Oltre a mare à mille dugento [(624)] isole, nel mare del levante; alquante ne sono abitate; e altre s'abiteranno. Alcune ve n'à che sono abitate d'una gente molta grande, alla nostra fazione, ma non sono grandi di tre palmi o meno [(625)]; e si ànno barba di fino [(626)] al ginocchio, e ànno i capelli infino alle calcagnia; e non vivono se non d'erbe e di carne; e le loro bestie sono piccole, alla loro misura; e si ànno uno linguaggio loro proprio; e si non ànno niuna credenzia, se non come bestie. Anche v'àe un'altra isola, presso alla terra, dov'egli à una gente piccola d'un palmo e di meno; e non vivono se non di pesci; e stanno e durano in acqua come pesci, di dì e di notte; e sono a maniera d'uomini e di femine; ma egli sentono come bestie. Anche v'à una ysola in mare, ove à gente alla nostra fazione e alla nostra grandeza, e non ànno se non un occhio nella fronte; e ànno linguaggio propio; e sono molti pilosi; e temono molto noi, che abiamo due occhi; e non vivono se non di carne, e delle pelli si vestono. Un'altra ysola v'à, che v'à gente che ànno coda, a modo di montoni [(627)], che non vivono se non di pesci. Un'altr'isola v'à, che v'à gente che portano una ispina sotto lo fondo delle natiche, lunga d'uno palmo e grossa d'uno dito [(628)]; e non possono sedere in piano, ma in aspro luogo, dove la spina possa andare giuso; e sono tutti pilosi come montoni, e non ànno altro vestimento; e sono poca gente; e non vivono se non di corbi, chè altre bestie non ànno. Anche v'à un'altra gente, alla nostra fazione, che non finano di conbattere, ch'ànno uno grande uccello [(629)]; e abitano in tane, per paura degli uccelli, la state, perch'egli n'ànno grande dottanza; e il verno, per lo grande freddo. La gente gli vincono, e gli uccidono, e mangiano, e serbano, per vivere la state. Un'altra ysola v'à, dove abitano uccelli che covano l'uova al fuoco [(630)], e la loro piuma non si puote ardere [(631)]. Un'altra ysola v'à, ch'ànno i volti come cani. Anche ci à un'altra gente in questa terra fermata [(632)], che credono il sole e la luna e l'idole; e fanno sacrificio al nimico [(633)] del loro corpo. E sono in una provincia che fanno al loro sacrificamento uno tavoliere di legno, alto di tre passa, sì grande che vi cappia [(634)] cento uomini o più. E quelli che si vuole sacrificare invita i suoi amici, che gli facciano conpagnia al suo sacrificamento; e fanno grande sollazo e grande festa otto giorni; e a' nove giorni salgono tutti in sull'altare, quelli che gli vogliono fare conpagnia al suo sacrificamento; e l'altra giente fanno grande sollazzo intorno al tavoliere; e si fanno mettere legne tutto intorno intorno in grande abondanzia [(635)]; e poi fanno acciendere lo fuoco tutto intorno intorno. E lo signore del convito, che si vuole sacrificare, sì si leva ritto, e dicie al popolo: io salto nel fuoco per amore di quella ydola, del sole e della luna. E gli altri si levano, e gridano lo suo amore, e saltano nel fuoco, e tutti s'ardono in quello fuoco, e vanno al diavolo. L'altre genti fanno grande sollazzo intorno di quello fuoco, tanto che sono tutti arsi; e poi pigliano la cenere e fannone arlique. E simigliantemente fanno le femmine. Altre maniere di gente v'àe che non le conto.

[(624)] mille trecento due C. R. 1. — M. et CC. et VII C. F. R.

[(625)] Al C. R. 1. e al C. F. R. manca molta grande: onde in essi corre meglio il senso.

[(626)] infino C. R. 1.

[(627)] gente cornute in guisa di montone C. R. 1.