Però lascia in disparte la descrizione dello stato delle anime dopo la morte, con i loro martìri, e le loro gioie, quale resulta dal senso letterale del testo; muove dal concetto che si debba ravvisar nel Poema un Trattato di filosofia morale in cui si dimostrano «le qualitadi della generazione umana»: la prima, quella de’ viziosi mortali, chiamandola Inferno; la seconda quella dei penitenti, il Purgatorio; e la terza quella dei perfetti, il Paradiso «a dimostrare la beatitudine loro e l’altezza dell’animo congiunta con la felicità, senza la quale non si discerne il Sommo Bene.»
Jacopo, dunque, reca tutto alla vita attuale e, astraendo dal magnifico dramma, dalle situazioni, dalle figure che il poeta ha scolpito sì di forza, suggeritegli dalle tradizioni popolari e chiesastiche, e considerandole quali mezzi atti a muovere la immaginazione, ci rivela il loro intimo significato, magistralmente nascosto dal poeta sotto il colore di una visione d’oltre tomba.
Gli orribili, tremendi castighi dell’Inferno si riducono a sofferenze insite nei vizii stessi e derivanti dallo stato morboso in cui si trovano i contravventori alla legge divina: le consolazioni del Purgatorio ad aspirazioni verso la libertà; le beatitudini del Paradiso alle sodisfazioni del vivere in purezza e conforme a’ dettami della celeste Bontà. Alle ardenti fantasie dantesche subentra un arido schema di filosofia morale: alle esaltazioni estetiche, procurateci dalle immortali bellezze del Poema, è sostituito lo scopo pratico di «dare correzione e lode a chi n’è degno.»
Il concetto di Jacopo ci ravviva e ravvalora la dichiarazione del soggetto del Poema, contenuta nella Epistola di Dante a Cangrande: Homo prout, merendo aut demerendo per arbitrii libertatem justitiae praemianti aut punienti obnoxius est e, come causa finale, removere viventes in haec vita de statu miseriae et producere ad statum felicitatis.
Simili concetti sono pur espressi nei Commenti di Pietro Alighieri e di Guido da Pisa: e l’uno e l’altro ne trasser forse l’ispirazione dalla lettera a Cangrande, ma nell’uno e nell’altro non con la continuità, la pertinacia onde Jacopo vi si attenne.
E vediamolo all’opera: scrutiamo nella sostanza del suo nuovo commento.
Dante, nell’età di trentatrè, o trentaquattro anni, si trovava smarrito nella selva oscura, o voglia dirsi smarrito tra le molte genti offuscate dalla ignoranza; già la sua mente era irradiata dal fulgore della intellettuale verità, quando fu affrontato dalle tre fiere: la lonza, il leone, la lupa: simboli de’ tre vizii prevalenti, o fondamentali: lussuria, superbia e avarizia. Allo smarrito si para innanzi Virgilio, cioè l’effetto della umana ragione, che lo campa dalla lupa insaziabile e proferisce il vaticinio della prossima venuta del veltro, cioè d’una costellazione migliore della presente e onde sarà trasfusa la pace negli animi angustiati. Lo invita poi a seguirlo qual messaggero delle tre donne celesti: Beatrice, simbolo della Sacra Scrittura; la gentil donna interpretata la profonda mente della Deità; e Lucia, la grazia di Dio.
Il corto andar alla felicità non è possibile all’uomo, «attratto tanto dalla dolcezza de’ vizii quanto dall’altezza delle virtù». Occorre prima avere una esatta conoscenza delle une e degli altri.... Riconosciuto poi, mercè la Ragione, che le allettative de’ vizii hanno, in fondo, dell’amaro, l’uomo si deciderà a seguire le virtù, che gli assicurano vera felicità.
Così Dante, guidato dalla Ragione, si avvia alla contemplazione de’ viziosi: e prima si abbatte ne’ vili, ma guarda e passa, non si curando di loro che non fanno al suo proposito. Son morsi, punzecchiati da vili insetti, simboleggianti la nullaggine, l’acuta inanità del loro pettegolezzo, della disutile loro ciarla: e corron dietro ad una insegna, senza che ad alcun di loro dia il cuore di sopravanzar gli altri. È la turba de’ meschini, nè buoni, nè rei, senza valore per la contemplazione de’ vizii, cui vuol darsi il poeta.
Discende poi il primo de nove gradi, ond’è composto l’Inferno, dove son allogati coloro, che non ebber battesimo e gli antichi valorosi, che vivono senza speme, in disìo, come dice Jacopo, per il loro non colpevole difetto.