Col telegramma, un grazioso invito della contessa Marcellin, alla cui porta Giuliano aveva lasciata, colla lettera di raccomandazione del commendatore, una carta da visita.

La signora contessa era in casa la sera di ogni mercoledì e venerdì, felicissima di fare la personale conoscenza del deputato conte Giuliano Sicuri.

Mentre Giuliano varcava la soglia del gran salone di lettura, tenendo in mano la lettera d’invito, l’onorevole Lastri, conoscenza del giorno innanzi, scorgendo il monogramma sormontato da una corona, gli disse ridendo:

— Oh! A Roma da quattro giorni, e sei già ai bigliettini profumati e blasonati?

— Profumati sì; ma innocenti come l’acqua... Una noja! Un invito al thè della contessa Marcellin.

— Nientemeno! Salone conciliatore! I bianchi ed i neri vi sono mischiati come i pezzi della scacchiera nella scatola. Prelati e belle donnine, senatori, diplomatici presso le due corti, colonia straniera, rastaquères a josa... quelli di Bourget... Deputati pochi...

«Salone allegro, difficilmente accessibile; la contessa ha il buon gusto di sceglierli i suoi assidui indigeni; per gli stranieri è altra cosa... Essi, a stagione finita, se ne vanno e non ritornano... Bella donna, sul ritorno, un zinzino letterata; però non scrive, almeno per il pubblico. Altro merito incontestabile: in casa Marcellin non si parla di politica; ma qualche celebrità parlamentare è stata inventata in quel salone.

«Si susurra anche di qualche mitria di vescovo distribuita per l’influenza della contessa. Vedova del conte senatore Marcellin, antica famiglia veneta dogale, la contessa è divorziata da poco da un cardinale. Divorzio non per incompatibilità di carattere, per ragioni di decoro. I loro rapporti sono rimasti eccellenti. Per altro Sua Eminenza non appare mai ai ricevimenti ufficiali del mercoledì e del venerdì.

Giuliano, poco edificato dalle informazioni maligne, da lui non chieste, tentò divergere la conversazione.

— Dimmi un po’, chi è quel deputato che sta leggendo là, all’estremità della tavola?