La sala indicata è storica per essere stata abitata dal compagno di Garibaldi, Nicola Fabrizi, il cui ricordo è tutta una requisitoria contro gli attuali nababbi politici, truffatori e non eredi delle glorie dei grandi defunti.
Ruggeri, quantunque preoccupato di ben altro, come se avesse pensato, ad alta voce rivoltosi a Giuliano:
— Ne’ suoi ultimi anni abitò qui il sublime bohème, ospite della presidenza della Camera; aveva dato tutto, nulla serbando per sè, gloriosamente povero come Cristo. La gloria, nè lui, nè Garibaldi non la potevano dare perchè apparteneva alla storia; ora la si svaligia per glorificare i viventi.
Giuliano, poco compreso di ammirazione, specie in quel momento, vagava al soffitto cogli occhi blu di malumore, non dandosi cura di nascondere la contrarietà dispettosa per quella chiamata all’ordine, che presentiva si sarebbe risolta in una nojosa paternale.
Si sedettero in silenzio, colla gravità di padrini che si accingano a discutere una questione d’onore.
— Ora siamo soli; potrò finalmente sapere di che si tratta, disse Giuliano simulando indifferenza, smentita dal tremito della voce.
— Caro Giuliano, riprese Ettore con affabilità, io non ho veste per farti da mentore, nè autorità, nè diritto di sindacare le tue azioni. Tuttavia l’amicizia ha i suoi doveri, sacri doveri, e la differenza di età che passa fra noi mi impone quelli di un fratello maggiore. La tua inesperienza, la tua natura onesta ed entusiasta, ti additarono facile preda agli imbroglioni. È vero che operi in borsa, che hai subìte perdite gravi e che mantieni in sospeso operazioni ingenti, le quali nell’alea terribile potrebbero assorbire tutto il tuo patrimonio?
Giuliano, non osando mentire, non rispose; abbassò lo sguardo, assentendo in silenzio.
— Oggi ricevetti lettera dal notajo di Miralto, che è pure il tuo notajo. Egli amministra il mio piccolo peculio e, rendendomi conto della sua gestione, si lascia sfuggire un grido di allarme per te, quantunque egli non sappia il peggio. Vecchio amico di tuo padre, mi prega di consigliarti, non osando egli stesso.
«L’elezione ti costò circa settantamila lire, ed in cinque mesi da che sei a Roma ne hai prelevate altre settantamila, circa. Alle tue perdite in borsa, agli svaligiamenti perpetrati nelle bische contro di te, come hai provveduto? Ove hai trovato le quattrocentomila lire occorrenti, quasi la metà del tuo patrimonio?