[Cap. LXI.]
Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac risponde:
L'uomo dee più forte [(557)] giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi dice a sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei essere giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e dice in sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente, che farà sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più volte che 'l mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè egli à più podere di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così legiermente lo ricco come il povero, e più forte giustizia fare [(558)]. Simigliantemente come quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio gli dona [(559)] più che a colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla comandato.
[(557)] rigorosa, severa.
[(558)] A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove il capitolo manca; nè del C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. che è indecifrabile. Dobbiamo quindi star contenti a riferire la lezione del T. F. P.: Et pour ce doibt on faire plus grant iustice du riche que du poure, car il a plus grant coulpe de mal faire, comme il a plus grant povoir de bien faire tout. Ainsi comme Dieu a iuge et ordonne la mort au riche comme au poure, aussi doit on iuger le riche comme le poure.
[(559)] Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.