March. Signor Luigi! io non credo d’averle mai dato diritto ad un rimprovero così acerbo. Se a mostrarsi sinceramente amica si guadagna il compenso di essere mal compresa, ne sono dolente. — Ella non è per nulla l’ultimo fra i miei amici, anzi se mi fosse lecito far delle distinzioni, ne farei a suo riguardo. Lo sa più di quanto io possa provarglielo. La mia condizione m’impone dei riguardi che io debbo subire rassegnata, epperciò quando incontro un amico sincero, mentre col cuore gli sono gratissima, debbo però usare seco lui quel fare vago che non desta sospetti o maldicenze. Sa pure che io voglio mantenere assoluta la mia libertà d’azione. Ho i miei capricci e dubito molto degli uomini; sono vedova e voglio godermi in pace la vita; ma ciò non impedisce che io possa degnamente apprezzare un sentimento d’amicizia vera ed affettuosa. Ella dunque, signor mio, è un ingrato; perchè sa tutte queste cose senza che io mi sforzi a provargliele, eppure si diletta a metterle in dubbio.

Luigi. In fede mia, ella ha tutte le ragioni (stringendole la mano). Sono proprio un ingrato, giacchè se è vero che posseggo un poco della sua amicizia, ho assai più che non mi meriti.

March. Così va bene.

Luigi. A dirla franca, mi pareva che il barone Calani occupasse un posto distinto.

March. Oh! Cielo, mi fa una corte ostinata, non trascura nulla, dai mazzolini parlanti ai confetti colle cartoline amorose; ma io non sono tanto ingenua da cader nelle reti per sì poco.

Luigi. E quel marchesino?

March. Mio cugino? Colui mi fa il galante colla certezza d’averne diritto. È mio parente, e lo tratto come tale. Del resto è una creatura molto noiosa.

Luigi. Il conte Pollini però è uomo di spirito, e mi sembra degno di occupare una sedia chiusa.

March. Sì, il conte è meco molto amabile, ma anche lui ha il suo difetto. Si figuri che dice di sognarmi tutte le notti, o colle corna da diavoletto, o colle ali d’angelo.

Luigi. E lei ci crede.