E si mettano a riscontro con questi versi il Sonetto a Guido da Polenta e le linee onde muovon le Chiose.
«Acciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo illustre filosofo Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si possa gustare per coloro in cui il lume naturale alquanto risplende senza scientifica apprensione, io, Jacopo, suo figliuolo ecc.».
Insomma siccome egli è intellettuale, ma senza troppa «scrittura» così scrive anche nel linguaggio nativo (in prosa materiale)[4] per quelli che sono di mente lucida, ma senza «scientifica apprensione». E chi riflette a quanti autori occorrono per illustrare la Divina Commedia sarà preso da meraviglia nell’avvenirsi a vederne citati nelle Chiose pochissimi: Omero, Aristotile, Orazio, Virgilio, Lucano, Ovidio, Tito Livio, Boezio, Terenzio, la Bibbia, tra i quali si debbon escludere Omero e Aristotile, Terenzio e Boezio che, per varie ragioni, egli certamente non ebbe fra mano e forse anche alcuni altri, che soleva citare di rimbalzo.
In generale, non va oltre alla sommaria citazione delle sue fonti; e suol dire «secondo i poeti, secondo le poetiche scritture» le storie di Antenore e d’altri[5].
Vuolsi pur ammettere che Jacopo abbia preso a prestito un certo numero de’ suoi racconti, delle sue esposizioni da altri scrittori sincroni. Così, ad esempio, nel tratto ove parla delle Furie, per il significato delle quali si richiama a’ soliti «poeti»: ed una parte di questa Chiosa proviene da Lattanzio, l’altra da Sant’Isidoro: e il tutto si legge in altro Commento dantesco del tempo, ove non pur son menzionati i detti autori, ma se ne riferiscon quasi testualmente le parole.
Pur tuttavia le Chiose del nostro furon tenute in conto quale opera d’un figliuolo di Dante e fin che non le surrogarono Commenti più ampii e diffusi a tutto il Poema.
A noi delle Chiose pervennero soltanto due copie nel testo integrale e due frammenti.
L’importanza del lavoro di Jacopo non è da ricercarsi nella quantità e qualità del materiale d’erudizione e di raffronto, di cui disponeva, bensì nella esposizione, ch’ei fa con tanta evidenza, della struttura del Poema e nella dimostrazione omogenea e continua delle sue allegorie, ciò che non si riscontra in alcuno degli antichi commentatori. E, se afferma nel Proemio di voler dimostrare parte del profondo ed autentico intendimento della Commedia, ciò si riferisce essenzialmente al contenuto allegorico.