Tale amore filiale faceva acuire a’ pertinaci nemici del poeta le lor vendette. E nel 1335 fu riaperta la pratica contro Jacopo e si pose innanzi, di nuovo, il dubbio, se a lui fosse lecito rimanere in Firenze, senza offesa delle leggi.
Ma l’esito di questa seconda pratica non ci è noto: pur abbiam documento che, negli anni 1341-42, egli si trovava un’altra volta lontano dalla sua città natale. E menò vita assai avventurosa. Fu, nel 1342, reintegrato nel possesso de’ beni paterni. E narreremo di lui qualche tratto ben singolare. Da giovane, insieme col fratello, avendo voluto rendersi prete, ricevette gli ordini, e si era pur dato tutto alle cose dell’anima e avea scritto versi su la Morte, che gli accattaron favor popolare per la sincerità della loro ispirazione. E nel 1341 e ’42 godeva la prebenda di un canonicato, in quel di Verona: procacciatagli, è da farsi congettura, dal fratello Pietro. Giunto all’età matura venne in desiderio di tor moglie: e poco stette in tal proposito, chè fu condannato per mancata promessa di matrimonio e per non aver restituito la dote, che aveva, alla chetichella, arraffata.
Si sa che venne a morte prima del 1350; manca ogni data più precisa.
Il Boccaccio chiama i due fratelli Alighieri «dicitori in rima». E già conosciamo di Pietro una Canzone morale contro a’ Pastori: una Canzone per Papa Giovanni XXII e per l’Imperatore Lodovico. Di Jacopo, oltre il sonetto a Guido da Polenta, il Capitolo, in questo volume riprodotto, e che contiene un sì abile, fedel riassunto della Commedia e i versi su la Morte, di cui toccammo più sopra. Di Jacopo si è pur conservato un sonetto, indirizzato a Paolo dell’Abbaco e un poemetto intitolato Dottrinale, in cui egli si atteggiò a dare insegnamenti di Cosmologia.
Ond’io da mia natura,
non per troppa scrittura
ardisco a tale impresa,
però ch’io ho difesa
dalla mia compagnia
d’avere Astrologia,
Acciò che sia palese
per ciaschedun paese
del sito italiano
da presso e da lontano
l’esser dell’universo,
dirò a verso a verso.
Nel nome del Signore
ch’è superno motore
che mi concede gratia
sì ch’io possa far satia
di verità la gente
et futura et presente....
Che piagnendo mi dice
che sua vera radice
quaggiù non è intesa
da que’ che l’han compresa:
anzi le par travolta
e tra bugie ravvolta.
Ond’ella se ne duole,
e riparar si vuole
forse col mio ingegno,
bench’i’ non ne sia degno,
a voler ch’io ripeti
filosofi e poeti....