Nel nome di Dante l’Italia rafferma la sua gloria di madre d’ogni alta cultura e però, con libero pensiero, con omaggio devoto, ho voluto offrire al Sovrano che, sin da’ suoi giovani anni mostrò intelletto infiammato del sapere, questo studio di schietta italianità.

Della Vostra Augusta Maestà

Dev.mo Obbed.mo Suddito
Enrico Bemporad
EDITORE

Firenze, 1º settembre 1914.

PREFAZIONE

PER la prima volta si pubblicano, corrette nel testo, ridotte alla lor vera lezione, e sottoposte ad indagine critica, rivendicate, con validi argomenti, al suo autore le Chiose alla prima Cantica della Divina Commedia, scritte da Jacopo, figlio di Dante Alighieri.

E c’è da meravigliarsi che fosse lasciato così negletto un testo prezioso per la ermeneutica dantesca: uno fra i più antichi commenti del sublime poema, e che contiene una interpetrazione nuova, con singolarissimo intendimento, per la prima volta or da noi messo in rilievo. E non accade l’insistere su la importanza di tale sottile interpetrazione circa le allegorie della Divina Commedia, se si riflette che Jacopo può averla udita, raccolta dalle stesse labbra del padre.

Ma procediamo per ordine.

Furono, sino ad oggi, raccolte in copia notizie risguardanti i figliuoli di Dante Alighieri, ma non si è ancora appurato, tali notizie essendo sovente incompiute, qual de’ figliuoli fosse il primogenito, o Pietro, o Jacopo. Forse, Pietro è da reputarsi il maggiore, poichè, mentre il padre avea preso stabile dimora in Ravenna, egli era già investito di due benefici ecclesiastici[1]. E ciò si ritrae da una sentenza del Cardinale Bertrando del Poggetto:—sentenza, da cui s’apprende che Pietro si rifiutò di pagare le procuragioni dovute al Cardinale, ed è del 4 gennaio 1321: otto mesi innanzi la morte di Dante. E i benefici doveano essere stati a Jacopo ottenuti dalla moglie di Guido Novello da Polenta.[2] Allorchè il padre ebbe bando da Firenze, nel 1302, i figliuoli rimasero nella città con la madre, stretti d’angustie, ridotta la famiglia a scarso, sottil tenore di vita. Dopo la battaglia di Monteaperti, per l’atto di condanna del novembre 1315, anche i figliuoli son cacciati in bando (Dantem Allagherii et filios): non già perchè avessero compiuto gesta contro la saldezza della Repubblica, ma per effetto della legge spietata che accomunava nella condanna de’ ribelli eziandio i lor figliuoli, che avesser tocco i quindici anni. Sbanditi dalla patria, si rincontravano col padre su la via dell’esilio; ed egli amorevolmente li accolse e li ebbe seco prima a Verona, poi a Ravenna. Nè ci soccorrono documenti a chiarirci del tempo da essi trascorso col padre: ben sappiamo che in Ravenna si trovavano alla morte di lui e, con l’aiuto di Ser Pier Giardini, misero a ordine, devotamente, i manoscritti lasciati dal divino poeta.