[(525)] che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.

[Cap. LII.] [(526)]

Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al peccato. Sidrac risponde:

Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia; che se la bestia avesse iscienza in lei [(527)], farebe bene. Quelli che fa lo peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa fare [(528)], egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli frutti, e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare, egli fa male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci morire; chè magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.

[(526)] Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a questo Cap. il titolo che appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII., il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del LII.

[(527)] en soi C. P. R.

[(528)] Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo possa fare.