L’istinto, checchè se ne dica è una legge universale. È un torto marcio che si fa alle bestie chiamando istinto le loro naturali tendenze, mentre per l’uomo si distinguono col nome di passioni e manìe.

Tutto è istinto nell’animale in genere; tutte le azioni, tutti i perturbamenti entrano nel dominio di questo autocrate che guida le nostre aspirazioni.

L’istinto spinge l’uomo alla meta, con tanto ardore quanto ne è più difficile l’impresa, e la storia di Pomponio che prendo a narrare, è un esempio che parla molto in favore di quanto sopra.

Manifestazioni d’un genio!

Pomponio sin dalla prima giovinezza tradiva le sue ambiziose tendenze. I suoi genitori erano abbastanza agiati da poter soddisfare a tutti i capricci del ragazzo, il quale prendeva gran gusto nell’appendersi medaglie sul petto, e decorarsi come un generale.

A quindici anni questa sua smania si fece tanto potente da creargli un bisogno, quello d’avere una medaglia d’oro per fregiarsene arbitrariamente.

I genitori invece d’allarmarsi per questa tendenza troppo spiccata, se ne compiacquero invece, parendo ad essi che un giorno o l’altro per la smania di distinguersi, il figlio si azzardasse ad imprese non comuni.

L’idea era buona, ma non si rimarcò che a Pomponio bastava avere una medaglia senza crucciarsi tanto sui mezzi di procurarsela.

A venti anni l’istinto ambizioso di Pomponio prese un notevole sviluppo, e tale da non bastargli più il facile acquisto di una medaglia. Ormai egli aspirava a qualche cosa di più, e si diede con tutta lena alla caccia di un titolo.

Entrò all’università per addottorarsi in leggi, ma dopo sciupato qualche anno, si accorse di non avere gran vocazione per la magistratura.