[(505)] che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.

[(506)] Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il C. R. 2., conforme al C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli facesse grande bene, e lo suo amico lo pregasse ch'elli facesse uno grande fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di suo travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli fa. — Conciosiacosachè è traduz. erronea di ja soit ce que, sebbene, abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki avesse uno buono amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per colui ke ben li fae; molto magiormente ec.

[(507)] e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a costoro domandarà più k'a noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di comandigia non reca che un esempio solo la Crusca.

[Cap. XLIX.]

Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:

La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse di queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio [(508)], si aviene [(509)] per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se egli mangia buone vivande [(510)], sì gli viene buono sangue, che gli rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male vivande e di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio omore, e vanno intorno al cuore e lo rinfebiliscono [(511)], e faglielo grave, e allora si cruccia. E simigliantemente aviene del male olore, ch'egli l'amena al cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.