Insomma anche farla da asino non è agevol cosa, e trovo che si abusa troppo di questo epiteto applicandolo agli imbecilli.

La catastrofe toccata a Pomponio fu tale, da levargli la mania del teatro, ma non valse a reprimere quella benedetta voglia di diventar cavaliere.

La sola sua costanza si meritava la croce, ma sfortunatamente la fermezza di proposito non è più una virtù in questo secolo del progresso in cui tutto cammina fra le sfumature bizzare d’una varietà senza fine.

Dopo alcuni giorni, smessa la vergogna, il povero drammaturgo si azzardò ad uscire, ma correva a testa bassa come se fosse passato sotto le forche caudine.

La più gran bestialità al giorno d’oggi si è quella di ricredersi di un errore e confessarlo, oggimai ci vuol disinvoltura, e se tutti quelli che fecero fiasco curvassero le spalle sotto il peso della vergogna, il mondo andrebbe tutto a capo chino.

Se lo potessi vorrei tessere tutta intera la storia dell’infaticabile ardore posto in opera da Pomponio per ottenere l’ambita croce; ma tralascio, perchè il lettore assiste pur troppo giornalmente alle fatiche d’Ercole, di tante nullità che si arrampicano in mille guise per poggiare in alto. Dirò solo che il nostro eroe nulla lasciò d’intentato, e che si fece perfino nominare capitano della guardia nazionale.

Il fatto è che a ventotto anni Pomponio si chiamava semplicemente signor Pomponio.

Il desiderio passò quasi allo stato di manìa, il poverino dimagrava a vista d’occhio ed una profonda malinconia lo assalì sì fortemente, che suo padre d’accordo col medico lo consigliò a viaggiare l’Italia per distrazione.

Pomponio si arrese, ed un mattino partì per alla volta di Firenze, ove contava di fermarsi un mese, e poi recarsi a Napoli per passarvi l’inverno.

La forza del Destino.