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[PER MUSICA]
Le fronde che vedesti rinverdire
nell'Aprile che è già così lontano,
or, tutte d'oro, cadono man mano
a terra, per morire.
Così cade da te, stanca, la gioja
che ti sorrise, e un po' di giovinezza
fugge, e tremi, e ti par che la bellezza
della tua vita muoja;
ma non è vero.—Sboccieran novelli
germi da linfe rifluite, e tu
ritesserai sul sogno che già fu
sogni più dolci e belli....
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[MARIA GIOVANNA]
Maria Giovanna avea trent'anni, un viso
scarno e lungo di vergine avvizzita,
e una profonda vita
d'anima negli azzurri occhi e nel riso.
Lieve il suo passo per le nude sale
ove dai letti in fila i dolci infermi
levavano gli inermi
volti a implorarla, in ansia, dal guanciale:
lieve la mano a sanar piaghe orrende,
su l'arse fronti a chiamar sonno e oblio,
a ricomporre, in pio
atto, intorno ai dolenti arti le bende:
forte il suo cuore nelle notti, quando
paura, insonnia, spasimo, demenza,
in ferreo cerchio, senza
tregua gemean, la grigia alba invocando.
Ella non conosceva altro destino.
Amava il freddo balenar scultorio
del gesto operatorio,
il sangue in getto e l'ulular felino,
e l'acre odor dei corrosivi, e i tersi
bendaggi, freschi come baci santi
su piaghe fumiganti,
e il—grazie—degli umìli occhi riversi.
La sua verginità sapea lo stigma
del vizio, che ogni rea carne suggella;
la frusta che flagella
il senso, eterno e maledetto enigma;
d'ogni male la maschera e il martirio,
d'ogni agonia la smorfia ed il terrore;
sul labbro di chi muore
la verità, più nuda nel delirio.
Tacita e sacra amante era ai morenti,
rapiti in lei nell'ultima preghiera:
vergine-madre ell'era
per cullar fra le braccia i bimbi spenti.
*
Stava tacito in veglia, al capezzale
d'un fanciul, con la Donna dell'Aiuto,
un medico d'acuto
sguardo e di lìgneo volto imperïale.
Nella corsìa senza riposo, un lume
solo, verdastro.—Degl'infermi i rochi
lamenti, i gesti fiochi,
s'attutivan, sinistre ombre fra brume.
E il fanciullo spirò, bianco e sereno,
e i due veglianti a lui chiusero gli occhi:
poi si fissaron, tôcchi
di grazia.—Il lume li colpiva in pieno.
Ella sentì fondersi tutta nella
forza dell'Uomo: di sua vita il senso
perdette, in un immenso
stupore, in un baglior puro di stella.
E l'Uomo a un tratto la sentì nel core,
piccola bimba trepida e sperduta;
ma fu la bocca muta,
le pupille soltanto arser d'amore.
E spuntò l'alba e i giorni ad uno ad uno
caddero e Morte scivolò fra i letti
ridendo co' suoi schietti
denti di teschio entro il cappuccio bruno:
il taciturno seguitò la lotta
tra i recidenti ferri e la cancrena,
la siringa e la vena,
il verme ingordo e la beltà corrotta:
e la vergin fu sua, così, avvampando
a quel gesto d'imperio, ombra sottile
dietro quei passi, umìle
strumento di pietà sacro al comando:
altro non chiese.—Oh, un attimo, col forte
polso egli a sè l'avvinse, al cor la tenne.—
Ma in braccio essa gli svenne,
e quell'amplesso ebbe sapor di morte.
[pg!175]
[L'IGNOTA]
L'uomo del camposanto, o Creatura,
distesa ti trovò sull'erba diaccia,
squallida salma senza sepoltura.
E non avevi più capo nè braccia:
solo il ventre mostravi allo stupore
dei cippi:—altra di te non era traccia.
Non avevi più labbra per l'amore
bugiardo, per la voluttà venduta:
nulla, più nulla: un torso: un arso cuore:
un eterno silenzio, o Sconosciuta.
*
Io lo so, chi tu fosti.—In un oscuro
crepuscolo, alla fiamma d'un fanale,
io ti vidi passar rasente un muro,
con lenti occhi mal desti e viso male
imbellettato e tutto il corpo sfatto
da una stanchezza che parea mortale.
Tentavi con la bocca di scarlatto
un riso di lusinga e di menzogna.
Ed io tremai, dentro il mio cor contratto,
per te, soffrendo della tua vergogna.
*
Mai ti raggiunse, o sempre ignuda e sola
fra turpi amplessi e fiati acri di vino,
la pietà d'una tenera parola.
Vile sino al torpore, affranta sino
a non distinguer più morte da vita!...
Ma venne uno, nell'ombra, a te vicino.
La tua preghiera egli avea forse udita.
Ebbe pietà. Ti soffocò con braccia
di ferro—e la tua forma irrigidita
mutilò, fino a sperderne ogni traccia.
*
Ora, o Ignota, pregando io vo che il sozzo
urlo de la plebea folla loquace
s'acqueti intorno al tuo bel corpo mozzo;
ora che dormi finalmente in pace,
e il cieco infurïar della tormenta
che turbinando ti travolse, tace;
.... e perchè più non gema e più non menta
le divoranti fiamme arser l'impura
bocca—e degli occhi la lusinga lenta
e le lacrime occulte, o Creatura!...
*
Riposa.—Oh, forse mai, nell'errabonda
tua vita, il sonno a te venne con veli
sì casti e santità così profonda.
Senza nome sarai come gli steli
nati domani dal tuo morto cuore
e puri sotto il puro arco dei cieli.
Non ti ricorderai del tuo dolore
che per fissar con iridi novelle
il sol che schiude in ogni boccio un fiore,
l'ombra che in alto palpita di stelle.
[pg!183]