«Condannami pure, ridi anche se lo potrai, ma io rimasi sorpreso alla vista di quel fasto, rimasi soggiogato; e mi fu forza riconoscere la distanza enorme che mi separa dalla famiglia Ramati.

«Oh mia povera cameretta delizia dei tempi passati, io posi due anni di continue cure per adornarti ed abbellirti, fra le tue mura era felice; ed ora disparve tutto il tuo prestigio! Più ti guardo e più mi sembri squallida. Ove sono le bellezze che io scorgeva altre volte in te? Le tue mura sono aride e disadorne, ed un lembo solo del tappeto che cuopre il pavimento di quelle sale, vale ben più di te e deʼ tuoi miseri arredi.

«E dire che qui, in sì meschino tugurio ho ardito di concepire le più strane follie; ho sperato lʼamore di una donzella che abita un palazzo, e respira in unʼatmosfera di sontuosità, avvezza alla luce dellʼoro come io a quella del lumicino che mi rischiara nelle notti di studio.—Oh il pazzo! Ora solamente comprendo tutta lʼassurdità delle mie speranze, ma troppo tardi perchè io possa approfittare di un ravvedimento che mi getta nella più profonda desolazione; troppo tardi perchè il cuore possa gridarmi: ritirati sciocco, e pensa a lavorare per guadagnare il pane a tua madre!... Mia madre, povera e santa donna; se tu sapessi quante cure si prende di me vedendomi sempre sì malinconico.—Pretende che mi consigli col medico, perchè teme che io possa ricadere in quel malore che mi colpì qualche anno fa; ma conosco troppo bene il mio male, e so che la scienza non vi rimedia.

«Malgrado che la stagione sia poco addicevole, passo intiere giornate studiando i capi–lavori dellʼarte mia; nella ventura settimana, o tuttʼal più fra quindici giorni spero di potermi riposare alquanto evitando la fatica di dar lezioni. Buona parte delle mie allieve sono ite in campagna, le altre non tarderanno molto.—Ebbi incarico da un distinto prelato Bresciano di musicare una messa per funerali; è questo un genere di musica che mi piace sopratutti, e puoi figurartelo ho subito accettato; ma è un lavoro lungo e difficile, e converrà che mi accinga con tutto lʼimpegno.

«E tu che fai a Milano? Per te che sei di tuttʼaltro carattere che non del mio, non vi sono nè pene nè dolori, e col tuo formidabile buon umore, puoi distruggere unʼesercito di dispiaceri.—Oh quanto tʼinvidio, e come di buon grado mi farei potendolo seguace dei tuoi principii!

«Taluni tenderebbero a credere che la malinconia sia unʼaffettazione... no mio caro Paolo; sonvi proprio degli sciagurati, ed io fra quelli, che non sanno mai appagarsi di nulla nè vʼha cosa che ecciti la loro allegria. Te beato le mille volte che sei in Milano e puoi vedere la mia Laura ad ogni giorno!

«Ieri le scrissi una lunga lettera, tuttavia ti prego di salutarla tanto e poi tanto per me; non prenderti soggezioni giacchè ella non ignora che tu sei al fatto di tutto; sollecitala per quanto puoi a scrivermi che ho gran bisogno di una sua lettera in questi giorni di tristezza. Ricordati della copia del suo ritratto che mi promettesti. Lʼattendo ansiosamente; e quando mi sarà dato dʼaverla, non mi sembrerà più dʼesser solo, perchè fissando quella tela, potrò colla mente far rivivere le sembianze di lei, ed in esse consolarmi alquanto.—Se egli è destino che un giorno io debba rinunziare al suo amore, mi sarà caro di poter talvolta mirare lʼimmagine di colei che prima e sola fece battere questo cuore.

«Ti prego inoltre di renderti interprete per me presso i genitori di Laura, ringraziandoli per le tante premure e cortesie usatemi; e tu mio carissimo abbiti una stretta di mano dal tuo

Ermanno.»

Paolo ad Ermanno—