Rileviamo dal Boccaccio che gli ultimi tredici Canti del Paradiso andaron smarriti per circa otto mesi e furono, per ventura, dopo assidue, insistenti ricerche, trovati. E già se ne disperava al segno che Jacopo, il più acceso negli studii letterarii, avea formato il disegno di supplire egli alla mancanza. Lieti per la preziosa recuperazione, volsero l’animo a significare la gratitudine degli esuli verso Guido Novello da Polenta, allora podestà per i bolognesi, e ch’era stato agli esuli fiorentini generoso di ospitalità. E fecer disegno, e il posero in atto, di offrire a quel Signore la prima copia integra della Divina Commedia, accompagnata da un Sonetto e da un Capitolo, scritti da Jacopo a dilucidare in quali e quante parti è diviso e suddiviso il grande Poema.

Di lì a breve tratto (nel settembre 1322) i due figli dell’Alighieri, scaduta la signoria de’ Polenta, lasciavan Ravenna. E, nel 1323, nel 1324, Pietro era in Firenze. Come gli desse l’animo di tornare nella città donde era stato sì aspramente cacciato, non sappiamo al certo; ma non ci è conteso il supporre ch’egli facesse questo pensiero: era stato sbandito unicamente come figliuolo dell’Alighieri e, morto il padre, non veniva a mancar la ragione del suo bando? Tanto più che nella sentenza di condanna non era neppure specificato il nome di lui. Questo egli, forse, credeva, ma andava errato. Nel bando era pur segnata la sua condanna di morte: e, sovrappreso da timori, sollecitato da consigli, prima che contro di lui si risollevassero gli odii, si sguinzagliasser le invidie, e il malanimo sì aspro e operoso contro il padre, si dannò da sè a nuovo esilio e si ritrasse in Verona, ove fu giudice del Comune e Vicario del Podestà.

Morì nel 21 aprile 1364 in Treviso ed ivi ebbe sepoltura in Santa Margherita degli Eremitani, oltre il Sile.


Nel 1325 la Signoria di Firenze concedeva perdonanza a’ cittadini mandati in bando e, dava loro balìa, salvo a’ ribelli, di tornar in patria, se assentissero di pagar una certa quota su la ammenda, della quale erano stati colpiti. Jacopo di Dante volle approfittar di quella congiuntura e rifarsi fiorentino. Fu allora ordinata una pratica per appurare se egli dovesse avvantaggiarsi delle larghezze concesse: e fu deciso in suo prò e ciò, verosimilmente, per un garbuglio di legulei, poichè nella sentenza di condanna, secondo abbiamo toccato più sopra, era accennato a’ «figliuoli di Dante» senza specificarne i nomi.

Tuttavia, egli non prese stanza in Firenze, ma riparò a Fiesole ove, nel 1326, ebbe i primi ordini ecclesiastici. Nè si attutivano gli odii contro di esso, aizzati da’ nemici del padre. Acchetate le parti de’ Bianchi e de’ Neri, si era formata un’unica parte, schiettamente guelfa: ma non s’erano acchetati i rancori verso coloro, che avean macchinato contro l’ordine, la ragione dello Stato e fra essi Dante primeggiava: acerbo, implacato riprensore de’ costumi de’ suoi concittadini; disfogatore, senza tener modo, delle sue ire contro personaggi e famiglie, cui non aveva il suo focoso risentimento risparmiato alcun vitupero e che aveva dannato a perpetuo dileggio, ad una infamia insanabile. Donde l’acuta avversione de’ Donati che non sapean perdonare neppure alla sua memoria. I genii sono, generalmente, importuni: prendono troppo posto nel mondo, appaiono invasori, sono dominatori, loro malgrado. Egli era stato, e con spiccatissimi tratti, e quasi a studio, importuno a molti.

E costoro si sfrenavano sempre in calunnie contro il poeta, aveano in dispetto il suo Libro divino, che s’ingegnavano tener nella oscurità (da cui i secoli l’hanno rivendicato) credevano poter spengere quella fiamma, che dovea essere una tra le luci più vive del civile consorzio. Alla divulgazione della Divina Commedia fu contrapposto in Firenze ogni ostacolo, con subdoli espedienti, o recisi pareri: coloro che il poeta aveva percossi, o sfiorati della sua folgore; coloro ch’egli aveva collocati, con scherni sublimi, nelle sue bolgie infernali, urlavano come dannati contro di lui. La morte del poeta non li placava: sentivano che la loro onta dovea essere immortale. Il poema, combattuto a Firenze, era già letto, comentato, diffuso, suscitava ammirazioni in altre città d’Italia, per esempio a Bologna; nella patria del fiero ghibellino rafforzava, perpetuava le inimicizie. Un comentatore, contemporaneo d’Jacopo, esclama: Universus et totus infernus florentinis noscitur esse plenus. E a cotale esclamazione fa seguire i nomi di circa una trentina di ragguardevoli fiorentini, che in varii cerchi infernali son dal poeta allogati.

Se è lecito trar paragoni tra uomini e tempi, tanto diversi, Dante fu tra molti de’ fiorentini suoi contemporanei in disgusto, come furono, nel decorso secolo, fra gl’inglesi Giorgio Byron, e fra i tedeschi Enrico Heine: e ciò per lo stesso motivo, per la sanguinosa satira de’ loro compatriotti, per aver flagellato ove credeano fosse buono e degno l’assestar colpi.

Un’idea dell’accanimento de’ nemici di parte contro il poeta è da rilevarsi dallo stesso opuscolo di un suo contemporaneo, il frate Vernani, da noi ripubblicato e tradotto dal latino, nel quale l’autore del De Monarchia è chiamato «ignorante» e dipinto, scusate se è poco, com’uomo di mal’affare. Già il qualificativo di «barattiere» del quale egli gratificò sì copiosamente altrui era stato, con fermezza, aggiunto al suo nome.

E, scomparso il poeta dalla scena del mondo, il livore non posava, nè stava pago di scatenarsi contro l’opera di lui, anzi inveleniva contro il figliuolo Jacopo. Costui traeva alquanto al vanitoso, era di una sfolgorata ambizione, ma aveva culto, quasi religioso, per l’ingegno del padre: e non si ristava dall’adoperarsi alla divulgazione della Commedia. Infatti, fra il 1330 e il 1340 appaiono scritti un gran numero di Codici danteschi fiorentini, non pochi fregiati con lo stemma degli Alighieri, ed è agevole l’inferirne che a tanta copia di codici, oltre l’attrattiva esercitata dall’opera su le menti degli amici, non dovessero essere estranei il fervore, lo zelo di Jacopo.