— Ti ricordi dei beati tempi in cui il nostro fastidio più serio era quello di dover passare alcune ore fra le aride pareti della scuola, costretti a fissare gli occhiali dei nostri professori, i quali, poverini, facevano d’ogni possa per tirarci su con qualche bricciolo di sapere? — Il finis del bidello segnava il principio della nostra allegria.

— Uscivamo di collegio, e, buttati i libri in un canto, correvamo lietamente le campagne abbandonandoci alle gare dei salti.

— Ti ricordi di tutto ciò? e quando, fatti più grandicelli, i nostri cuori davano qualche sintomo di palpitazione, quante care follie presero possesso nei nostri deboli cervelli!

— La mia buona nonna allora non aveva più potere di trattenermi col racconto delle gesta di Guerrino detto il Meschino.

— Io mi schermiva con mille sotterfugi alle premure della santa donna, ed appena poteva toccar la porta, me n’andava di volo.

— Le placide gioje del focolare, le storielle, ed i ninnoli non avevano più alcun fascino sui nostri giovani cuori che già intravedevano altri piaceri, altre felicità indefinite, confuse.

— Addio giochi d’infanzia, allegre partite di campagna! addio limpide onde del fiume che eravate nostro sollazzo! — Addio racconti della nonna! — Un subitaneo cambiamento operossi in noi in forza di uno sguardo. — Il nostro cuore si era svegliato, e sulla nostra fronte giovinetta brillava un raggio d’ingenua mestizia.

— Allora i nostri capelli non guizzavano più disordinati; un grano di vanità era entrato nelle nostre testoline — è questo un lampo dell’istinto che ci pone subito alla ricerca di ciò che piace alla donna. — La voce del cuore ci suggerisce che la donna ama ciò che è bello, ciò che è curato, ama l’apparenza insomma, e noi non trascuravamo punto la nostra.

— Io mi ricordo di tutto con estrema compiacenza.

— Quelle soavi emozioni, quelle delicate aspirazioni de’ nostri cuori erano le prime voci d’un amore che cresceva nobilmente nei nostri cuori. — A quell’età si ama l’amore più che la donna, come ben disse un caro sventurato!