Esclusi i saloni degli stranieri, ove le due aristocrazie romane, la bianca e la nera, si incontravano qualche volta come in terreno neutro, alcuni anni sono erano rarissimi i ricevimenti nei quali i due elementi, clericale e liberale, si potessero confondere.

L’aristocrazia romana aderente alla corte sabauda, le alte cariche e i funzionari dello Stato, senatori, deputati, magistrati, ufficiali dell’esercito, perfino i diplomatici presso il Quirinale, erano al bando dai saloni neri. Gli intransigenti sdegnavano incanagliarsi coi principi romani, che avevano aderito all’Italia nuova.

Oggi le barriere a poco a poco si rompono, e i due campi vanno sempre più confondendosi. I vecchî raggiungono Pio IX nella tomba, i giovani sono stanchi di querimonie ed approfittando della cristiana tolleranza del pontefice, non disdegnano fare scorrerie nel campo nemico, ove qualche volta piantano le loro tende.

La clausura è finita, il volontariato nell’esercito serve a fondere i due elementi. Gli stessi clubs clericali non domandano più l’atto di fede per l’ammissione dei nuovi soci. Come nell’aristocrazia, nella stampa; giornalisti clericali e così detti liberali, vivono da buoni colleghi, zappando ciascuno il proprio campo, nell’accordo più perfetto.

Le concessioni furono reciproche ed avvennero gradatamente, quasi insensibilmente, ad onta dei colpi di testa dei governanti, i quali, a scatti, provocarono violenze di cui fecero e fanno penitenza, per provare al mondo cattolico la piena libertà del Papato.

Il salone della contessa Marcellin, considerato come internazionale, per la maggioranza di frequentatori stranieri, da anni aveva servito di punto di congiunzione fra avversarî.

Non vi si cospirava propriamente, vi si intrigava. Tutti i conciliatori di ambo le parti vi erano passati.

Quanti castelli di carte rovinati al primo soffio di vento! In compenso vi ci si divertiva. L’onorevole Lastri l’aveva detto: «belle donnine e gente allegra.» Vi si combinavano anche affari, e, quantunque non vi si parlasse mai di finanza, di borsa, gran parte dei milioni perduti dal Vaticano e dalle famiglie principesche, trovarono l’esodo dalle porte e dalle finestre del sontuoso appartamento della vedova del senatore, senza colpa della padrona di casa, del resto. Il precipitare de’ valori italiani in genere, dei romani in ispecie, spalancò il precipizio ai troppo fidenti. Monsignor Arrighi, ora semplice prete, medita piangendo sui trenta milioni dell’obolo di san Pietro sfumati, Mario tonsurato sulla grande rovina. Un crack pauroso! Pure la matura e sempre bella contessa non ha l’aria di avvedersi dei disastri avvenuti a lei d’intorno. La bufera passò sulla sua casa senza neppur spostarne una tegola, senza sgretolarne un ornato. Qualche intimo di meno e la disparizione di monsignor Arrighi, ritiratosi nel suo palazzo, intatto anch’esso, come l’elegante villino della contessa.

Alla sera i ricevimenti gaî; gli affari si trattavano di giorno. Ferretti, l’oculato borsista, l’affarista intraprendente e fortunato, il bandito onnipotente, non sarebbe stato ricevuto; i suoi precedenti, la famigeratezza gli precludevano l’adito in società. Accarezzato, adulato, riverito per le sue influenze, come le donne di malaffare non aveva adito che per le porticine segrete ed in segreto, ed egli consolavasi dell’ostracismo apparente, compensato dalla sua occulta potenza sui portafogli, sulle coscienze rapaci od ingenue di una clientela infinita; compensato del regno su tutto il demi-monde della politica, della finanza, sugli eroi delle bische.

Compenso i convegni misteriosi colle alte notabilità, i rapporti intimi con monsignor Arrighi, amministratore incontrollato del patrimonio pontificio.