che la causa della peste non è già nell'atmosfera;
che la peste non si propaga se non per via individuale, sia che si si metta in rapporto diretto coi pestiferati o cogli effetti che avendo servito ad uso dei medesimi, sono i depositarii del principio pestilenziale; sia che si si trovi entro la sfera di attività del pestiferato;
che diverse cause contribuiscono ad aumentare o diminuire i risultamenti della propagazione;
che l'attività o influenza del principio pestilenziale è sempre subordinata a certe condizioni atmosferiche provocatrici, ed a quelle modificazioni dell'organismo per cui l'uomo acquista la suscettività di venire impressionato da esso;
che ove manchi alcuna delle dette tre condizioni; cioè, la presenza dell'elemento lomogenico o principio contagioso della peste, la predisposizione individuale, ed il concorso favorevole di circostanze atmosferiche, la malattia non ha luogo, nè segue alcun morboso sviluppo;
che tanto le dette condizioni atmosferiche provocatrici, quanto le cause determinanti la predisposizione individuale, non sono nei primi momenti nè così attive, nè tanto generali, nè così pronunciate, da doversi sorprendere delle numerose eccezioni e della limitazione degli attacchi;
che sia in vece più ragionevole il pensare, che la somma dell'influenza degli agenti esterni per lo sviluppo o diffusione rapida delle malattie a tipo epidemico e contagiose, minore nei primi momenti, possa poi aumentarsi in seguito in ragione dell'aumento delle cause influenti e propizie a determinarla, ma che intanto sia da ammettersi esistere nel principio una minor massa di elemento morboso, minor azione, minor attitudine a risentirne il malefico influsso, minor concorso favorevole di circostanze necessarie per isvilupparlo.
Quindi tutte le persone che si espongono al contatto sono ben lungi dal venirne infallibilmente attaccate, molto più che (secondo l'opinione del Dott. Bulard) l'innocuità del contatto è la regola, la nocuità l'eccezione.
Quindi avviene anche nella peste ciò che si osserva nella sifilide, nella scabbia, nel vajuolo, ecc., e particolarmente nel colèra, cioè che moltissime persone esposte all'azione dell'elemento morbifico, non restano impressionate.
Quindi detta immunità dovrà esser maggiore nella prima invasione del morbo che negli altri suoi stadii, sia che ciò avvenga perchè gl'individui esposti sono meno atti a contrarre la malattia, o perchè al momento non si sono trovati sotto l'influenza della totalità delle condizioni richieste per produrre questo risultamento; molto più che la peste, come si è detto altrove, è subordinata a diverse circostanze che ne modificano gli effetti e l'intensità. — Se la cosa fosse diversamente, sarebbe ben picciolo il numero delle persone che in circostanze di epidemie pestilenziali scappano a questo flagello, specialmente nei paesi d'Oriente, ed in vece in quasi tutte le epidemie di peste (tranne pochissime eccezioni) la cifra dell'attività del male è minore della cifra d'inerzia: il numero degli attaccati molto minore dei risparmiati. — Altre considerazioni ancora si potrebbero addurre. Ma le già dette bastano forse a provare, che il sopraccennato argomento isolato non può essere ritenuto di verun peso per basare un giudizio medico sulla non esistenza della peste, siccome quello che non è fondato sulla scienza, nè sulla ragione, nè sull'esperienza, e contraddetto dai fatti e dall'autorità della storia.