Il primo atto terminò con una grande risata del pubblico, e certo quell’ilarità non era troppo a proposito, giacchè il dramma accennava allora ad un assassinio.

Una metà del secondo atto passò pure inosservata, ma poco dopo alcuni sbuffi d’impazienza che venivano dalla platea indicavano che il pubblico non s’interessava gran fatto. Però verso la fine dell’atto parve che risorgesse un fil di vita, giacchè s’udirono per la prima volta alcuni fischi che scoppiarono in vari punti dell’uditorio.

La pazienza è virtù dei somari; vero è che bene spesso il pubblico non ischerza in fatto di tolleranza, ma quando per avventura la noia comincia ad assalirlo è impossibile evitare una burrasca. Domandatelo a Pomponio che fu costretto di svignarsela a metà del terzo atto, e buon per lui che se la cavò senza peggio.

Difatti il pubblico dopo di aver sopportato mezza la produzione, non ebbe il coraggio di portar più a lungo la sua sofferenza, ed il fischio che proruppe ad un certo punto fu così spontaneo, unanime, ed arrabbiato, che si credette prudente calar la tela, e troncare la rappresentazione.

Io non tenterò certo di salvare il povero Pomponio, me ne guardi il cielo! Il suo dramma non era cosa sopportabile, e ne fa fede lo stesso titolo, e l’origine della produzione.

Mi prenderò ben guardia di raccontarvi l’argomento per non addossarmi le ire della gente.

Basti sapere che il povero Pomponio invece di trionfo e croce, si ebbe un’apoteosi di fischiate da togliergli la malinconia di scrivere per il teatro.

Non è dunque sì facile diventar cavaliere? A sentir taluni basta un raglio d’asino per procurarsi una croce. Alla malora dunque i maldicenti, poichè infine noi vediamo quanto malagevole sia guadagnarsi questa distinzione. Nossignori non basta esser ciuco per giungere a tanto, e se anche così fosse, che prova? La parte dell’asino è difficile a sostenersi; s’interroghi Lucio Apulejo e si vedrà che farla da somaro, è spesso più arduo che non si pensi.

Nè va pure obliato l’asino di messer Domenico Guerrazzi, che se tutti i cavalieri avessero un briciolo appena del senno di quell’arguto somarello, l’umanità potrebbe andarne lieta.

Per me lo confesso, quando leggo l’orazione funebre che il Casti fa recitare all’asino, penso che se tutti i discorsi di circostanza fossero come quello, sarebbe meno penosa la situazione degli ascoltatori.