March. Ma voi che siete poeta, come mai credete alle fanfaluche dei vostri confratelli? pensate a tutte le bugie che diceste in rima, e ditemi se avete ancor coraggio di credere. Però debbo riconoscere in voi un abile strategico, avete esplorato il mio campo di battaglia, studiato i miei libri. Davvero che siete assai previdente; duolmi che abbiate sciupato la fatica per battagliare contro un mulino a vento. Don Giovanni è diventato don Chisciotte! (ride).
Luigi. Sono lieto di una cosa, ed è che se non altro riesco a mettervi di buon umore.
March. Sfido io a star seria con questi squarci di lirica che m’andate tirando fuori. Ah voi siete della scuola del Tasso? vi compiango di cuore, perchè se seguite in tutto il vostro maestro finirete voi pure in un ospizio di pazzi, con molto minor gloria.
Luigi. Se ciò accadesse, voi signora marchesa, dovrete averne rimorso.
March. Oh! bella, e perchè mai?
Luigi. È facile respingere una responsabilità, e certo a bella prima sembra che voi siate la creatura più innocente del mondo. Pure non è così, la bellezza, signora mia, in certi casi è un reato. Che ne possiamo noi poveri uomini dalla fantasia accendibile se al fascino d’uno sguardo, alle graziose movenze, al suono di una voce soave, non sappiamo tener salda la ragione? Ma io mentre vi guardo mi sento capace di tutto, non sono più padrone di me, e se mi comandaste di passarmi il cuore vi ubbidirei!... E tutto ciò non è forse l’effetto di una malìa, l’influenza del fascino che esercitate? Se domani venissi tratto in giudizio, io vi citerei come mia complice, perchè colla vostra cortesia severa mi faceste dar di volta al cervello.
March. Molto bene; ma è forse nostra colpa se gli uomini sono tanto buoni da far pazzie per nostro conto?
Luigi. Sì, e ve lo provo. Voi siete bella, lasciate che vel dica, so che vi fa piacere; ostentate indifferenza per questa dote eccelsa della vostra persona, ma il fatto vi contraddice. Perchè se non badate agli uomini, perchè vi fate più bella coi ricci bizzarri della capigliatura, con abiti provocanti, con pizzi e merletti che sfumano misteriosi confini? Così facendo, tradite la vostra intenzione, quella di piacere. Ecco la colpa, ecco il male. Noi poveri uomini alla vista di tanta leggiadria andiamo in delirio; il tocco di una bella manina ci desta dei fremiti, le movenze graziose ci esaltano, un’occhiata ci fulmina... noi vediamo e siamo vinti. Supplichiamo per una grazia ed eccoci un rifiuto; domandiamo un sorriso e ci si risponde con un’occhiata torva. Dunque resta provato che tiranneggiate per progetto, e la responsabilità dei nostri errori ricade tutta su di voi! — (La marchesa lo guarda con aria quasi di crederlo... Luigi dopo una pausa si avanza dubbioso e sorridente). — Dopo tutto, signora marchesa, eccomi ancor qui umile e supplichevole; lasciate che realizzi il mio bel sogno, eppoi farò quello che più vi piacerà.
March. (con malizia). No, no. Ah! credete che io mi lasci persuadere da dolci parole? Io non mi piego.
Luigi. È la virtù delle canne deboli; si rompono.