[pg!163]

[PER MUSICA]

Le fronde che vedesti rinverdire

nell'Aprile che è già così lontano,

or, tutte d'oro, cadono man mano

a terra, per morire.

Così cade da te, stanca, la gioja

che ti sorrise, e un po' di giovinezza

fugge, e tremi, e ti par che la bellezza

della tua vita muoja;

ma non è vero.—Sboccieran novelli

germi da linfe rifluite, e tu

ritesserai sul sogno che già fu

sogni più dolci e belli....

[pg!167]

[MARIA GIOVANNA]

Maria Giovanna avea trent'anni, un viso

scarno e lungo di vergine avvizzita,

e una profonda vita

d'anima negli azzurri occhi e nel riso.

Lieve il suo passo per le nude sale

ove dai letti in fila i dolci infermi

levavano gli inermi

volti a implorarla, in ansia, dal guanciale:

lieve la mano a sanar piaghe orrende,

su l'arse fronti a chiamar sonno e oblio,

a ricomporre, in pio

atto, intorno ai dolenti arti le bende:

forte il suo cuore nelle notti, quando

paura, insonnia, spasimo, demenza,

in ferreo cerchio, senza

tregua gemean, la grigia alba invocando.

Ella non conosceva altro destino.

Amava il freddo balenar scultorio

del gesto operatorio,

il sangue in getto e l'ulular felino,

e l'acre odor dei corrosivi, e i tersi

bendaggi, freschi come baci santi

su piaghe fumiganti,

e il—grazie—degli umìli occhi riversi.

La sua verginità sapea lo stigma

del vizio, che ogni rea carne suggella;

la frusta che flagella

il senso, eterno e maledetto enigma;

d'ogni male la maschera e il martirio,

d'ogni agonia la smorfia ed il terrore;

sul labbro di chi muore

la verità, più nuda nel delirio.

Tacita e sacra amante era ai morenti,

rapiti in lei nell'ultima preghiera:

vergine-madre ell'era

per cullar fra le braccia i bimbi spenti.

*

Stava tacito in veglia, al capezzale

d'un fanciul, con la Donna dell'Aiuto,

un medico d'acuto

sguardo e di lìgneo volto imperïale.

Nella corsìa senza riposo, un lume

solo, verdastro.—Degl'infermi i rochi

lamenti, i gesti fiochi,

s'attutivan, sinistre ombre fra brume.

E il fanciullo spirò, bianco e sereno,

e i due veglianti a lui chiusero gli occhi:

poi si fissaron, tôcchi

di grazia.—Il lume li colpiva in pieno.

Ella sentì fondersi tutta nella

forza dell'Uomo: di sua vita il senso

perdette, in un immenso

stupore, in un baglior puro di stella.

E l'Uomo a un tratto la sentì nel core,

piccola bimba trepida e sperduta;

ma fu la bocca muta,

le pupille soltanto arser d'amore.

E spuntò l'alba e i giorni ad uno ad uno

caddero e Morte scivolò fra i letti

ridendo co' suoi schietti

denti di teschio entro il cappuccio bruno:

il taciturno seguitò la lotta

tra i recidenti ferri e la cancrena,

la siringa e la vena,

il verme ingordo e la beltà corrotta:

e la vergin fu sua, così, avvampando

a quel gesto d'imperio, ombra sottile

dietro quei passi, umìle

strumento di pietà sacro al comando:

altro non chiese.—Oh, un attimo, col forte

polso egli a sè l'avvinse, al cor la tenne.—

Ma in braccio essa gli svenne,

e quell'amplesso ebbe sapor di morte.

[pg!175]

[L'IGNOTA]

L'uomo del camposanto, o Creatura,

distesa ti trovò sull'erba diaccia,

squallida salma senza sepoltura.

E non avevi più capo nè braccia:

solo il ventre mostravi allo stupore

dei cippi:—altra di te non era traccia.

Non avevi più labbra per l'amore

bugiardo, per la voluttà venduta:

nulla, più nulla: un torso: un arso cuore:

un eterno silenzio, o Sconosciuta.

*

Io lo so, chi tu fosti.—In un oscuro

crepuscolo, alla fiamma d'un fanale,

io ti vidi passar rasente un muro,

con lenti occhi mal desti e viso male

imbellettato e tutto il corpo sfatto

da una stanchezza che parea mortale.

Tentavi con la bocca di scarlatto

un riso di lusinga e di menzogna.

Ed io tremai, dentro il mio cor contratto,

per te, soffrendo della tua vergogna.

*

Mai ti raggiunse, o sempre ignuda e sola

fra turpi amplessi e fiati acri di vino,

la pietà d'una tenera parola.

Vile sino al torpore, affranta sino

a non distinguer più morte da vita!...

Ma venne uno, nell'ombra, a te vicino.

La tua preghiera egli avea forse udita.

Ebbe pietà. Ti soffocò con braccia

di ferro—e la tua forma irrigidita

mutilò, fino a sperderne ogni traccia.

*

Ora, o Ignota, pregando io vo che il sozzo

urlo de la plebea folla loquace

s'acqueti intorno al tuo bel corpo mozzo;

ora che dormi finalmente in pace,

e il cieco infurïar della tormenta

che turbinando ti travolse, tace;

.... e perchè più non gema e più non menta

le divoranti fiamme arser l'impura

bocca—e degli occhi la lusinga lenta

e le lacrime occulte, o Creatura!...

*

Riposa.—Oh, forse mai, nell'errabonda

tua vita, il sonno a te venne con veli

sì casti e santità così profonda.

Senza nome sarai come gli steli

nati domani dal tuo morto cuore

e puri sotto il puro arco dei cieli.

Non ti ricorderai del tuo dolore

che per fissar con iridi novelle

il sol che schiude in ogni boccio un fiore,

l'ombra che in alto palpita di stelle.

[pg!183]