Sdraiato in fondo al vagone guardava con occhio tenero il plico che doveva consegnare al segretario. Chissà cosa contiene? pensava fra sè; ma c’era tanto di suggello.
Non importa, anche ignorandolo, egli sentiva in cuore che la sua missione era d’una grande importanza.
Oltre al far da procaccino il nostr’uomo aveva nientemeno che l’incarico di ordinare i bauli del cugino, e metterli in via di partenza; per ciò fare era munito di altre lettere particolari per le persone di casa.
Non vi dirò nè le vicende del viaggio, nè la scossa generale che sentì il poverino quando giunse alla meta.
La parola Firenze, urlata dai guardiani del convoglio, rintronò nel suo cuore come una lontana profezia.
Scese ed andò diffilato dallo zio che lo accolse amorevolmente offrendogli un’ospitalità che venne subito accettata.
Pomponio voleva subito ricapitare il suo plico diplomatico, ma il segretario era fuori di Firenze, e dovette attendere alcuni giorni che gli parvero secoli. Frattanto diede mano ad ordinare le robe del cugino.
Dopo quattro giorni seppe dal portinaio che il segretario era ritornato; Pomponio si avviò subito al ministero, e noi lo sorprenderemo mentre appunto sale lo scalone degli uffizi.
Entrò in anticamera con molto sussiego, ma nessuno gli guardò in faccia. C’era una turba d’uscieri gallonati ed eleganti sì che Pomponio li scambiò per tanti personaggi importanti.
A dir vero alla vista della confusione che regna nell’anticamera di un dicastero, il poverino cominciò a dubitare alquanto della sua individualità.