato, oltre la fame, e sete, e mancanza de' soliti ristori, che l'affliggevano. Le mani ed il tatto per tutto il corpo era totalmente perduto, temendo ciascuno di toccare per non infettarsi, abbominando eziandio le proprie vesti, i letti, e le proprie case, divenute occasioni prossime di pericolo, e di morte. La memoria era conturbata per la circostanza de' perduti congiunti ed amici, e per quei che stavano agonizzanti. L'intelletto oppresso dalla confusione, non sapendo pensar riparo a male sì grande, senza luogo, ove fuggir si potesse, senza forza come resistere, senza consiglio, e senza sovvenimento da lontani, e da prossimi. La volontà confusa, mancando alle risoluzioni l'effetto, a' mezzi l'esecuzione, a' pentimenti il profitto, a' rimedj la possibilità. Vedeasi morir le madri con figli lattanti alle poppe; i bambini per le strade pianger morendo in seno alle madri già estinte; il padre, le donzelle ignude esponersi a catasta de' cadaveri, il marito abbandonare la moglie, il fratello la sorella, senza restar chi dasse soccorso; tirarsi per morti persone ancor moribonde, starsi i viventi coricati co' morti per più giorni, senza aver in casa chi li separasse, furono spettacolo terribilissimo in quel tempo d'incomprensibile angustia. Io che per le incombenze di mia carica dovetti essere spettatore infelice di sì orrenda tragedia, non altro, che lagrime, dì e notte spargeva dagli occhi, mirando l'eccidio dell'afflitta patria, resa oggetto il più lagrimevole di desolazione. Piangevo i figli perduti, i fratelli estinti, gli amici spiranti, i cittadini dispersi, le belle arti, che in Messina rifiorivano gloriose, già poste in rovina. Ah, dissi, sfortunata Messina, che in questo tempo appunto nell'anno precedente fosti la maraviglia delle nazioni, e l'amore de' popoli, celebrando con pompa inarrivabile la secolar memoria della Gran Madre di Dio, nel mentre fra mortali dimorava, qual ti veggo ora miserabile deformata!..»
I casali vicini alla Città provarono tutti l'orribile scempio, tranne due soli, Molino, ed Artelia. Delle ville del Distretto parecchie restarono illese, altre più terribile soffriron la strage, specialmente Monforte, Venetico, e Fiumedinisi. Questo flagello cominciò a diminuire ai primi di Luglio; fu in piena declinazione in Agosto, ed in Settembre si considerò interamente cessato. Dai 6 Settembre ai 14 non morì che una donna da decrepitezza. Il numero dei morti nella Città e nei sobborghi fra una popolazione di 40321, fu, nello spazio di tre mesi circa, di 23841. Ne' casali de' contorni sono morte 14561 persone.
Fra le cose più considerevoli, che accompagnarono questa pestilenza, sono state rimarcate le seguenti.
1.º Per tutto il corso del mese di Maggio, quantunque la peste fosse nel suo maggior vigore, non si videro mai comparire carbonchi, e solo nel Giugno incominciarono a manifestarsi.