A. dell'E. C. 1742-43-44. Nel mille settecento quarantadue si riprodusse la peste in Aleppo, e vi durò tre anni. Nel 1743 spiegò la sua maggiore fierezza, cagionandovi immense mortalità. Nel 1744 comparativamente agli anni precedenti fu assai mite, e discreto fu il numero delle sue vittime. (Russels, Alexand. Natural. Hystory of Aleppo.)
A. dell'E. C. 1743. La città di Messina contava 168 anni dall'ultima pestilenza. Essa n'era stata afflitta nel 1575, allorchè gran parte d'Italia, e della Germania, ed altri paesi molti di Europa, come s'è detto, (fac. 366 e seg.) provarono di questo flagello i funestissimi effetti. In quest'anno 1743 la peste s'introdusse di nuovo in Messina incognita e mal appresa, come è avvenuto di molti altri paesi di Europa, e vi operò immense rovine. Essa vi fu recata col mezzo di una tartana Genovese, proveniente da Missolongi, picciolo paese della Grecia, situato alla bocca del golfo di Lepanto. Questo bastimento, carico di lana, frumento, e finissime telerie, manifatture di Levante, era partito da Missolongi il dì 20. Febbrajo, ed approdò a Messina il giorno 20. Marzo, dopo trenta giorni di viaggio. La patente di Sanità, di cui fu portatore, era netta, e senza postilla di sorte. Assunti i costituti tanto del capitano del bastimento che dello scrivano, giurarono di non aver avuto comunicazione per via nè con altri bastimenti, nè in altro paese, da che si partirono da Missolongi. Fatto l'incontro però delle persone dell'equipaggio, che dovevano esser dodici, compreso il capitano, di nome Aniello Bava, si riscontrò che mancava un individuo. Chiestone conto ai restanti compagni, deposero, che il marinajo che mancava era morto nel corso del viaggio da malattia ordinaria, cagionata dai gravissimi patimenti sofferti nel lungo tragitto, in cui a burrascosi venti e procelle eran stati spesso soggetti. Ragunatisi i signori della Sanità; e considerando, che non potea non esser naturale la morte di un marinajo nel corso di un tanto disastroso viaggio, qual dal capitano riferivasi; che la Patente della Sanità era netta affatto; che i costituti giurati provavano non avervi avuto comunicazione per via, determinarono doversi ammettere quella provenienza a quarantena, conformità delle Istruzioni e delle Leggi del Lazzeretto di Messina. Vi si permise quindi il discarico delle merci. Due giorni appena erano scorsi, che il capitano del bastimento infermò con resipola nella faccia, secondo la relazione del medico del Lazzeretto, e morì in tre giorni. Giudicarono i medici essere stata cagione di sì breve morte la retrocessione della resipola. Ciò non pertanto il Magistrato di Sanità ne fece seppellire il cadavere colle più rigorose precauzioni sanitarie.
Passati altri due giorni appena, un altro individuo del bastimento si ammalò, e i medici accorsivi per visitarlo, il trovaron già morto sulla nave medesima. Ordinaron essi, che fosse il cadavere messo alla pubblica vista, ma nessuno volle toccarlo, asserendo le restanti persone dell'equipaggio esser lui morto con tumore sotto l'ascella, e con petecchie per tutto il corpo, in guisa che lo giudicarono tocco da peste. Rapportata l'infausta notizia al Magistrato, se ne fece un congresso di varj personaggi i più distinti, e de' medici i più riputati della città. Discusse le varie opinioni sulla maniera di sbrigarsi di tale imbarco e mercatante, si determinò finalmente, all'esempio di un simil caso poco prima accaduto in Livorno, di doversi bruciar la tartana con tutto ciò, che dentro vi era, alla distanza di otto miglia dalla città, salvate le genti. Il dì 30 Marzo fu il tutto puntualmente eseguito. Insorta però furiosa tempesta, mentre il bastimento era in fiamme, per la violenza delle onde da gagliardissimo vento agitate essendo stato dibattuto fieramente, fu spinto ad arenare al lido stesso di S. Paolo, e porzione della lana e del frumento ne fu disperso per quella riviera. I signori della Sanità, che accompagnavano la tartana, diedero gli ordini più opportuni per ovviare ogni pericolo dipendente da tale ingrato avvenimento. Si abbruciarono il dì appresso le mercanzie state scaricate al Lazzeretto, e si confinò l'equipaggio entro un barracone di tavole, eretto espressamente a tal uopo sulla punta detta la Spina, luogo isolato e lontano. Da doppia linea di guardie venne questo provvisorio Lazzeretto circondato, restatovi colà uno dei senatori ed un nobile, dì e notte sopravveglianti.
Terminata la quarantena senza verun tristo accidente, anzi senzachè alcuno si sentisse neppur indisposto, la mattina del 15 Maggio se ne rendettero pubbliche grazie al Signore, e si cantò solenne Te Deum nella Cattedrale, con universale consolazione. Di effimera durata fu tale allegrezza, mentre poche ore appresso si rilevò, che nel quartiere, detto dei Pizzilari, si erano manifestate febbri di mal costume accompagnate da buboni e da altri pestiferi sintomi. Inviatisi tosto colà i medici della Deputazione per osservare gl'infermi, e riconoscere la natura del male, ne riferirono «che avendo visitato gli ammalati, e considerato con ogni attenzione l'essenza e qualità delle malattie, non trovavano in conto alcuno esser esse contagiose e pestifere; che credeano sì essere le stesse malattie epidemiali, che s'erano fatte vedere nel Febbrajo ultimo scorso[45].» La stessa relazion diedero i medici, ch'erano alla cura dei malati, e dello stesso parere si dichiararono quelli stessi, a' quali veniva attribuito di aver divulgato esservi la peste nella detta contrada.
Tale dichiarazione medica sollevò gli animi, e fece sì che i Magistrati si abbandonassero ad una cieca fiducia, trascuratene le più opportune precauzioni.
Somministraronsi però a' poverelli per la città sussidj di pane, carne e vino, perchè con tali alimenti potessero meglio resistere alle impressioni dell'aria. Si fecero seppellire cadaveri in calce viva, per la corruzione e fetore straordinario, che spandevano. Si fece bruciare per la città delle ossa, ed altre cose tenute per alessifarmache, e obbligaronsi i medici a presentare ogni dì una lista al Magistrato di Sanità delle malattie, che avevano in cura, e simili altre cose. Moltiplicavasi infrattanto di giorno in giorno il numero degli ammalati e quello de' morti; il morbo si spargeva rapidamente negli altri quartieri della Città, ed in mezzo a tutto questo le relazioni de' Medici continuavano ad assicurare «che non era mal contagioso, ma epidemia maligna». Fondavan essi le ragioni di cotal loro giudizio, sul non osservarsi comunicazion del male a coloro, che assistevan gl'infermi, quando, se peste fosse stata, dicevan essi, doveva mostrarsi il morbo sommamente contagioso, giacchè i buboni, gli antraci, le petecchie erano sintomi equivoci, e comuni con altri mali; perchè neppur al sommo mortiferi eran que' morbi. Uno de' Medici però, il cui nome non ci fu tramandato, non persuaso delle suddette ragioni, e temendo dell'ingannevole progresso d'un terribilissimo male, che insidiosamente comincia e insinuasi occulto e leggiero fra le genti del popolo, e poi ingigantisce nella sua forza, attaccando ogni sorte di persone, dubitava che fosse peste effettivamente, adducendone esempj simili, in cui s'ingannarono uomini insigni, e di profondo sapere, come in Palermo l'Ingrassia l'anno 1575; in Venezia il Mercuriale, ed il Capodivacca nel 1576, ed altra volta nella stessa Repubblica il dottissimo Massa; e così in Napoli molti altri valentuomini nel 1556; in Vienna l'anno 1713; ed in Marsiglia nel 1721 ecc.: che perciò consigliava praticar cautele, come se fosse stata vera Peste, senza però dar per sicuro che tale si fosse.
Questa opinione così isolata, e dagli altri medici vivamente confutata, non prevalse, perchè ne seguisse in detti giorni il sequestro generale della Città, il quale far si doveva, nè bastò a far adottare altre valide misure di riparazione. La moltitudine de' malati però riempiva di timore l'animo de' cittadini.
Giunto il primo di Giugno, ed oltrepassando il centinajo il numero degli estinti, col vedersi attaccati gli assistenti e coabitanti in una stessa casa, ed essere il periodo dell'infermità assai corto, cominciarono i medici ad accorgersi dell'errore, ed a conoscere pur troppo evidente il carattere del male, che di giorno in giorno si faceva più esteso e spaventevole. Quindi si ordinarono alcune cautele. Ma pur troppo non corrisposero, perchè tardi s'era ad esse fatto ricorso. Nei due seguenti giorni, 2 e 3 Giugno, morirono 279 persone, e più d'altrettante cadettero inferme. Moltissimi furon coloro, che fuggirono dalla città, ritirandosi alla campagna. Nei giorni 4, 5 e 6 Giugno 432 persone cessarono di vivere, oltre un numero assai maggiore d'infermi.
La mortalità cresceva ogni dì. Cominciò a sconcertarsi ogni regolamento; s'introdusse la confusione, il disordine, che giunsero a tale da costernare qualunque animo forte. Riempite le fosse, non sapeasi più ove porre i cadaveri. Mancarono i beccamorti; sparirono i carri e le carrette; non trovavasi più chi si prestasse per i bassi servigj. Ognuno si nascose, e rintanò, procurando salvarsi. I villaggi fecero unione respettivamente di guardarsi, e non lasciavano più accostar gente, che dalla città procedesse, impedendo eziandio fino il macinarsi grano per li bisogni della città. In ogni passo scorgevansi disordini; in ogni provvidenza incontravansi ostacoli, ed intoppi; da per tutto non v'era che angustia, costernazione, e morte.
Acciocchè possano i lettori formarsi più adeguata idea delle crudeli estremità, a cui fu ridotta Messina sotto i colpi di questo tremendo flagello, mi farò a riportare alcuni brani della descrizione, che ce ne lasciò lo storico Turiano.