Tutto questo lo sapeva il deputato Lastri? Probabilmente no, perchè, nella sua rigida intransigenza in fatto di onore, non avrebbe mai varcata la soglia di una casa frequentata da Ferretti, fosse pur clandestinamente ricevuto.

Se li avesse conosciuti, certi misteri, a Giuliano li avrebbe rivelati.

Ma Giuliano ormai era lo zimbello di Ferretti, che lo teneva in pugno colla promessa di convalidazione, sperando rifarsi di una parte almeno delle occasioni perdute, sulla ingenuità del giovane onorevole.

Il progetto era semplice: speculare coi danari dell’onorevole Sicuri, non arrischiar nulla del proprio in caso di perdita; serbarsi la parte del leone nelle operazioni fortunate. Le oscillazioni dei valori più accreditati erano tempestose, un lansquenet furibondo per gli audaci; i ribassi esagerati producevano le esagerate riprese. Nulla di più facile dell’arricchirsi, concedendo anche largo profitto al cliente. Si trattava di imbroccare felicemente le prime intermittenze, e la stella offuscata avrebbe brillato di nuovi, più fulgidi splendori.

I giorni nei quali Ferretti poteva tirare a colpo sicuro su tutti i grandi istituti di credito erano passati. L’alta banca si serviva pur sempre di lui come mezzano presso il Governo per i grossi e loschi affari, del di lui giornale, onde patrocinarli e lanciarli; ma ci voleva ben altro per la fame di quell’animale di rapina! le erano bricie. Le sovvenzioni sui fondi secreti eran lesinate con parsimonia da Arpagone, troppi concorrenti nella stampa erano sorti, il di lui esempio era stato imitato da colleghi altrettanto abili e meno compromessi; il Parlamentare, in condizioni migliori di pubblicità, assorbiva il meglio; cento giornalucoli di provincia erano piombati sulla cassa nera di Palazzo Braschi e, nugolo di cavallette, divoravano il resto.

Gli affari doganali, i contrabbandi legalizzati al ministero delle finanze colla complicità di funzionarî infedeli, pericolosissimi, rendevano meno per la concorrenza di deputati, i quali, senza pericolo, gli contendevano le offe.

Tentare il gran colpo! Un conto corrente di mezzo milione, e Ferretti si sentiva in grado di dar battaglia, di vincere.

Giuliano era l’uomo provvidenziale. Duecentomila lire depositate all’Istituto Romano e la garanzia del conte Sicuri potevano procurargli anche un milione. Necessario quindi di ammaliarlo, e sopratutto garantirsi del di lui silenzio presso Ruggeri, il più altezzosamente sprezzante de’ suoi nemici. Ferretti, in buona fede, la sola buona fede sua, riteneva di avere nemici fra i galantuomini. Aveva bensì de’ riconoscenti fra qualcuno de’ suoi beneficati, aveva ammiratori fra gli imbecilli divinizzatori del successo, aveva spietati concorrenti, ma nemici no. Il disprezzo non è odio. Ruggeri considerava Ferretti un animale immondo e pericoloso, dal quale bisognava guardarsi, per pulizia prima, poi per la propria sicurezza.

Certamente, se Ruggeri avesse soltanto sospettato i rapporti che andavansi annodando fra Ferretti e Giuliano, li avrebbe di un colpo troncati; ma Giuliano non osava dir tutto al troppo intransigente amico.

Sul conto di Ruggeri, Ferretti era d’accordo colla contessa Marcellin, per antica ruggine, per le stesse raccomandazioni del sottoprefetto Cerasi, il quale le aveva scritto, che se si voleva far qualche cosa del loro protetto, bisognava anzitutto sottrarlo all’influenza dell’ex deputato Ruggeri, che l’avrebbe costretto nell’Estrema Sinistra.